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Ghiaccio e carbone: in viaggio d’inverno sul Pamir

dicembre 9, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Un reportage di un viaggio lungo 27.500 km in cui si respira la libertà di chi ha scelto di essere viaggiatore, e non turista. La differenza è sostanziale. “Il turista ha molti soldi ma non ha il tempo per goderseli. Il viaggiatore ha tutto il tempo che vuole, ma finanze limitate. Il turista sa che la sua vita cambierà durante il suo viaggio. Il viaggiatore sa che il viaggio cambierà la sua vita. Per sempre”, spiega Mike Soppelsa, autore di “Visto Viaggiare“, da poco pubblicato da DBS Zanetti. Mike Soppelsa è tornato in Italia da Singapore senza staccarsi dal suolo, percorrendo in autostop l’alto-piano himalayano, osservando da un treno sovraffollato le parti più remote della Cina, entrando nei villaggi rurali dell’Asia Centrale, passando per l’Afghanistan e per l’Iran, campeggiando nei villaggi della Turchia e dei Balcani. Un’esperienza meravigliosa che questo libro fa rivivere, tenendo il lettore con il fiato sospeso, facendolo immedesimare, ridere e riflettere con gli aneddoti del viaggio e accompagnandolo in giro per il mondo, lungo l’antica “Via della Seta”. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente”, pubblichiamo un estratto del libro in cui l’autore racconta la sua esperienza sull’Altopiano del Pamir.

Guardando i villaggi sparsi sull’altopiano del Pamir, viene da chiedersi cosa ci faccia la gente lì. Sono posti bellissimi ma non ci sono pascoli, non ci sono alberi; c’è solo qualche rado cespuglio.Vecchi e malandati camioncini trasportano il carbone dal Kirghizistan all’altopiano. Il carbone è l’unica fonte di combustibile reperibile per riscaldare le abitazioni.

Sono partito dal Kirghizistan e dopo una giornata di jeep sono arrivato al piccolo villaggio di Murgab, in Tajikistan, nel bel mezzo dell’altopiano del Pamir. Quando sono arrivato era buio. Nel villaggio non c’era corrente; qualche abitazione era illuminata dalla fioca luce delle lampade a olio. Alcuni avevano il lusso di possedere un piccolo gruppo elettrogeno con il quale alimentare qualche lampadina ed un televisore. Il rumore dei motori a scoppio rimbombava nella valle. L’autista che aveva portato me ed altri sei tagichi da Osh a Murgab, mi ha scaricato di fronte ad una guest house. Quello fra il Kirghizistan e il Tajikistan è stato un facile attraversamento di confine. Il bravo autista portava i miei documenti negli uffici doganali e pagava, senza batter ciglio, le tangenti che gli venivano richieste dai militari. Portare uno straniero è un grosso affare e anche i militari vogliono averne una parte.

Nella guest house mi hanno dato una camera molto accogliente. Il pavimento e il muro erano tappezzati con enormi tappeti persiani che davano un senso di calore solo a guardarli. La signora che gestiva il posto ha caricato con del carbone la piccola stufetta che c’era in camera e mi ha dato qualcosa da mangiare.

La mattina del giorno dopo mi sono svegliato presto, con un gran cerchio alla testa. In camera c’era un gran caldo. La stufetta a carbone aveva consumato tutto l’ossigeno che c’era nella stanza. Mi sono vestito e sono uscito a fare una passeggiata. Non so quanti gradi ci fossero, so che non ho mai sentito un freddo così forte in vita mia. I piedi mi si ghiacciavano dentro gli scarponi e le mani mi si intorpidivano nonostante avessi i guanti. Il vapore che usciva dalla mia bocca si condensava e si ghiacciava sui baffi. Ho resistito ed ho continuato a girare per il villaggio, cercando di non allontanarmi troppo dalla guest house. Il villaggio era congelato, si vedeva solo qualche rara persona di fronte alle piccole case con il tetto piano.

Il fumo del carbone usciva a stento dai comignoli delle abitazioni e sembrava non volesse lasciare il villaggio. Se ne stava lì, riluttante, senza voler alzarsi in cielo ed affrontare il grande freddo. Il villaggio era impregnato dell’odore catramoso e fossile del carbone. Sono rientrato nella guest house ed ho fatto colazione. Il sole sorge verso le otto del mattino. La gente comincia a uscire dalle case verso le dieci, quando il freddo è meno pungente. Sono andato nel piccolo mercato del paese. Volevo comprare dei fazzolettini di carta e del miele ma non ho trovato né l’uno, né l’altro.

Sono stato avvicinato da una ragazza che parlava un buon inglese. Mi ha detto che non aveva mai visto uno straniero in quei posti in pieno inverno. La ragazza, tutta entusiasta, mi ha portato a conoscere la maestra d’inglese del villaggio. La maestra stava pompando l’acqua da un pozzo. Mentre la ragazza l’aiutava a portare i secchi d’acqua, la maestra mi ha proposto di venire come ospite alla lezione che si teneva nel pomeriggio.[…]

Il giorno seguente, Soliboi è arrivato puntualissimo. Mi ha riservato il “posto d’onore” a lato guida. Siamo andati a prendere gli altri passeggeri e siamo partiti. Fra i bagagli dei passeggeri c’era anche un montone. L’hanno messo in un sacco, l’hanno inscatolato e l’hanno messo sul tetto della jeep. Il montone doveva esserci abituato; non ha opposto la minima resistenza. Doveva essere un montone viaggiatore tanto che si lamentava solo quando ci fermavamo per qualche sosta; mentre viaggiavamo se ne stava beato sul tetto della jeep ad osservare il paesaggio.

Quando siamo arrivati sul Passo di Koi-Tezek a quasi 4.300 metri di quota, ho finalmente capito perché il Pamir viene chiamato il “tetto del mondo”. L’impressione è proprio quello di trovarsi sopra al tetto di un’abitazione in una grande città. Le alte montagne circostanti sono come alti grattacieli e l’altopiano è come il tetto piano di una casa. Se si guarda oltre l’Altopiano, le profonde valli scavate dai ghiacciai e dai corsi d’acqua ricordano le strade e i viali di una città.Abbiamo passato due checkpoint. Soliboi, ad ogni posto di controllo, portava tutti i nostri documenti ed una forma di pane per ingraziarsi le guardie tagiche.

Siamo arrivati a Khorog verso sera. Soliboi mi ha accompagnato ad una guest house. Una delle più economiche e popolari di Khorog. Said, il gestore, mi ha detto che d’estate ospitano cinquanta, sessanta turisti provenienti da tutto il mondo. L’ultimo turista che avevano ospitato, però, era passato di lì un mese prima. Said, ancora incredulo, mi ha chiesto cosa ci facevo lì in pieno inverno. Ho cercato di spiegargli che io non sono un turista; sono un viaggiatore. Il viaggiatore non segue le stagioni; segue il suo cuore e il suo istinto.

Mike Soppelsa*

* Diplomatosi nel 2006 presso l’Istituto minerario di Agordo (Belluno), presto comincia a lavorare come minatore nelle gallerie dell’Alto Adige. Dopo cinque anni di lavoro, pensa che sia venuto il momento di rifarsi di quegli anni vissuti nel buio delle gallerie. Per questo decide di trasformare quello che aveva guadagnato in “luce”, attraverso nuove esperienze e nuove emozioni. L’investimento più ovvio era quello del viaggio.

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