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Enrico Brizzi. Uno scrittore in cammino sull’Appennino Tosco-Emiliano

E’ tornato a camminare Enrico Brizzi, per raccontare il capolavoro della natura passo dopo passo, con la lentezza del viandante che conosce sotto i suoi piedi ogni angolo di strada che percorre. Stavolta, il viaggio con gli ormai fraterni compagni Valerio Gnesini e Serena Tommasini Degna, partner di molti documentari in passato, è il cammino dell’Alta Via dei Parchi, con un progetto finanziato dalla regione Emilia-Romagna, che diventerà un documentario a fine estate sul percorso naturalistico unico che attraversa oltre 500 chilometri di sentieri e collega l’Appennino tosco-emiliano, da Berceto in provincia di Parma fino al Monte Carpegna in provincia di Pesaro e Urbino, attraversando otto aree protette.

D) Brizzi, a che punto siete?

R) Proprio alla fine, sono le ultime due tappe e gli ultimi giorni di riprese. Il lungo inverno ha reso questo viaggio memorabile. Sono state in tutto 27 fermate. Ci manca dal cuore del Montefeltro storico, tra la Romagna e le Marche, fino a San Marino e alle spiagge di Rimini, in vista dell’Adriatico.

D) Con lo zaino in spalla, hai percorso imprese quasi eroiche: il cammino da Roma a Gerusalemme, l’Italica 150 dall’Alto Adige alla Sicilia, la via Francigena. Come è cambiata la professione di scrittore con questa passione sportiva? Sembri ben lontano da quel 1994, quando scrivevi “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”…

R) Ho cominciato a camminare più seriamente quando avevo 25-26 anni, l’Appennino bolognese è stata la palestra dove ho fatto le prime grandi cazzate da escursionista inesperto. Per esempio, quella in cui ci siamo gasati a vicenda con due amici, sfidandoci su chi avrebbe avuto il coraggio di fare da Bologna al Tirreno a piedi. Era maggio, ma cosa vuoi che succeda? Ci siamo detti. Via, partiti con le braghe corte e lo zainetto. Quel settore di montagna, che ha le strade tracciate dal 1700, molte delle quali sono sempre rimaste inoperose a causa del maltempo, è un filino nevoso. Come gattini spauriti siamo saliti troppo, perdendo il sentiero, imperticandoci su su, con lo strapiombo sotto le scarpe, senza poter scendere per paura di cadere. Il mio amico mi ha detto: “questa vita è stata bella, mi fumo l’ultima sigaretta in pace e poi sarà finita qui”. Ero atterrito, se andava giù di testa anche l’altro ero spacciato, già che non sapevo neppure come tornare!

D) Che sia finita bene, per fortuna lo sappiamo. Ma come avete fatto a sbrogliarvela?

R) Bella domanda. Perché poi sono arrivate pure le nuvole a complicare la situazione. E’ la più grossa insidia su quelle montagne, calano d’improvviso e ti lasciano alla cieca. D’accordo, non è il Karakorum, ma la possibilità di fare certi tratti sotto la pioggia, esposti, è meglio lasciarla a escursionisti davvero esperti. Certo, il viaggio che abbiamo fatto stavolta è ben diverso. E’ finalizzato al documentario, dunque filmi moltissimo, per poi concentrare in un’ora le più belle storie dell’Appennino. Perché camminando conosci storie che non ti saresti mai immaginato. Passi attraverso i monti che sono stati vie di valico dell’Italia centrale per centinaia di migliaia d’anni, come il Passo delle Forbici, Gastrello, il Cerrreto. E passi per i luoghi della Seconda Guerra Mondiale, incroci la vita di una ragazza dottoressa che studia i lupi che vivono nelle terre Alte dell’Emilia e i gestori dei rifugi, che vivono a un’ora di sci da tutto. Personaggi eccezionali. Siamo passati anche da casa Guccini, nel documentario si vedrà, che ci ha raccontato di quando da ragazzo (Brizzi imposta la voce serissima e corrucciata del cantautore, facendone l’imitazione, Ndr) a 18 anni andava col suo amico Stefano, con il berrettino a visiera di qualche squadra americana, perché all’epoca si usava così, in outdoor…

D) Meriterebbe un lavoro a parte… Quando presenterete il documentario?

R) A metà agosto il film sarà finito. Lo proporremo subito a , in sale d’éssay, e poi nelle altre città dell’Emilia Romagna, nei festival del settore interessati alla montagna. Vorremmo fare anche un passaggio TV, ma è troppo presto per dirlo. Senz’altro sappiamo che diventerà un DVD, distribuito e prodotto dalla Regione.

D) Camminare per uno scrittore rimanda a una simbologia epica, dei cantori omerici, dei viandanti latini, ma fa venire in mente anche Heidegger e l’essere che è “in cammino”. Per te cosa significa?

R) E’ la bellezza di tornare analfabeti, occuparsi di passati remoti e trapassati, che consideravo inconsapevolmente non narrabili, non interessanti. Jack Frusciante non avrebbe avuto il coraggio di andare al mare a piedi partendo da Bologna. La via delle colline, fatta mille volte in Vespa e in bici, a piedi acquista una dimensione completamente diversa. In bici sei fuori tutto il giorno, magari in Graziella, ma quando cala il sole sei arrivato. Invece a piedi puoi fermarti ovunque, dormire nei fienili, sentendoti minacciato dalle voci intorno alla tenda, pensando che da un momento all’altro ti attaccherà un orso. E invece sono tre teppistelli del paese che ti tolgono i picchetti. Il percorso cambia, un metro alla volta. Ricevi un sacco di regali da quelli che incontri, probabilmente perché fai pena, ti offrono da bere mentre ti fai riempire la borraccia.

D) E magari ti offrono un bicchiere di vino…

R) Sì, ma poi ti tocca salire ondeggiante, mentre sei tutto sporco di fango, cosa che quando arrivi in qualche casa ti dà il diritto di parola a intrattenerti con chi è più vecchio di te. “Da dove venite disperati?” Ti chiedono. E intanto ti insegnano come dormire in un fienile fumando, senza dare fuoco a tutto. Andando a piedi, ti conquisti più diritto di stare nei posti.

D) Scrivere e camminare hanno parecchie cose in comune.

R) La necessità, la pazienza, la tenacia. Poter vedere la meta in fretta è  impossibile, c’è un momento in cui bisogna andare avanti per fede, in luoghi che non hai mai visto. E’ anche un’attività sociale per me, che sto sempre seduto da solo al computer. E’ stare insieme a persone delle quali sei fratello, che da ragazzo avevi tempo di frequentare, giocando ai pellerossa, oggi non più. Ciascuno ha il proprio lavoro, gli affetti, i vizi, la pigrizia. Diventa difficile  ritrovarsi. Ma è sempre meglio condividere una camminata, ricordando i falò di allora, che ritrovarsi nel ristorantino del cazzo, con le luci crude che garantiscono un sicuro effetto disastro.

D) E’ noto che sei riuscito a trascinare moltissimi seguaci. Quanti?

R) Un gruppone di psico-atleti, li chiamo così, squadra di camminatori tra vecchi amici e persone conosciute in questi anni. Non tutti legami indissolubili, ma pensiamo al valore che ha conoscere il signor Pino mentre stai condividendo una salita, piuttosto che in libreria alla fine di una presentazione. E la giornata è finita quando il signor Pino è arrivato in rifugio con te, che magari sei un’ora avanti a lui. Nella fatica ti rendi conto se le persone sono oneste.

D) Stai scrivendo un nuovo libro?

R) Questa settimana no. Nel senso che ho finito sabato. Si intitolerà “O la va o la spacca”. E’ la storia di Umberto Ripamonti, 40 anni, erede della Rigorex, importante azienda di serramenti. Un bamboccione che la madre chiama Bubi e comanda a bacchetta, che per ripicca diventa un incallito puttaniere. A un certo punto decide di ribellarsi, assolda Cabir Polentarutti, delinquente locale figlio di una famiglia del luogo, che è stato dentro da piccolo, poi in carcere di serie A, fuggito in Tailandia ha riportato in Italia una ragazza locale, non giovane né snella né avvenente, e alla fine ha deciso di mettere la testa a posto. E’ finita l’epoca delle scorciatoie. Ma Bubi lo corrompe, la carne del delinquentello è debole. Gli dice estorciamo denaro a mia madre, fingiamo il mio rapimento, chiediamo un riscatto. Già così sono di nuovo dentro, dice lui. E allora vanno al nocciolo della questione, rapiscono la madre. Insomma, una storia esilarante, che fa più ridere che riflettere.

Letizia Tortello

 

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