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“I segreti dell’Oasi”: più di 200 foto dal paradiso a un passo da Milano

luglio 29, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

A 35 minuti da San Babila, a Milano, esiste uno dei parchi naturalistici più piccoli – almeno quanto a numero di visitatori, ma anche come estensione – d’Europa. Eppure è il più visitato del nostro continente, e il terzo del mondo, dai fotografi naturalisti. E’ l’Oasi di Sant’Alessio, paradiso degli uccelli acquatici e delle farfalle. Sul Parco e la sua natura è stato recentemente pubblicato dalla casa editrice Rizzoli il libro “I segreti dell’Oasi“. Il volume, promosso da Nikon che raccoglie oltre 200 splendide fotografie a colori di 12 fotografi assidui frequentatori dell’area (Giuseppe Arrigoni, Corrado Corradini, Cinzia Garbini, Laura Grecchi, Andrea Marabelli, Stefania Marchini, Gianluca Mariani, Massimo Mazzasogni, Claudia Rocchini, Stefano Ronchi, Giulio Salamon e Roberto Serati). L’Oasi è aperta a tutti gli amanti della fotografia naturalistica anche grazie ai numerosi workshop organizzati da Claudia Rocchini nell’ambito di Nikon School. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi l’introduzione al volume, del regista Ermanno Olmi, e i testi di presentazione dell’Oasi, scritti dal suo fondatore Harry Salomon.

Mi capita, senza che ce ne sia motivo o necessità, di soffermarmi su vocaboli che non bastano a soddisfare, in modo sufficientemente
efficace, l’esposizione di un mio pensiero. Allora comincio a indagare dentro questo enigmatico strumento che è il computer per vedere quali alternative mi vengono offerte. E quante sorprese! Tanto che
– come mi capita ora – finisco per essere distratto e insieme attratto da questo gioco di rimbalzi da una parola all’altra, al punto da fare scoperte inimmaginabili di nuovi signifi cati che, messi in relazione fra loro, si fanno discorso compiuto.

Ecco il vocabolo su cui mi sto soffermando:
OASI
… dal quale scaturisce l’appellativo Zona protetta, che a sua volta amplifica e arricchisce la defi nizione Sorgente nel deserto. E da qui, altri termini sempre più immaginativi: Zampillo, Fonte, Origine, Genesi: ossia, che dà inizio alla vita. Ma Oasi rinvia anche a Pausa, Tregua, Luogo ove sostare, Riposare. Ed è sorprendente come quest’ultimo vocabolo ne richiami subito un altro, fondamentale: Concedersi pace, Quiete, Sollievo e infi ne Festa, Conforto, Gioia, Liberazione. E quante altre ancora!
Prima di questa mia esplorazione del vocabolo Oasi mai avrei immaginato
come le parole si cercano fra loro e formano un fi ume che diventa mare.E come è scritto nella Bibbia, così ha fatto la Natura nel generare “tutto
ciò che ha alito di vita sulla faccia della Terra”.

Ma noi, umane genti, non abbiamo avuto cura del Creato, che è la nostra unica casa. E fuori, con le nostre offese alle terre fertili, tutto si è inaridito ed è diventato deserto.

Tuttavia, per la nostra salvezza nel cammino della storia che ancora ci attende, ecco che un miraggio ci appare fin da lontano: il luogo salvifico
dove ritrovare il conforto delle nostre origini e il sogno del nostro futuro. Caro Harry, ho avuto la fortuna di trovare sulla mia strada l’Oasi dove tu, con i tuoi familiari, ti sei preso cura del Giardino del Creato: e con
questo abbiamo un approdo sicuro e possiamo tornare a sperare. Così che, quando sentiremo stanchezza e bisogno di un po’ di quiete, ci ritroveremo a sostare come amici, nell’ombrosa e profumata vegetazione, in pace e con gioia, nel rispetto di tutte le creature che abitano la Terra.

Ermanno Olmi*

* Nato a Bergamo nel 1931, è un regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia, produttore cinematografico e scenografo italiano. Ha diretto, tra gli altri, “L’albero degli zoccoli” e “Il villaggio di cartone”. Vincitore di molti riconoscimenti, nel 2008 è stato premiato con il Leone d’oro alla carriera al festival del Cinema di Venezia.

L’Oasi di Sant’Alessio

L’Oasi nacque nel 1973, quando mia moglie Antonia ed io acquistammo il castello di Sant’Alessio e, un pezzetto alla volta, la terra intorno. Un progetto a lungo preparato, che partiva dalla passione per l’edilizia e la storia medievale, ma soprattutto dal desiderio di capire se sarebbe stato possibile reinserire in natura alcune delle specie che erano venute a mancare. Convinti che, comunque, riprodurle in cattività costituiva un primo passo concreto che ne avrebbe garantito l’esistenza per il futuro, da quel primo passo avevamo intenzione di muoverci.

Con gli anni, comprendemmo che si può moltiplicare con successo quasi ogni specie animale – per quelle vegetali la cosa era dimostrata ormai da secoli. Ciò che mai avremmo allora immaginato era che ci saremmo trovati isolati dal contesto della conservazione organizzata e che, anche a causa di ciò, avremmo finito per mettere a punto un metodo nostro e abbastanza inedito per le reintroduzioni in natura. Non uso la parola innovativo, perché il nostro sistema è nato da un’idea di Konrad Lorenz che, quasi un secolo fa, l’aveva pensata per le sue Taccole. Semplificando, si tratta di rilasciare esemplari, anche adulti, purché già conoscano l’ambiente dove vengono liberati. In tal modo non sentono l’urgenza di andarsene subito, ma lo fanno in seguito – e lo fanno sempre – dopo una progressiva conquista delle abilità necessarie alla vita selvatica. Il pregio del sistema sta nel bassissimo numero di soggetti che
soccombono ai primi mesi di libertà. A mio parere una rilevante
conquista etica ed economica insieme.

In qualche caso i nostri animali non subiscono alcuna perdita durante il loro soggiorno con noi e abbiamo prove che, una volta completamente rinselvatichiti, ne subiscono entro quel 10% annuo che si assume essere il pedaggio medio che la morte riscuote agli uccelli adulti.

L’esiguità della nostra proprietà – sì e no dieci ettari – ci costrinse
a rinunciare a un progetto agricolo e a dedicare tutte le energie alla ricostruzione ambientale. Persuasi che la vita si incentivi là dove
avviene uno scambio di energia, dovevamo creare boschi e radure, stagni e rive, paludi e terreni asciutti. Ci ispirammo ai pochi documenti pittorici dell’ambiente umido più notevole che l’Italia abbia avuto, purtroppo perso per sempre: le Paludi Pontine. Qua e là abbiamo avuto successo.

La nostra idea di ricostruzione della natura è stata condivisa anche dagli animali selvatici: ancora oggi, ogni anno una o più nuove specie scelgono l’Oasi per nidificarvi. Qualcuna (come gli Scoiattoli europei o le Spatole) introdotta da noi, ma la quasi totalità spontaneamente. Il più  spettacolare di questi eventi risale al 1992, quando 200 coppie di Ardeidi decisero di fondare qui da noi una nuova garzaia: era la prima volta che ciò accadeva in un luogo creato appositamente a tal fine dall’uomo. Il più recente, nel 2013 quando, dopo vent’anni di ispezioni e false partenze, un gruppo di Taccole ha finalmente nidificato nella torre. Nel mezzo, si sono uniti a noi Picchi rossi maggiori e minori, Sparvieri, Lodolai, Gruccioni, Upupe, Aironi cenerini e Aironi guardabuoi, Sgarze ciuff etto, Martin pescatori, Allocchi, Civette, Cardellini e numerosi altri Passeriformi. E poi ancora, Conigli selvatici, Lepri, Nocciolini, Quercini, Donnole…

Altrettanto notevole è il numero e la quantità di specie che svernano nell’Oasi. Molte sono poi quelle presenti in modo occasionale o per brevi periodi: il Falco pescatore, quello di palude, l’Astore, il Picchio verde, il Pendolino. Addirittura impressionante quello degli esemplari che vengono qui a sera, per trascorrere la notte al riparo della ricca vegetazione.
Quest’ultima è abbandonata a se stessa. Alcune specie vegetali, dal ciclo vitale brevissimo, come Salici e Aceri, nell’arco di questi quarant’anni sono giunti alla terza o quarta generazione, e i loro
tronchi, quando la sicurezza lo consente, sono lasciati sul posto, ad alimentare funghi e larve degli insetti. Non tutti lo apprezzano, ma è una delle scelte fondamentali per ottenere un ambiente naturale.

Il primo estimatore dell’Oasi è stato Gabriele Caccialanza, dell’Università di Pavia, che la soprannominò “laboratorio naturalistico all’aperto”. Per merito suo e del suo amico Alessandro Muzzi Falconi, fra gli anni Ottanta e Novanta collaborammo con la LIPU, allora diretta da Marco Lambertini. Mettemmo a loro disposizione tutto il prodotto dei nostri allevamenti. Quando ci trovammo in ristrettezze, Marco ci incoraggiò ad accogliere visitatori, come metodo di autofinanziamento.

Non lo sapevamo, ma eravamo alla vigilia dell’osservazione forse più importante relativa alla nostra attività. Sia pure con una grande sofferenza finanziaria, dovuta alla costante mancanza di denaro che ci ha sempre precluso ogni forma di pubblicità, siamo riusciti a dimostrare che, pur senza alcun aiuto esterno, si può trasformare una intensa attività di conservazione in un servizio di istruzione e intrattenimento, apprezzato dal mercato. L’indipendenza economica è, per così dire, dietro l’angolo. Senza aver mai rinunciato all’attuazione per intero dei progetti di conservazione.

Dal 1997 alla sua morte Sergio Frugis, il più grande ornitologo italiano del secolo scorso, è stato il nostro direttore scientifico. Egidio Gavazzi e Renato Massa hanno apprezzato il nostro lavoro e ci hanno difeso in momenti difficili. Il nostro amico di una vita Fabrizio Agustoni è sempre stato presente quando serviva una mano. Le collaborazioni con Riccardo Stradi, dell’Università di Milano e con Riccardo Groppali, Mauro Fasola e l’indimenticabile Francesco Barbieri, dell’Università di Pavia ci sono state e sono preziose. L’amico Roberto Mazzetti ha per anni fatto volare i suoi Falchi per la gioia dei visitatori. Un ricordo affettuoso alla memoria di Roberto Gatti, assessore all’Ambiente della Provincia di Pavia nei primi anni Ottanta, il primo che ha capito. I miei figli non hanno mai protestato per i sacrifi ci che imponevo alla famiglia. Mia moglie Antonia ha per amore donato ai miei sogni tutta la sua vita. Ermanno Olmi, capitato qui poco più che per caso, ha amato l’Oasi a prima vista e l’ha definita “Giardino dell’Eden”, il posto dove uomo e natura convivono con reciproco amore.

Harry Salamon**

** Fondatore dell’Oasi Sant’Alessio

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