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Giona degli Alberi: la bellezza necessaria del parco di villa Pesenti-Agliardi

febbraio 5, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Mentre oggi ci apprestiamo a pubblicare un nuovo episodio della serie “Giona degli Alberi“, del cercatore di alberi monumentali Tiziano Fratus, entra in vigore – con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale – la nuova legge sugli spazi verdi urbani, che prevede, tra le altre disposizioni, il censimento degli alberi monumentali da parte dei Comuni e l’istituzione, in forma permanente, della Giornata Nazionale degli Alberi il 21 novembre. I Comuni, da oggi, dovranno rispettare standard minimi in materia di verde pubblico per abitante e adottare misure per favorire la creazione, intorno alle città, di “cinture verdi”. Chi danneggerà o abbatterà alberi monumentali sarà punito con sanzioni fino a 100.000 euro.

La maggiore sequoia della bergamasca se ne sta in località Sombreno, nel parco della storica villa Pesenti-Agliardi, uno dei più belli della Lombardia. Qui sono a dimora diversi alberi secolari e la sequoia gigante che i curatori del libro “I grandi Alberi. Monumenti vegetali della terra bergamasca segnalano con 653 cm di circonferenza del tronco e un’altezza di venticinque metri. Nel volume esiste una sezione dal titolo “Storia d’un giardino: 200 anni tra immagini sognate e immagini reali”, a cura di Gian Paolo Agliardi, discendente dei fondatori della villa. E’ interessante ripercorrere lo sviluppo del parco attraverso i documenti iconografici di fine Settecento e Ottocento, e poi incontrare le vecchie foto d’inizio Novecento. Mi (ri)sento per alcuni istanti l’Orlando di Virginia Woolf che attraversa i secoli e invecchia d’un solo giorno. Sei scatti del 1883 rivelano la presenza di giovani esemplari di Wellingtonia, il nome che allora veniva usato per le sequoie giganti, il che smentisce la credenza che il parco fosse stato realizzato a partire dal 1830 mentre s’è compreso che i lavori di messa a dimora degli alberi iniziano nel corso di quattro decenni dopo. Le sequoie presenti dovrebbero avere circa centotrenta, centotrentacinque anni.

Approdo sulle sponde di Paladina, nella Lombardia della provincia pianeggiante fatta di casette, lavoro e famiglie mediamente infelici. Ogni tanto mi domando se tutto questo migrare, setacciare, annusare e descrivere abbia un senso, una reale giustificazione, oltre all’inquietudine, se questa fucina che non ha riposo, che sforna libri e progetti sia ragionevole o meno. Quello che faccio è parte di un movimento declinato al plurale? O si tratta della vecchia autoterapia?

Mi rendo conto del problema soltanto arrivato sotto il muro di cinta della proprietà. Ero completamente persuaso che la villa e il parco fossero aperti al pubblico, contrariamente a quanto invece ora constato. Guardo l’orologio, lo estraggo dal taschino della giacca: ore 12.17. Un orario davvero infelice per suonare a casa della gente. Lancio uno sguardo attraverso un cancello laterale, vedo la base del cedro del Libano secolare, un’isola di cipressi di Lawson al centro del parco, tassi, tigli, carpini. Dopo un paio di profondi respiri suono, l’eco della voce di una donna si fa avanti dal citofono gracchiante. Mi presento, mi spiego, rido un po’ per far intendere qualche assaggio di sbadataggine, in genere le donne sono commosse dalla fragilità. Il cancello si apre. Il parco si estende per sei ettari e ospita vari alberi secolari quali farnie, faggi e un liriodendro. Lasciandosi l’edificio alle spalle si procede sulla sinistra e si arriva alla prima delle quattro sequoie giganti, la maggiore per dimensione del tronco. Le altre tre si trovano dalla parte opposta del sentiero che interseca la stradina appena percorsa. Un fulmine ha colpito due delle tre sequoie, spezzandone la punta.

La sequoia solitaria ha un ramo che nasce a poche decine di centimetri di altezza e poi striscia a terra. Parte della chioma arriva fino alla base in direzione est. E’ la più alta, circa 24-25 metri di altezza. Circonferenza del tronco: 670 cm. Delle altre tre, quella più lontana e più prossima al grande cedro, è malata: oltre ad essere seccata, in alto, dopo il trauma del fulmine, presenta una base scortecciata con durame marcescente. 575 cm di circonferenza del tronco, altezza quattordici metri soltanto. Quella accanto, la mediana, misura soltanto 438 cm, è alta circa 18 metri. La più spettacolare è quella a sinistra, la chioma radiante, con un bel tronco a nord ricoperto di muschi e da edere. 698 cm di circonferenza del tronco, che è a forma ovale, mentre alla base supera i dieci metri. Alta circa venti metri. I coni che si trovano a terra sono piccoli, lunghi quattro centimetri.

Arriva un conte Agliardi, due fratelli con rispettive consorti abitano la villa. E’ molto gentile. Racconta che nel 1875 muore l’ultimo dei Pesenti, i primi proprietari, succedono gli Agliardi che decidono la trasformazione del giardino utile, coltivato prevalentemente ad agrumi e frutta – c’era di fatti una lunga limonaia che correva nella parte orientale – a parco decorativo, mettendo a dimora il cedro atlantica, i cedri deodara che sono morti alcuni anni fa, i cedri dell’Atlante e altre essenze, fra cui queste sequoie che quindi dovrebbe risalire al quinquennio 1875-1880. Negli ultimi anni, dice il Conte, la temperatura media è salita, di fatti si sono moltiplicati i lauri e la canfora che moriva ogni due o tre anni ora cresce rigogliosa. Il Cedro del Libano monumentale: 720 cm di circonferenza del tronco a petto d’uomo. E’ uno degli esemplari più noti del parco e della provincia. Non è un esemplare altissimo ma sostare sotto le sue fronde orizzontali è molto gradevole e rassicurante. Quante attività si potrebbero realizzare in un posto del genere.

Mi sono rilassato, come sempre accade dopo una visita agli alberi secolari. Le nubi che si addensavano nel mio piccolo mondo si sono dissolte. La bellezza è utile, anzi, necessaria.

Prima di risalire sull’auto noto un gruppo di uccelli “africani”, bianchi e neri, grossi come dei polli ma più eleganti e con un insolito becco a mezzaluna, nero. Probabilmente fanno parte della fauna che vive al Parco Faunistico Le Cornelle, a pochi chilometri da qui, dove mio padre mi portava da bambino, a vedere le tigri, le giraffe, i babbuini. Ricordi dorati come quei pomeriggi sul tardi, quando il sole attende di calare, sembra rallentare, quasi fermarsi, e irraggia il paesaggio di un colore magnifico, un’intensità emotiva, che mette tutto a posto, per sempre. Tornato a casa mi avventuro nella ricerca del nome di specie di questi uccelli, viene fuori il Mestolone australiano, che è davvero un nome impensabile. Mi fa sorridere… vedo la foto ma non è quello giusto.

Tiziano Fratus

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