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Galline che muoiono di morte

aprile 12, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Le abbiamo sempre avute, le galline. Crescevano con me, se non fosse che poi andavano mangiate, e anche i galli. Quando ero piccola non me ne accorgevo: erano tutte simili, con penne, piume e petto grosso, come le mamme che hanno tanti figli. Così, anche se ne spariva una, ce n’era un’altra pronta a sostituirla, e per me erano eterne, le galline immuni alla vecchiaia, alla tristezza e poi alla morte. Un po’ come i conigli.

Mi avevano detto che erano riusciti ad andarsene, a scappare, e adesso erano tutti in giro per il viale, quello con tigli, platani e botton d’oro, i fiori gialli che se li tocchi ti cadono le unghie, o almeno così dicono le nonne per evitare che i nipoti si avvelenino. Mi avevano detto, e io ci avevo creduto, immaginavo tutti quei conigli liberi di vagare come nuvole nel cielo.

Se ne occupavano i miei nonni, di tutte le galline. C’erano quelle grosse, quelle che andavano mangiate. Avevano le piume marroni, aranciate, come quei rossetti color terra. La rete c’era, ma delimitava spazi enormi in cui le galline erano libere di far conversazione e sgranchirsi zampe e collo. A me, a dir la verità, quelle galline enormi facevano impressione: non superavo mai la rete con mia nonna. Lei invece entrava per dar loro da mangiare, con la sottana della gonna tirata su,  piena del mais sbriciolato la mattina. Mio nonno si alzava presto apposta, scendeva giù con i chicchi e il suo martello. Poi s’inginocchiava sul cemento, davanti al garage ma guardando il vento. Apriva fogli di giornale, ci posava sopra i chicchi che parevano denaro. E poi li sbriciolava, con attenzione, lentamente. Io, quando aprivo le finestre, sentivo il battere costante ma pacato del martello sul cemento, e sopra i chicchi che si frantumavano diventando polvere fine, gialla e bianca. Allora uscivo fuori sul balcone, lo guardavo inginocchiato lavorare con pazienza, lo osservavo senza dire niente, non mi poteva sentire e non lo volevo rubare a quel momento. Talvolta mia nonna portava loro pane, quello raffermo lasciato rinvenire in acqua fresca, dentro vecchi barattoli che una volta erano stati pieni di vernice bianca e densa. Io la seguivo tenendomi attaccata alle gambe o ai lembi della gonna, lei si faceva spazio oltre la rete, mi diceva “Vuoi venire?, io facevo di no con la testa. Lei sorrideva, diceva Sono grosse è vero, però io non le ho mai viste far del male. Stanno lì e aspettano che arrivi il cibo, come una festa, come il Natale”.

Della loro morte, era sempre lei ad occuparsene. Aveva imparato giovane, per non farle soffrire bisognava essere decisi, non dubitare. Rischiavi, altrimenti, di colpire male, di farle andare in giro ancora vive ma gocciolanti sangue sul terreno chiaro. Tirava loro il collo, le spiumava, se hai fatto la guerra sai che devi mangiare. Le galline le hai trattate bene, hanno visto terra e sole. Se hai fatto la guerra sai che devi morire, che le galline sono vive il martedì e la domenica le trovi cotte dentro al piatto. Io, la domenica, chiedevo sempre la coscia, quella con più carne senza grasso. Poi, mia nonna, cercava dentro al pentolone cresta e bargigli di uno dei galli. Me li metteva accanto alle patate come un dono, erano morbidi a tal punto che si scioglievano come cioccolato sulla lingua. Quando lo scoprii, che le galline non erano le stesse, non feci storie, non smisi di mangiare. Iniziai, però, a ringraziare, a mangiare consapevole che era stata carne viva, uccisa da qualcuno senza poter nemmeno esitare.

Non tutte le galline, però, venivano mangiate. I miei nonni ne avevano comprate cinque o sei, di quelle piccole, le galline americane, eleganti e colorate come se dipinte. Ce n’erano due nere, scure e buio pece; ce n’erano di pure e bianche, però a me piacevano di più le altre, perché la luce ci si rifletteva sopra e le rendeva lucide come fa la brillantina, mentre il bianco si sporcava. Poi c’era il galletto, nero pure lui, ma con qualche piuma colorata, una decorazione, un trofeo di penne dai riflessi verdi, blu e rossi, come cresta e piccoli bargigli. Avrei potuto tenerle in una mano, ma correvano veloci, correvano ovunque, in mezzo a prato e a margherite. Di sera se ne andavano a dormire  mentre noi ancora cenavamo. Una dopo l’altra, seguendo il gallo padre, salivano sul cedro saltellando sopra i rami. Salivano e salivano, con calma e con destrezza. Salivano fino a raggiungerci, ad appisolarsi all’altezza del secondo piano. I pulcini, quando nascevano, venivano addestrati dalle mamme. Ci mettevano un pochino, le prime volte dormivano più in basso. Poi, però, imparavano.

Loro non le ha uccise mai nessuno. Crescevano, invecchiavano e morivano di morte lenta. Oggi è rimasto solo un gallo. Sale ancora sopra al cedro, però è solo. La sera chiama ancora tutte quante le altre. Io non le sento, ma lui aspetta fino a quando qualcuno non risponde.

La scorsa estate mio nonno ha comprato galline nuove, da sostituire a quelle già mangiate. Gli hanno detto che avrebbero fatto tante uova, grandi, grosse e nutrienti. Erano cinque, quando le ho viste per la prima volta. Ancora pulcini, sembravano avvoltoi. Nude tranne che per un collare di piume opache, si aggiravano frenetiche. “Sono una razza buona, fanno tante uova”. Non gli dissi che mi parevano avvoltoi. Aspettai. Mio nonno lasciò loro spazio, erba, vermi e mais. Una mattina trovò la prima, stesa a terra come uno straccio sporco e rovinato, impigliato nella vita. Poteva capitare, che la più debole morisse. Ma poi successe anche alle altre. Una gonfiò, a dismisura. Come se il cibo di mio nonno azionasse pompe piene di gas elio. Morirono tutte, una dopo l’altra. Le aveva spaventate il cielo, tutto quello spazio. Non erano abituate a cibo vero, ad aria e vento. Vaccinate, nate per le gabbie, per il mangime, morirono sui prati, fra le foglie. Non ci furono uova, solo galline nude, morte, a terra.

Mio nonno, quest’anno, ha già detto che prende le altre, quelle vive che muoiono di morte.

Lucia Gaiotto*

*Allieva Corso di scrittura creativa Scuola Holden, Torino 

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