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From Santiago to Torino. Orlando a spasso lungo la Spina 3

ottobre 18, 2012 Impressioni di viaggio, Rubriche

Vi ricordate Orlando Manfredi? In arte Duemanosinistra, il cantautore viandante che voleva “salvare il mondo” con le sue canzoni, cercando ispirazione lungo la via per Santiago de Compostela. Forse non è ancora riuscito a salvare il pianeta dalla crisi, ma ha scritto per noi, in quelle settimane, delle bellissime Impressioni di Viaggio“. E poi, rientrato dalla Spagna, le ha rielaborate in uno spettacolo teatrale che al festival Torino Spiritualità ha fatto il tutto esaurito. Oggi Orlando riprende la collaborazione con Greenews.info, per accompagnarci, ogni secondo giovedì del mese, con le sue “divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” in un luogo, ogni volta diverso, che abbia qualcosa da raccontare. Sull’ambiente, sulle persone e gli animali che lo vivono, sulle suggestioni e i ricordi che lo richiamano. Perché l’importante per viaggiare, come dice lui, non è la distanza chilometrica da casa alla quale ci troviamo, ma “l’attraversamento lento dei luoghi e delle loro densità”.

Non ci sono distanze e destinazioni pre-scritte per “pensare coi piedi”: vale tutto, ogni luogo, ogni momento.

Il passo è quel tipo di mobilità elementare che, da che uomo è uomo, costituisce il mezzo e la “misura” del mondo. Certo, le cose ci sono sfuggite un po’ di mano,  e abbiamo finito col considerare i piedi come la più sfigata forma di mobilità, buona per i poeti o per i cardiopatici.

Ma, di questi tempi, le cose sono in via di mutamento e, sotto il boato dei motori e i gas di scarico, prende vigore un nuovo, lento calpestìo.

In questo spazio mensile, andrò componendo “divagazioni-cantautorali-di-mobilità-elementare”. L’importante è l’attraversamento lento dei luoghi e delle loro densità.

E visto che da qualche parte bisogna pur iniziare, decido che camminerò dal punto in cui ho vissuto fino a ieri.

Abitavo in via Pinelli, quartiere San Donato, a Torino, affacciato su quel posto speciale, noto ai bene informati come Piazza Barcellona. Bene informati sono i residenti o i frequentatori assidui, che sanno che la piazza si chiama così, anche se non è mai stato scritto da nessuna parte. A dire il vero, non è mai stato scritto nemmeno che si trattasse di una piazza. E’ semplicemente un dato di fatto.

Dunque, c’era una volta una piazza che non era una piazza. Ma tutti la chiamavano piazza Barcellona. Ditemi voi se questa non è un’attitudine “smart” ante litteram: è il cittadino che, in forma comportamentale e volubile, denomina il luogo del suo vivere quotidiano, e lo fa in una maniera così persistente, da causarne una “promozione” all’interno della viabilità cittadina. Ora quella piazza si chiama davvero piazza Barcellona!

A proposito, c’è un libro delizioso (e consigliatissimo), oggetto di culto di cantautori, musicisti e musicofili, che si chiama “L’ultimo disco dei Mohicani”, nato su questa piazza e scaturito dalla penna del proprietario di Backdoor, il miglior negozio di vinili della città, che campeggia sulla strada, oltre i banchi del mercato. E, guarda caso, in questa spassosissima guida al mondo maniacale dell’ascoltatore di dischi, c’è un capitolo intero dedicato a piazza Barcellona, descritta come solo può fare un suo acuto e divertito abitante, sempre presente.

Qui c’è davvero un’aria irripetibile di melting pot sociale e culturale, in cui si incontrano, si annusano e convivono mondi diversi e opposti, che danno vita a una zona di frontiera (perfetta una colonna sonora dei Calexico), ultimo baluardo della vecchia Torino e porta estrema sul mondo nuovo, la Spina 3.

E’ lì che voglio camminare, chissà perché. Sarà che sono attratto dal nome che mi fa immaginare più un’astronave di Capitan Harlock che una zona urbana. Spina3. Dunque devono esserci anche delle Spine sorelle da qualche parte. Una Spina1 e una Spina2, almeno. Ma quante sono queste Spine?

Mentre da piazza Barcellona mi avvio verso via Livorno, immagino un piccolo sciame di spine, che di notte sorvoli e sorvegli la città (che ha delle spine in carico, come una dannazione e una salvezza). Potrebbe essere anche un bell’esercizio di songwriting ricamarci sopra una canzone. Ma in realtà, ne ho già scritta una che dice “le ali dalle spine: un posto per volare è l’unico per vivere.” Dunque me la sfango così.

Del resto, Torino è una città non tenera, di spine e  di contraddizioni. E Spina3 è il perfetto teatro della contraddizione.

L’immagine convenzionale e un po’ stereotipata della Torino “grigia” e operaia,  immersa nella nebbia e nei fumi – descritta bene da Gianni Amelio in Così ridevano - viene in gran parte da quello che c’era in quest’area fino all’altro ieri.

Spina3 nasce sulle vestigia del primo e più importante polo industriale della storia della città. Qui operavano i grandi stabilimenti industriali della Michelin e della Fiat, l’industria pesante del settore siderurgico e metallurgico, fatta di enormi capannoni per la produzione di rotaie, vagoni, hangar, infrastrutture portuali. Una città Metropolis, diventata fantasma, tra gli anni Ottanta e Novanta, con il decadimento progressivo del comparto industriale. Gli stabilimenti chiusi, una zona di re-inventare.

Spina3 diventa la più grande area di riqualificazione urbana della città. Tra gli anni Novanta e gli anni Zero (del Duemila) si stratifica un enorme cantiere a cielo aperto. I torinesi si ricordano ancora il bordello di quegli anni, la città impossibile da attraversare, la città polvere.

Sì perché l’obbiettivo è davvero ardito: si tenta il complicatissimo esperimento di periferia residenziale sul modello nord-europeo o della Villette di Parigi. Dare un’identità – dunque una centralità – a una periferia rimasta vuota. Intenderla come area di ridefinizione della città intera, tra tessuto post-industriale, edilizia residenziale, commercio e ambiente.

Via Livorno e via Orvieto sono una delle arterie di questa nuova faccia urbana. Mi piazzo su una ciclabile pedonalizzata e cammino. Sì, il Commercio non manca. Alla mia sinistra il Centro Commerciale Dora. Alveare di servizi al consumatore, dove trova posto qualsiasi cosa. Celeberrime catene di fast food, cinema multisala, iperstore e via dicendo. Tutto testimonia a favore di un rapporto domanda-offerta molto ben assistito. Però la periferia come esperimento di suolo pubblico aperto e partecipato non si vede molto, in questa parte della Spina3. Tutta piena di palazzoni seriali, non proprio carini, che sembrano ritagliarsi tanti piccoli spazi, non so se inaccessibili o semplicemente poco invitanti.

A onor del vero, di Spina3 fa parte anche l’ambizioso progetto del Parco Dora, vera scommessa della riqualificazione urbana dell’area industriale. La nota che fa sensazione è che il principale progettista del Parco Dora sia Peter Lastz, autore dell’intero progetto del parco postindustriale della Ruhr, in Germania. La referenza non tradisce le attese. Lo spaccato principale del parco è quello dell’Area Vitali, dal nome delle ex acciaierie. Vive un vuoto urbano pieno di possibilità, tant’è che i frequentatori del parco improvvisano gli sport e le attività più improbabili. Mi siedo contro uno dei tanti pilastri d’acciaio alti trenta metri dello strippaggio e mi immagino come onorerebbero della loro presenza gli Einsturzende Neubauten, pronti a picchiare qualsiasi cosa che sappia di industrial, ricavandone sempre un distillato ispirato.

Ritorno su via Livorno. In lontananza si vedono i bastioni del Ponte Amedeo IX, con le sue antenne rugginose a forma di V che salgono verso il cielo. Siamo di nuovo in Metropolis. Il ponte è bellissimo e segna il transito da un’era industriale ad un’altra post-industriale, che, però, sembrerebbe impegnarsi a non dimenticare la progenitrice.

Alla mia destra lo strano caso dell’Environment Park. Parco Scientifico e Tecnologico a carattere ambientale, sede di un bel Centro Congressi (ma a che servono in fondo i bei centri congressi?), di una piccola centrale idroelettrica che sfrutta le acque del fiume Dora, centro di accoglienza e supporto per tutte le aziende impegnate nel campo della bio-edilizia e dell’architettura eco-compatibile. Figata. Eppure, tira aria di smobilitazione anche qui. Mah. Attraverso la strada e salgo sul tetto dell’Envi Park. Questa è la parte più bella della favola: un tetto come camminamento, aperto ai passi dei cittadini, rivestito di prato ecologico, in un paesaggio  integrato tra fiume, giardino e città. Faccio una corsa, si sa mai che in un futuro prossimo ci togliessero i tetti da calpestare.

Orlando Manfredi

 

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