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Grande Saggio Albero

maggio 10, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Non è un bel nome, Pino. Mio zio si chiamava Pino. Ho sempre pensato che fosse un nome grigio, scialbo, di gente che si riempie di rughe nei primi anni di vita. Che poi è un diminutivo, di cosa non si sa bene, Giuseppe, Giuseppino, Pino, come l’evoluzione dalle amebe alle giraffe, solo che qui è un’evoluzione all’incontrario, perché va sempre peggio. Per questo mi piacciono di più gli abeti, per il nome. La differenza l’ho scoperta da poco, dipende dagli aghi, da quanti sono e da come si dispongono, una volta li distinguevo solamente perché gli abeti si addobbano a Natale e i pini restano spogli. Comunque, davanti a casa mia c’è un pino. Un grande pino. Un pino enorme. Mi sarebbe piaciuto fosse un abete, se lo dici ad alta voce è verde scuro, con un po’ di neve, e non ha niente a che fare con mio zio; forse è anche per questo che gli ho cambiato il nome.

Quando ero piccola andavo sempre da lui. Adesso parlerebbero di un amico immaginario, una fantasia che compensava solitudini. Direbbero che, crescendo, sono guarita. Io non credo. Mi manca parlargli, anche se era solo la mia mente a cambiare voce.

- Mamma, scendo.

- Dove vai?

- Da Grande Saggio Albero.

Non so di chi fosse stata l’idea, mamma mi assecondava sempre, in questi casi, perciò è probabile fosse stata sua. E poi io non sono mai stata brava a dare nomi. In ogni caso, per me è sempre stato Grande Saggio Albero con tre maiuscole e la corteccia argento. La gente prega gli angeli, a volte qualche dio. Io pregavo un albero. Era più alto di papà, più alto di casa mia. Aveva rami come tronchi, alla base, e se piangevo piangeva anche lui. Erano lacrime dense, ambrate e appiccicose, e se lo accarezzavo per consolarlo mi rimanevano attaccate alle dita. A volte anche ai capelli. Una volta mamma dovette tagliarmi ciocche intere talmente il suo pianto mi si era appiccicato addosso. Lo toccavo spesso, premevo il palmo sul suo ventre, sentivo che capiva, che mi regalava forza, un po’ della sua, immensa. Arrivava dal centro della terra, dove è tutto troppo pesante per poter volare, ma si irradiava fin nel cielo sotto forma di respiri verdi e azzurri.

- Mamma, scendo.

- Salutamelo.

Non ricordo quando è stata l’ultima volta che mi ha parlato. Forse non ha mai smesso, forse sono io che ho smesso di ascoltarlo. Lo vedo tutti i giorni dalla finestra. Quando c’è vento dondola, agita i rami. Se piove sembra quasi ti minacci, è arrabbiato perché nessuno va più a trovarlo.

Tempo fa un tizio ha detto che dovremmo potarlo, pende troppo verso destra. Ha cercato la luce, ha spostato i rami. Si è un po’ ingobbito, l’età.

Ma ancora non cade. Resiste, mi guarda crescere. E sarà ancora lì, quando io diventerò terra umida. Sarà lui a trasformarmi in respiri verdi e azzurri.

Anni fa abbiamo scoperto che, oltre a non essere un abete, non è nemmeno un pino. Un cedro, dicono. Si sbagliano anche loro. Grande Saggio Albero non ha nomi.

Lucia Gaiotto

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