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Giornata Mondiale dell’Ambiente: breve ritratto (incompiuto) dell’Italia ai tempi della crisi

giugno 5, 2013 Off the Green, Rubriche

La Giornata Mondiale dell’Ambiente, istituita dalle Nazioni Unite nel lontano 1972, si presta sempre bene ad ospitare, sui media, riflessioni sullo stato di avanzamento delle politiche di settore, il mutamento della sensibilità pubblica e l’evoluzione della cosiddetta green economy. Dati e analisi interessanti, ampiamente disponibili in rete, talvolta con approfondimenti locali di eccezionale ricchezza, come nel caso del Rapporto IRES 2013 sull’economia verde in Piemonte. Ma per la nostra testata è un momento particolarmente appropriato anche per le impressioni a caldo, in quanto cade, ogni anno, nei giorni immediatamente successivi al Workshop IMAGE, un piccolo osservatorio che ci consente una visuale privilegiata, grazie a due intense giornate di confronto con gli operatori del settore (imprese, pubbliche amministrazioni, centri di ricerca, associazioni) e con tutti gli altri stakeholders.

Qual è dunque il ritratto dell’Italia “verde” che si delinea a metà del 2013? Difficile ricomporlo in poche battute, ma è senz’altro utile evidenziare alcuni elementi chiave.

Partiamo dai casi Ilva e Eternit. La settimana è iniziata, al Tribunale di Torino, con la condanna in appello del magnate svizzero dell’amianto Stephan Schmidheiny a 18 anni di reclusione per disastro doloso, due in più rispetto alla sentenza di primo grado. Come ha ricordato Raffaele Guariniello, «non è che uno sia mai contento delle sentenze di condanna, ma questa è un grande messaggio lanciato al nostro Paese e ai Paesi di tutto il mondo». Lo è veramente. In un momento di slancio lirico il severo pm torinese l’ha addirittura definita «un inno alla vita, un sogno di giustizia che si avvera», augurandosi che qualcosa di simile succeda anche a Taranto, con evidente riferimento all’altro grande caso industriale e giudiziario del momento, l’Ilva. L’acciaieria della famiglia Riva è stata commissariata ieri dal Governo, a seguito di un Consiglio dei Ministri convocato d’urgenza per sbloccare la situazione di stallo determinata dal sequestro preventivo di beni per 8,1 miliardi di euro disposto dal gip Patrizia Todisco nei confronti della capogruppo Riva Fire.

Perché questi due casi, al di là della cronaca giudiziaria, sono così importanti? Perché segnano un mutamento di tendenza, una conquista da “paese civile” finora praticamente inapplicata in Italia: la scelta tra lavoro e tutela dell’ambiente non può essere un’opzione. Le due condizioni non sono antagoniste ma, al contrario, devono (per legge, per questo sono intervenuti i magistrati) necessariamente coesistere. Il messaggio agli industriali è chiaro: scordatevi l’immunità “per ragioni occupazionali”, per troppo tempo garantita da partiti di qualsiasi colore politico e magistrati compiacenti. Chi inquina chiude e deve pagare. Sacrosanto, lineare, indiscutibile. Sembra incredibile doverlo ancora ricordare e stupirsi dell’applicazione di questo principio cardine del diritto ambientale nel 2013.

Eppure, spiace rilevarlo, ma l’umore del Paese, della “base produttiva” e sociale, non sembra affatto allineato a queste conquiste di civiltà. La sensazione, parlando con molti amministratori pubblici e imprenditori, è che siano ancora fermi all’idea che “in tempi di crisi non c’è spazio per queste finezze ambientali”, che la green economy sia qualcosa di nicchia, per pochi “radical ecochic” o ambientalisti estremisti. No signori, è proprio in un momento di crisi come quello attuale che la green economy può risolvere molti problemi e diventare economy tout court, come spesso si è invocato. Non sembra esserci nessun’altra valida alternativa: o si cambia il modello produttivo consumistico e lo si adegua alle sfide della sostenibilità ambientale o la crisi (economica, ambientale, sociale) sarà sempre più grave.

Una delle parole chiave dovrebbe essere: riconversione. Come scriveva Salvatore Cannavò sul Fatto Quotidiano un anno fa, in un bell’articolo dal titolo “Dalla Ruhr a Bilbao: le città che hanno detto basta all’inquinamento“, «a Dortdumnd c’è il Museo della Birra, a Duisburg un grande parco naturale costruito sulle ceneri dell’acciaieria. A Pittsburgh va forte il settore biomedico mentre a Bilbao è stato costruito il Guggenheim, tra i musei più importanti al mondo». «Non sappiamo – continuava Cannavò – se l’Ilva possa essere davvero riqualificata, ma in giro per il mondo le esperienze non mancano». Forse è vero, l’Ilva non potrà mai ospitare gli Uffizi (mai dire mai), ma pensare che gli operai possano essere pagati per bonificare e adeguare l’impianto alle best available tecnologies, per ridurre l’impatto ambientale della produzione siderurgica non è fantascienza, ma pragmatico buon senso.

Di riconversione e recupero di siti industriali dismessi, sviluppo urbanistico sostenibile, riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, a Torino ne abbiamo parlato per un’intera settimana, in occasione del Festival Architettura in Città, degli Smart City Days e del nostro Workshop IMAGE dedicato al “green building”. Sul palco di IMAGE sono saliti i tre assessori con delega smart city di Torino, Genova e Milano, per firmare un protocollo d’intesa e collaborazione in qualche modo “storico” tra le tre città dell’ex triangolo industriale d’Italia. Ma la sfasatura che si percepisce tra l’avanguardia e la retroguardia è ancora enorme, tra quanti (ancora pochi) si occupano concretamente di questi temi e della fattibilità dei progetti e quello sterminato esercito di imprese – grandi, medie, ma soprattutto piccole – di un’edilizia in piena crisi di identità (e liquidità) che non riesce a capire che l’architettura sostenibile, la bioedilizia e l’efficientamento energetico e ambientale sono un’opportunità (l’unica a ad oggi, grazie anche all’Unione Europea) di sviluppo e crescita e non un onere da tollerare forzatamente. L’edilizia squallida, a basso costo e di infima qualità che ha arricchito pochi, devastato il Paese e divorato terreni fertili cementificando il suolo non ha più (e non deve avere) futuro, mettetevelo bene in testa, cari impresari! Tornate a studiare, non sui libri, ma in cantiere, sui materiali naturali, imparate dai vostri nonni a fare un muro in mattoni, a posare la calce, utilizzare la paglia, il legno: questo è il ritorno al “futuro sostenibile”, che abbiamo cercato di raccontare e far toccare con mano nei giorni scorsi alle OGR. Non è possibile (esperienza personale) che le uniche proposte per la ristrutturazione di un rustico ottocentesco che ho ricevuto in sei mesi parlino di demolizioni e muraglie cinesi in cemento armato! E’questo il massimo di innovazione di cui siamo capaci in un momento di crisi?

Anche i committenti ora non hanno più scuse: con una detrazione fiscale per l’efficienza energetica innalzata al 65% ed estesa, per i privati, fino a fine anno (insieme al 50% per le ristrutturazioni) il momento è quanto mai proficuo per chi intende recuperare e ottimizzare l’esistente recuperando parte dell’investimento e contribuendo alla ripresa di un settore di peso nell’economia italiana.

Il tema di questo WED 2013 è pero il cibo e la lotta allo spreco e non voglio tralasciarlo. Secondo i dati diffusi dalla FAO e dall’UNEP nel mondo viene sprecato (gettandolo nell’immondizia) un terzo della produzione agroalimentare. E il nostro Paese, quando si tratta di classifiche negative, registra sempre un buon piazzamento. Questi 1,3 miliardi di tonnellate di derrate alimentari, del valore di 1.000 miliardi di dollari, sarebbero sufficienti a nutrire gli 870 milioni di persone che ogni giorno rischiano di morire di fame. UNEP e FAO fanno notare come sia paradossale che uno spreco di questa entità, senza precedenti storici, avvenga proprio in un’epoca che vanta le più avanzate tecnologie per la conservazione del cibo e hanno raccolto in un sito una rassegna dei metodi tradizionali con cui venivano conservati gli alimenti. Già l’esercito di Gengis Khan disponeva di una tecnica per essiccare cosi’ tanto la carne da far ridurre una mucca alle dimensioni di un pugno, mentre gli Inuit erano soliti preparare il Kiviak-a facendo fermentare la carne di un piccolo uccello marino all’interno di un sacco di pelle di foca. Nihil sub sole novum, dunque, come nel caso della bioedilizia. ”Ridurre il cibo sprecato e’ una sfida economica, etica e ambientale. Uno dei modi e’ guardare a come culture meno ‘sprecone’ danno valore a ogni singolo boccone, e valutare come imitarle”, ha osservato il direttore generale dell’UNEP, Achim Steiner.

Sarebbe poi importante, anche nel cibo di nuova produzione, farsi una ragione del fatto che l‘unico modo di fare agricoltura a ridotto (quasi nullo) impatto ambientale è quello biologico e biodinamico e certificarsi, per offrire una garanzia tangibile al consumatore, smettendola di inventarsi protocolli “fai-da-te” accompagnati da seducenti quanto vuoti aggettivi, come nel caso del vino “libero”, del cibo “vero” ecc. Nella mia incapacità generale di comprendere la politica italiana non riesco, ad esempio, a spiegarmi come Matteo Renzi, idolatrato come il futuro salvatore della patria, possa spaziare serenamente da Farinetti a Briatore agli Amici di Maria De Filippi e continuare ad essere indicato, da molti, come un riferimento per lo “sviluppo sostenibile”. Non tutti i suoi concittadini sembrano d’accordo, almeno sulla mobilità, come raccontava Radiobici un mesetto fa.

Comunque, politici e amministratori a parte, oggi a Firenze si parla di “Investimenti per un Rinascimento Verde” e a Torino il 16° Festival Cinemambiente chiude con il bel film di Markus Imhoof “Un mondo in pericolo. More then Honey“. L’importante è non mollare la presa, proprio adesso che siamo sulla via della transizione, e ricordarsi che, come dicevano i latini, gutta cavat lapidem.

Andrea Gandiglio

 

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