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Gualazzini, il fotografo delle miniere di coltan

Nato a Parma nel 1976, Marco Gualazzini ha iniziato la sua carriera come fotografo nel 2004,  come collaboratore de La Gazzetta di Parma. I suoi lavori più recenti includono la fotografia di reportage sulla microfinanza in India, sui media in Laos, nonché sulla discriminazione dei cristiani in Pakistan. I suoi reportage sono usciti su pubblicazioni nazionali e internazionali, tra cui Internazionale, Io Donna, L’Espresso, M (Le Monde), Newsweek Giappone, Sette (Corriere della Sera), The New York Times e Vanity Fair tra gli altri. Nel 2013 Gualazzini ha vinto il Getty Images Grant per il suo servizio sulla regione Kivu nel Congo e nello stesso anno ha vinto il Premio giornalistico Marco Lucheta- Miran Hrovatin. Dal 2012 Marco collabora con il New York Times e L’Espresso, che ha recentemente pubblicato il suo servizio su Haiti cinque anni dopo il terremoto che fece più di 200 mila morti e le foto scattate nella zona nord del Congo, dove si trovano le miniere di coltan controllate da bande armate, tratte dal servizio premiato con il Getty Images Grant.

D) Gualazzini, come è nata la sua passione per l’Africa? Perché ha deciso di raccontarla con le sue fotografie?

R) Casualmente. Accompagnai una ragazza che frequentavo al tempo, che faceva la fotografa, in Etiopia perché era stata ingaggiata per fare un libretto per una Ong. So che quando vidi il primo tramonto avvolgere Addis Abeba dal settimo piano del Globe Hotel, ne rimasi folgorato. Fu di quel primo istante la decisione di tornarci.

D) Fa questo mestiere da diversi anni, dal punto di vista ambientale come ha notato cambiare i paesaggi che ha visitato?

R) I posti dove sono stato, e dove ho avuto la fortuna di tornare, sono in continua evoluzione. Da un anno all’altro si riconoscono a stento. Non sempre progrediscono. Non sempre peggiorano. Sono spesso fluttuanti, il loro andamento è aleatorio, così come il più delle volte, aleatoria è la loro situazione politica, o di pace. Il territorio si adegua agli umori degli uomini

D) Nelle storie che racconta c’è denuncia sociale: quanto parla anche di ambiente?

R) Racconto situazioni. Le situazioni sono composte da molteplici elementi: l’uomo, il civile, il profugo, il soldato, il ribelle. Tutti questi personaggi si muovono in ambienti. L’ambiente diventa il fil rouge delle loro vite, delle loro storie.

D) Ha mai pensato di dedicare un servizio specifico alle tematiche ambientali?

R) Mi sono dedicato al problema del coltan

D) Qual è il suo rapporto personale con l’ambiente?

R) Mi divido tra la campagna e Parma, che è una città a misura d’uomo. La campagna, la natura, camminarci in mezzo, mi rilassa, mi libera la mente. Le mie azioni per rispettarla sono quelle di qualunque cittadino medio: faccio raccolta differenziata, spengo la macchina quando non è necessaria tenerla accesa. Piccole cose, ma fondamentali.

D) Può darci una definizione di ambiente dal punto di vista di fotografo?

R) L’ambiente, per me come fotografo, è il palcoscenico dove si muovono i protagonisti delle storie che racconto.

D) Che cosa le hanno insegnato i suoi viaggi dal punto di vista umano e ambientale?

R) Ho imparato che esistono mondi paralleli. Nonostante le centinaia di migliaia di immagini o racconti che li studiano, li setacciano, li capovolgono da capo a piedi per cercare di capirli, non c’è nulla da fare. I soggetti dell’uno o dell’altro mondo non potranno mai capire, forse neppure immaginare, cosa ci sia fuori dal loro giardino.

D) Qual è il paese in cui ha riscontrato il maggior rispetto per l’ambiente, la migliore comunione con la natura?

R) Direi il Congo, anche se poi forse non è proprio così. La natura, rigogliosa e straordinaria, a volte diventa madre matrigna nel senso leopardiano: fagocita e rigurgita l’uomo che la venera.

D) C’è un servizio che vorrebbe realizzare a cui tiene particolarmente?

R) Ah, tanti. Vorrei tornare in Somalia, andare in Darfur… la lista è lunga!

D) Quanto pensa che la costruzione di una coscienza ambientale rientri fra i compiti che un personaggio pubblico debba assolvere?

R) Io non mi ritengo un personaggio pubblico, faccio il mio mestiere. Tento di farlo al meglio e di scegliere tematiche che abbiano la dignità di essere raccontate. La coscienza ambientale penso debba rientrare in una coscienza più ampia, collettiva, di rispetto, uguaglianza e pace.

Daniela Falchero

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