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I profughi delle catastrofi climatiche. Intervista a Michael Nash

Per quasi un anno il regista Michael Nash ha viaggiato in oltre 40 paesi in tutto il mondo intervistando decine di persone per fare luce sulle conseguenze umanitarie dei cambiamenti climatici. Il risultato di questa ricerca e’ “Climate Refugees”, un documentario che affronta la drammatica situazione di milioni di persone costrette ad abbandonare la propria terra a causa di catastrofi ambientali sempre più gravi e numerose dovute ai cambiamenti climatici. Siccità, innalzamento del livello del mare e i sempre più frequenti uragani e inondazioni sono fenomeni che stanno incrementando la migrazione globale e creando conflitti.

Il film e’ stato presentato al Sundance Festival nel 2010 ed e’ stato l’unico film ad essere proiettato alla Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici a Copenaghen.

Greenews.info lo ha incontrato al Social Change Film Festival a Bali, Indonesia, dove il documentario e’ stato tra gli 8 documentari selezionati.

D) Michael, cosa ti ha spinto a girare questo documentario?

R) Ho fatto questo film per quegli americani che non credono che l’uomo sia la causa dei cambiamenti climatici. Volevo sollecitare un dialogo tra la destra e la sinistra perché per ora,  meta’ della popolazione americana non crede che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo, e questo perché negli Stati Uniti c’è stata molta propaganda e sono stati diffusi diversi testi che affermano questa tesi piuttosto che studi che il contrario.

D) Sei rimasto sorpreso da quello che hai scoperto mentre lavoravi al documentario?

R) Quando ho cominciato a lavorare su questo film non pensavo che la catastrofe fosse cosi’ imminente. Pensavo che i cambiamenti climatici si sarebbero avvertiti in modo tangibile e visibile tra 50, 100 anni. Invece, dopo aver visitato 47 paesi e aver parlato con pescatori, contadini, professori e scienziati in tutto il mondo mi sono reso conto che gli effetti dei cambiamenti climatici si avvertono già oggi. Nessuno può affermare che non stia succedendo niente; sta succedendo e decine di milioni di persone nel mondo oggi ne stanno già patendo le conseguenze.

D) Qual e’ il livello di consapevolezza delle istituzioni negli Stati Uniti?

R) Non avevo mai associato le parole “clima” e “guerra”. Poi, intervistando dei rappresentanti del Pentagono, ho scoperto che nel 2004 il Pentagono ha cominciato ad assumere persone che si occupassero delle implicazioni dei cambiamenti climatici sulla sicurezza nazionale. E la conclusione dei militari con cui ho parlato e’ che saremo coinvolti in guerre “climatiche” nel giro dei prossimi vent’anni.  Tuttavia, questa consapevolezza e’ per ora solo avvertita a livello dei rischi per la sicurezza nazionale. Il lato ecologico e sostenibile non e’ ancora preso in considerazione. Nonostante gravi catastrofi quali l’uragano Katrina e lo sversamento di petrolio nel Golfo (ai quali si è aggiunto, nei giorni scorsi l’uragano in Alabama, N.d.R.), negli Stati Uniti non e’ ancora stato fatto nessun passo legislativo in questo senso. Siamo molto indietro, ma non ce lo possiamo permettere perché il resto del mondo si sta rendendo conto dell’urgenza del problema e sta prendendo provvedimenti, vedi l’Europa.

D) Le persone hanno sempre migrato per questioni ambientali, economiche o politico-religiose e ci sono sempre state guerre per le risorse. Qual e’ la differenza con i profughi di cui tratta “Climate Refugees”?

R) Certo, è vero, ma non a questi livelli. Se nel mondo ci fossero solo un miliardo di persone, oggi non si parlerebbe delle conseguenze umanitarie dei cambiamenti climatici. Ma e’ lo scontro di fattori quali il consumo eccessivo, la sovrappopolazione e la mancanza di risorse in un clima in via di cambiamento a causare la migrazione massiccia di milioni di persone. Le persone si sono sempre spostate, ma c’erano luoghi in cui potevano andare e i numeri non erano cosi alti. Oggi la migrazione sta causando conflitti e problemi senza precedenti sulla distribuzione delle risorse.

D) Come vengono riconosciuti questi profughi dal punto di vista del diritto?

R) Circa 7-8 mesi fa le Nazioni Unite hanno finalmente coniato un termine per definire questo tipo di rifugiati: Environmentally Displaced Migrants (sfollati ambientali). Il problema e’ ora proteggerli dal punto di vista legislativo. Le Nazioni Unite temono che il numero dei rifugiati climatici sia talmente alto e in crescita (si stima ci siano al momento dai 25 ai 50 milioni di rifugiati climatici, più dei rifugiati politici o religiosi.) che se venissero inclusi nella Convenzione di Ginevra, questa imploderebbe. E non e’ neanche detto che rientrebbero nelle categorie protette dalla Convenzione di Ginevra, perché bisognerebbe provare che i paesi G20 hanno inquinato e perseguitato i paesi d’origine dei migranti con le emissioni di carbonio. In questo caso i migranti potrebbero ricevere lo stato di asilo.

D) Quali proposte si stanno facendo per affrontare il fenomeno?

R) Secondo le stime dell’Onu, nei prossimi 10 anni più di 80 milioni di Africani rimarranno senz’acqua. Molti attraversano il Mediterraneo per raggiungere l’Europa e sono considerati rifugiati politici o persone che migrano per ragioni economiche. In realtà migrano per ragioni climatiche, quali la deforestazione e la lotta per le risorse idriche, che poi esasperano l’economia e la politica del paese e spingono le persone a spostarsi. Si tratta di un argomento appena affrontato e nessuno ha ancora delle risposte. Prendiamo il caso di un’isola che rischia di essere sommersa dall’acqua. Cosa possiamo fare? Allocare milioni di dollari per permettere al governo dell’isola di comprare della terra in un altro paese e sistemare li’ tutta la popolazione o finanziare ricercatori e ingegneri per ideare un progetto che costruisca una soluzione in loco? E’ un vero dilemma e per ora non si e’ raggiunta nessuna conclusione.

D) Qual e’ la campagna lanciata da“Climate Refugees” ?

R) Con “Climate Refugees” stiamo cercando di alzare il livello di consapevolezza e diffondere il documentario il più possibile. Attualmente il film sta girando le università, i parlamenti e le ambasciate in tutto il mondo. Recentemente sono stato contattato da alcune chiese e spero di iniziare a collaborare con loro perché ci permetterebbe di proiettare il documentario in oltre 15,000 chiese negli Stati Uniti. Questo e’ particolarmente importante perché le autorità religiose cristiane statunitensi, dai cattolici agli evangelisti, i  mormoni etc sono molto forti e hanno la possibilità di raggiungere e influenzare grandi parti della popolazione. Tradizionalmente, la chiesa si e’ sempre schierata con la destra, negando la responsabilità dell’uomo riguardo ai cambiamenti climatici. Ora pero’ sembra ci sia un nuovo movimento chiamato “Creation Care”, che spinge ogni buon cristiano a prendersi cura della Terra e del prossimo. Potrebbe essere l’unico modo per convincere gli statunitensi!

D) Quali sono le tue aspettative per il futuro?

R) E’ la prima volta nella storia dell’uomo che la popolazione mondiale raddoppia nel corso di appena una generazione  Quest’aumento vertiginoso ha creato delle tensioni molto forti su tanti aspetti. Anche se il clima non stesse cambiando, ci sarebbero tanti altri problemi sollevati dalla sovrappopolazione. I cambiamenti climatici moltiplicano a livello esponenziale questi problemi, indipendentemente che siano stati causati dall’uomo o che siano ciclici. Io sono una persona ottimista ma sono anche consapevole della realtà e del fatto che la nostra società’ e’ più’ brava a gestire le crisi che a prevenirle. Per ridurre i danni collaterali di questa catastrofe naturale e umanitaria e’ necessario sacrificarsi un po’; il punto e’ forse proprio quanto siamo disposti a sacrificare. Più velocemente saranno presi dei provvedimenti, meno sarà difficile la transizione verso un mondo più sostenibile.

Marcella Segre


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