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I crimini dei bracconieri vengono sempre alla luce, anche se non c’è luna

dicembre 18, 2012 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Con il racconto “Anche se non c’è la luna” di Giovanni Contarino, vincitore a parimerito nella Sezione Racconti Adulti, prosegue la pubblicazione dei testi premiati nella prima edizione del concorso letterario su tema naturalistico “Michele Lessona”.

Le ricerche erano in corso, quando la campana della chiesa del villaggio batté le sei. Il sole abbandonava la valle e la montagna porgeva la sua ombra ai tetti delle case.

Guardie forestali e uomini del paese setacciavano da alcune ore il bosco, là dove la luce del sole lotta ogni giorno per farsi spazio tra gli alberi secolari.

Elia era andato col padre di mattina presto a mettere in ordine il deposito degli attrezzi, una cascina che si trovava in prossimità del bosco, a circa trecento metri dalla loro casa. Di lì poi si era allontanato.

“E non è ancora tornato”. Questo aveva detto suo padre agli uomini della forestale, mentre teneva per mano la moglie che guardava la montagna in silenzio.

“Non capisco perché la gente non viene mai quassù. Se lo facesse ci sarebbero meno persone arrabbiate in giro e il mio papà non dovrebbe litigare con tutti nel negozio. Invece stanno tutti a casa a guardare la tivù e a bere vino, poi escono e si mettono a parlare di quello che ha fatto o non ha fatto la figlia di quello o di quell’altro e litigano, litigano, litigano tutti. Che palle. Che ne dici, Goccia? Non ho ragione? Qua è bellissimo. Certo, dirai, infatti l’hai scelto come casa tua. Chissà da quanto tempo sei qua. Anche tu sei bellissimo, sai? Non avevo mai visto così da vicino un animale come te e anche se te ne stai su quella roccia così distante, sei comunque più vicino di quanto io non sia mai stato a un lupo.

Come va lassù? Cosa vedi da lì? Io da qui vedo il villaggio, vedo il tetto di casa mia e la piazza dove vado a giocare. Certo a quest’ora saranno tutti preoccupati, ma non è la prima volta che sparisco per un paio d’ore. Poi torno, lo sanno. Sono grande ormai, ho dodici anni e mezzo e so cavarmela perfettamente.

Goccia, dai, perché non vieni più vicino? Lo so che per te è già tanto avvicinarti così, però dai, vieni più vicino, dai. Non ti faccio niente.

E pensare che secondo le favole, che mi raccontavano da piccolo, dovrei essere io ad avere paura di te. Dai, Goccia, vieni qui, ti do un po’ di pane. Lo so, lo so che tu vuoi la carne, però quella non ce l’ho. Avevo un po’ di salame nel panino e te l’ho già tirato, ma tu non l’hai voluto. Dai, Goccia. Siamo amici, vero?”

La campana aveva appena battuto le nove, quando una guardia forestale, attraversando una radura sotto la luce della luna, notò qualcosa di strano vicino a una grande roccia e trovò, nascosto sotto degli arbusti, il corpo di Elia. Vicino a lui c’erano due rami spezzati, macchiati di sangue, e più a destra il suo berretto. Un solco mostrava che il corpo era stato trascinato per qualche metro e tutto intorno furono individuati due tipi diversi di impronte  adulte.

All’ingresso della radura c’erano brandelli di stoffa, probabilmente di pantaloni, e un guanto mezzo coperto dalle foglie. Vicino a quello un paio di cartucce.

“Ok, Goccia. Dimmi che sabato prossimo ti troverò di nuovo lì, su quella roccia, promettimelo. Ti porterò una bistecca e io mangerò un panino, così pranzeremo insieme. Siamo amici io e te. Ci conto. Adesso vado a casa, ho una gran fame e nessuna voglia di sentire i rimproveri della Mamma. Papà se ne sarà già  beccato qualcuno, tipo che non mi ha tenuto d’occhio, che mi ha permesso di allontanarmi, ecc. Lo sai come sono le mamme, no? Anche tu l’hai avuta una mamma. Chissà se ti rimproverava. Aveva la stessa macchia a forma di goccia, che hai tu sul muso? Magari ce l’aveva tuo padre. Anche io e mio padre abbiamo una cosa in comune, questa fossetta sul mento. La vedi? Ce l’aveva anche mio nonno.

Goccia, me lo fai un regalo? Mi fai un bell’ululato anche se non c’è la luna? Dai, ulula, Goccia. Dai! Così, Goccia, uuuuuuuuu! Così!”

Passarono quattro giorni prima che i due assassini venissero arrestati, grazie al ritrovamento del corpo di un lupo nella cantina della casa di uno dei due e dei pantaloni dell’altro in un cassonetto. In paese si diceva che erano anni che cercavano di incastrarli, perché avevano ucciso almeno una trentina di lupi, ma nessuno era mai riuscito a beccarli con le mani nel sacco. Per prenderli c’era voluto Elia, che quella mattina si era trovato nel punto mediano fra l’errore partorito dalla canna del loro fucile e il muso bianco del suo amico.

Giovanni Contarino

 

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