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Fermo come un albero. La vita di Chico Mendes in difesa dell’Amazzonia

novembre 5, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

A 25 anni dall’assassinio di Chico Mendes, il sindacalista, politico e ambientalista brasiliano simbolo della lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica, un libro ne ripercorre la storia e le battaglie. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un estratto del volume “Fermo come un albero, libero come un uomo“, della giornalista Miriam Giovanzana, da poco pubblicato da Terre di Mezzo. Nei due capitoli qui sotto, l’autrice racconta le dimensioni del disboscamento dell’Amazzonia e la storia dei seringueiros, i raccoglitori di lattice ridotti quasi in schiavitù, categoria a cui apparteneva anche Chico Mendes.

L’Amazzonia brucia

Dire disboscamento non dà l’idea. È un’ecatombe.

Quando Chico muore, il Brasile ha incominciato da poco a monitorare la foresta con i satelliti. Non proprio ogni singolo albero, ma il sistema è sofisticato, consente una copertura finalmente adeguata, con una risoluzione di dettaglio di 30 metri: ci vogliono mesi per processare i dati, e almeno un paio d’anni di rilevazioni per confrontare le immagini e interpretarle in modo corretto. Così, proprio a partire da quel 1988, l’anno della morte di Chico Mendes, le rilevazioni sono scientifiche, i numeri oggettivi. Impressionanti.

Dal 1988 alla fine del 2012, nell’area dei 9 Stati che formano l’Amazzonia brasiliana, vengono distrutti 397mila chilometri quadrati di foresta. Su un territorio complessivo- città, pascoli e terreni agricoli compresi – di poco più di 5,2 milioni di chilometri quadrati. È la cosiddetta Amazzonia legale, il territorio amministrativo che comprende tutto il bacino del Rio delle Amazzoni e dei suoi affluenti: gli Stati di Acre, Amapá, Amazonas, Pará, Rondônia, Roraima e Tocantins e parte degli Stati di Mato Grosso e Maranhão.

Che cosa ha visto Chico di questo disastro? Tutto, viene da dire. È per questo che muore, per la sua ferma opposizione a questo scenario, a questo inferno. Il 9 dicembre è a Rio per partecipare a una tavola rotonda intitolata “L’Amazzonia brucia”. Rilascia la sua ultima lunga intervista per il Jornal do Brasil all’amico giornalista Edilson Martins.

Sono anni, questi, in cui gli aeroporti dell’Acre, ma anche quelli degli altri Stati amazzonici, restano chiusi per settimane per via delle decine di migliaia di incendi appiccati alla foresta e per il fumo che essi provocano.“L’Amazzonia brucia” non è un modo di dire. La foresta è messa a ferro e fuoco dai grandi proprietari terrieri che la vogliono trasformare rapidamente in pascolo e il denso fumo degli incendi oscura il cielo per giorni: migliaia di fuochi di enorme estensione durante la stagione secca, da giugno a ottobre.

Gli incendi peggiori sono in Rondônia e in Mato Grosso. Ma con il prolungamento dell’autostrada BR-364 da Cuiabá, in Mato Grosso, fino a Porto Velho in Rondônia e poi a Rio Branco, l’assalto arriva anche in Acre.

L’asfaltamento delle strade è da sempre per l’Amazzonia sinonimo di sfruttamento delle risorse naturali. Nella visione di chi le promuove avrebbero dovuto essere strumento di sviluppo e integrazione: diventano, regolarmente, occasione di disboscamenti incontrollati, immigrazione di masse di lavoratori, incendi ed espulsioni dalla foresta di indios e seringueiros. Asfalto e speculazione vanno di pari passo. Un passo veloce.

Il piano per lo sviluppo dell’Amazzonia viene lanciato dalla giunta militare nel 1970: incentivi fiscali e finanziamenti per investire nell’Ovest del Paese. Questa volta a prendere in mano la situazione sono i paulisti, fazendeiros e grandi proprietari agricoli del Sud. A farne le spese sono fin dal decennio precedente il Mato Grosso e poi la Rondônia, disboscati in pochi anni per far posto all’agroindustria e all’allevamento.

Poi è la volta dell’Acre: praticamente tutto lo Stato (sottratto con una breve guerra alla Bolivia nel 1903) è coperto dalla foresta nativa. Nel 1975 le zone disboscate sono poco meno dell’1 per cento del territorio; nel 1988 sono il 12,8 per cento. Qualcosa come 19mila e 500 chilometri quadrati di foresta distrutti in 13 anni.

Sono i 13 anni di Chico, quelli che si conoscono meglio della sua storia, in un certo senso la sua vita pubblica, in cui diventa leader dei seringueiros, guida le manifestazioni della gente davanti ai bulldozer per impedire la deforestazione, inventa il primo congresso nazionale dei seringueiros, lancia l’idea che le foreste debbano restare proprietà comune in mano allo Stato, riceve riconoscimenti internazionali. E viene ucciso. Della sua vita precedente si sa poco, e alcuni particolari sono quasi leggendari.

Seringueiros

Francisco Alves Mendes Filho nasce il 15 dicembre del 1944 nel seringal Cachoeira, a pochi chilometri da Xapuri, al confine con la Bolivia. I suoi non sono originari di qui, fanno parte di una delle ondate migratorie che dal Nordest del Paese colonizzano la foresta: ironia della sorte, il futuro difensore dei popoli della foresta è nipote di invasori. Il nonno si trasferisce qui nel 1925 dallo Stato di Ceará, esattamente dal lato opposto del Brasile, insieme con la moglie e i figli, tra cui Francisco Alves Mendes, allora dodicenne, che diventerà il padre di Chico. Sono, o meglio, diventano, seringueiros, raccoglitori del lattice dell’albero della gomma, l’Hevea brasiliensis, la seringueira appunto, o seringa.

Ma sono già in ritardo: l’epoca d’oro del caucciù in Brasile è quasi al tramonto, non è durata 50 anni, ha spostato centinaia di migliaia di persone, finito di sterminare gli indios e prodotto centri come Manaus e Belémche, a cavallo tra Ottocento e Novecento, sono così ricche da permettersi fasti da città imperiali. È qui che vivono nel lusso i seringalistas, i proprietari di enormi porzioni di foresta in cui migliaia di poveretti lavorano all’estrazione del lattice in condizioni di semi-schiavitù. È la gomma che li ha condotti fin qui, gli uni e gli altri: questo lattice che, portato in Europa sul finire del 1700, scatena dapprima la curiosità per le sue capacità elastiche e di impermeabilizzazione e poi, con la scoperta della vulcanizzazione da parte di Charles Goodyear, reso finalmente più resistente ed elastico, diviene un elemento fondamentale per l’industria del Nord America e dell’Europa. Il nascente mercato dell’automobile e degli pneumatici fa il resto.

Per circa trent’anni l’Amazzonia ha il monopolio della produzione mondiale della gomma: la domanda continua a crescere, supera costantemente l’offerta, così i prezzi salgono senza che nessuno debba fare alcunché per sostenerli. Alla fame di gomma il Brasile cerca di rispondere moltiplicando i seringueiros, i raccoglitori del lattice della foresta, importando manodopera da tutto il Paese. Povera gente, avventurieri e commercianti arrivano letteralmente da tutto il mondo.

La ricchezza per i signori della gomma è un fiume in piena. Manaus, Belém, Porto Velho superano in disponibilità economica e bella vita le città pauliste del Sud. La gomma rappresenta, da sola, quasi il 40 per cento di tutte le esportazioni del Brasile, caffè compreso. Manau sin da quegli anni diventa uno degli snodi mondiali del commercio di diamanti. Nulla di questa ricchezza arriva però ai seringueiros: negli anni in cui abolisce la schiavitù (1888), il Brasile si avviluppa in un sistema neofeudale dove ci sono i signori, padroni di tutto, e i braccianti, resi schiavi dal loro stesso lavoro.

La famiglia di Chico ripercorre probabilmente l’esperienza di migliaia di nordestini in fuga dalla siccità e dalla povertà, spinti dal sogno di una nuova vita e dalle promesse di caporali sempre alla ricerca di manodopera a basso prezzo, l’unica cosa davvero indispensabile per ottenere quel lattice bianco che, oltre alle proprietà elastiche, ha anche quella, invidiata da tutto il mondo, di trasformarsi in dollari appena fuori dai luoghi in cui è raccolto.

Gli emigrati arrivano qui già indebitati: per il lungo viaggio, per gli attrezzi di lavoro, per le scorte di viveri necessari a sopravvivere isolati nella foresta. Ci vogliono degli anni per restituire il debito, e finché un seringueiro ha un debito non è libero di cambiare padrone, né lui né i suoi figli. Il lattice viene raccolto durante il giorno e trasformato in borrachas la sera, palle di gomma fatte coagulare a  forza di fuoco e di fumo: le  borrachas devono essere marchiate e vendute solo al proprietario del seringal, che ne trattiene una parte per sé, circa il 30 o il 40 per cento, come “affitto” delle preziose piante. La maggior parte dei seringueiros è analfabeta e quindi quasi nessuno può controllare che i conti siano corretti. Il prezzo della borracha, ovviamente, è stabilito dal seringalista, il quale poi è anche il fornitore degli alimenti e di tutto il resto che serve alle famiglie dei raccoglitori: poiché vivere isolati nella foresta, o a piccoli gruppi,vuol dire anche questo, non avere alternative di negozio e di commercio. E, ovviamente, anche quando si tratta di vendere, a fare il prezzo è il padrone del seringal.

Impossibile non avere debiti, inevitabile vivere sottomessi. È in questa realtà che a 9 anni Chico comincia ad accompagnare il padre nella foresta; a 11 sa già incidere gli alberi e così è in grado di affiancarlo nella raccolta del lattice attraverso le strade di seringa; gli alberi della gomma sono alberi nativi, distanti anche centinaia di metri tra loro, per raggiungerli si aprono sentieri, e ogni seringueiro è custode di queste piste. Non della terra, ma delle piste e degli alberi. Non sarà quindi una lotta per la terra quella che Chico condurrà nella sua vita, ma per gli alberi. Non per la proprietà, ma per l’uso. Un’intuizione che è parte della sua storia e che diventerà un pezzo della storia del Brasile.

Miriam Giovanzana*

* Miriam Giovanzana (1962), giornalista professionista, è tra i fondatori dei mensili Terre di mezzo e Altreconomia, e della fiera Fa’ la cosa giusta!. Ha scritto tra l’altro “Inconsueti giorni. Vita quotidiana ed eroica sul Cammino di Santiago”.

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