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“E le chiamano navi”: indagine sulle maxi imbarcazioni che mettono a rischio Venezia

ottobre 7, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

A Venezia continua la polemica sulle grandi navi, i bestioni liberi di entrare in Laguna senza nessun riguardo per la sicurezza, la salvaguardia della città e degli ecosistemi, la protezione ambientale e la salute dei cittadini. Nel libro “E le chiamano navi“, pubblicato dalla casa editrice veneziana La Corte del Fontego, il giornalista Silvio Testa indaga le diverse criticità legate alle mega imbarcazioni da crociera che da anni assediano la città. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi l’inizio del libro.

Immensi scatoloni galleggianti passano per il Bacino di San Marco: sono bianchi, li chiamano navi, e in effetti lo dovrebbero essere, ma delle splendide navi di un tempo – il Rex, il Conte di Savoia, l’Andrea Doria, la Cristoforo Colombo – hanno solo la funzione di portare passeggeri, tanti, il più possibile.

Queste navi non hanno né raffinatezza né buon gusto, sono ispirate ai casinò di Las Vegas, a bordo mantengono quel che promettono: una vacanza da villaggio turistico,scandita da spettacoli di stampo nazionalpopolare scimmiottati dalla tv e dai giochi degli animatori che riempiono le giornate degli ospiti in sandali e pantaloni corti, olezzanti di creme solari. Croceristi che sono parte di quei forse 30 e più milioni di visitatori all’anno che soffocano Venezia trasformandola sempre più velocemente nella cartolina kitch di se stessa, perché la Stazione Marittima, ormai, è una delle principali porte d’entrata di quel turismo “mordi e fuggi” che solo a parole le autorità dicono di voler contrastare.

La prima ragione della bruttezza di questi condomini galleggianti è l’essere fuori scala. Non hanno linea, sono alti oltre 60 m quando a Venezia l’altezza media delle case non supera i 15, e ciò altera ogni prospettiva e costituisce una vera forma di violenza. Turisti in numero infinito e navi smisurate riducono la città a contenitore buono per tutti gli usi, costi quel che costi.

I passeggeri, accalcati sui ponti più elevati per assistere allo spettacolo del passaggio in Bacino di San Marco, finiscono per guardare letteralmente dall’alto in basso la città, perdendo la cognizione che essa sia vera, fragile e bisognosa di rispetto, esattamente come succede ai visitatori dell’Italia in miniatura, quel parco tematico che piace così tanto agli ospiti di Rimini.

Moltissimi veneziani non le vogliono più e si mobilitano, in Facebook c’è anche un gruppo Fuori le maxi navi dal Bacino di San Marco, ma il bando delle grandi navi non può essere decretato solo perché sono brutte o diseducative. Esse, invece, sono dannose e pericolose per la città e per gli uomini, nonostante l’Autorità portuale si affanni adire il contrario, forte di studi di parte che solo in pochi casi hanno avuto il contraddittorio di indagini indipendenti. Eppure, anche ad accontentarsi degli studi di parte ma a leggerli con attenzione, si capisce che le cose non sono così piane e tranquillizzanti come si vorrebbe far credere,e che il senso comune di quei tanti veneziani che chiedono l’allontanamento delle maxi navi ha ragioni ben fondate.

Limitarsi a pretendere che le navi da crociera non passino più in Bacino di San Marco, accontentandosi di mandarle magari a Fusina, in gronda di Laguna, attraverso la bocca di porto di Malamocco, è però una proposta miope: equivale a nascondere la polvere sotto il tappeto, a tenere pulito il salotto buono lasciando al degrado il resto della casa. La Laguna non è altra cosa rispetto a Venezia, l’una non può vivere senza l’altra e viceversa, e tenervi dentro le grandi navi significa perseverare in un disegno non più sostenibile, precludendosi per sempre la possibilità di ritornare indietro.

Chi vuole mettere mano in Laguna (letteralmente manomettere), ricorda sempre che essa è artificiale, ed è vero, ma per mille anni ogni intervento è valso a mantenerne l’equilibrio, mentre solo da poco meno di duecento anni la si sta scardinando per permettere al suo interno lo sviluppo di una “moderna” portualità. Nel 1901 la profondità media delle bocche di porto era di 7,5 m al Lido, di 9,5 m a Malamocco, di 4 m a Chioggia, mentre ora per permettere il passaggio di navi sempre più grandi le profonditàhanno raggiunto i 12 m al Lido, i 17 m a Malamocco, i 9 a Chioggia.

Il mare non è più frenato nell’entrare in Laguna con le maree, ed anzi è velocemente portato fino al suo cuore dal canale Malamocco – Marghera (canale dei Petroli), largo più di 200 m, profondo dai 17 ai 12 m, rettilineo, lungo 14 km, scavato tra il 1961 e il 1969 a servizio del polo petrolchimico. Nel contempo, dal 1924 l’invaso dellaLaguna è stato ridotto con vastissimi interramenti per creare porto e aree industriali nella gronda e per costruire nel 1960 l’aeroporto di Tessera, col risultato che le maggiori quantità d’acqua che entrano violentemente trovano un bacino più piccolo di un tempo e tracimano. Provocanoe aggravano, cioè, l’acqua alta.

A ben guardare, allora, il MoSe, il progetto delle dighe mobili alle bocche di porto, non serve a proteggere Venezia dall’acqua alta, come si dice al mondo, ma a mantenere all’interno della Laguna un porto incompatibile. Senza il porto, infatti, o con un porto dalle funzioni più consone alla delicatezza dei luoghi, si potrebbe tornare a una morfologia lagunare più equilibrata e l’acqua alta avrebbe livelli e frequenze minori, tali da poter essere affrontati con difese fisse o mobili più leggere delle migliaia di tonnellate di ferro e cemento previste dal MoSe. La grande opera, insomma, affronta la febbre – l’acqua alta – ma non la malattia– lo sconquasso della Laguna –, eppure oggi che il progetto sembra in avanzato stato di realizzazione si aprono degli scenari nuovi.

Silvio Testa*

* Giornalista veneziano, ha seguito negli ultimi trent’anni le principali vicende della sua città

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