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Il cantautore Gianmaria Testa: “E’ ora di una rivoluzione ambientalista”

febbraio 11, 2011 Rubriche, Very Important Planet

testa“Senti che vento tormenta le vele e le gomene delle navi nei porti, prigioniere, senti che vento tira dal mare e s’attacca alle onde e le infuria. Vento, vento da naufragare”. Già nei primi versi di Manacore, uno dei pezzi più poetici ed evocativi del grande cantautore piemontese Gianmaria Testa, riesci a respirare tutta la libertà della sua musica. Via i legacci e ogni schiavitù dalla banalità, dal quotidiano. Si vola anche dentro a una stanza, ad ascoltare i suoi brani. Che sanno di partenza, di tramonto, di un viaggio lento verso orizzonti lontani. Cullati dalla risacca delle onde del mare, che spesso ricorre nei suoi testi.

E noi, come conchiglie della battigia, prendiamo volentieri il insieme a lui. Che è ispirato da un’etica rigorosa e rispettosa, anche e soprattutto quando si tratta dei problemi dell’ambiente e delle strade da percorrere per tutelarlo.

Testa è nato in provincia di Cuneo, in una famiglia di agricoltori in cui era vivissimo l’amore per la musica e per il canto, ma ha praticato per anni la professione di capostazione ferroviario. Ha studiato da autodidatta. Ha debuttato nel ’93 e in pochi anni ha raggiunto il cuore di milioni di fan. Tanto da suonare nei più importanti teatri d’Italia. Attualmente è impegnato, insieme a Giuseppe Battiston nella tournée per lo spettacolo 18.000 giorni – Il pitone, scritto da Andrea Bajani, con la regia di Alfonso Santagata (produzione Fuorivia e Teatro Stabile).

D) Gira per l’Italia, ma poi torna sempre a casa, in provincia, in estrema campagna.  E’ per questo attaccamento alla terra che non ha mai pensato di trasferirsi in città?

R) Sì, vivo vicino ad Alba. Se posso non mi muovo, adoro la frazione piccolissima in cui sono nato, la casina che mio padre affittava. La mia famiglia mi ha cresciuto con il culto della terra. Io stesso ho fatto il contadino in passato: dovunque c’è un pezzo di terreno mi sento a casa. Non è uno slogan da parvenu, fa parte della mia genesi. Non voglio dire che non mi piacciono le città, ma sono luoghi in cui mi perdo. In campagna invece mi ritrovo.

D) Parlando di centri urbani, quali le sembrano più accoglienti?

R) Dovendo scegliere, mi butterei su città dalle misure enormi. Mi offrono la possibilità di disperdermi.

D) Qualche esempio?

R) La fredda Berlino, ma anche New York o Roma. Tra quelle di media dimensione Bologna, Tolosa, le città della Francia del Sud come Montpellier, di cui m’incantano la luce e i colori.

D) Ha mai lavorato in qualcuna di queste?

R) No. Perché scrivere canzoni, con il tempo, ha richiesto la necessità di essere in luoghi consueti. Ho l’esigenza di guardarmi attorno e dire “sono nel mio posto”. E’ difficile per me, ad esempio, scrivere in un hotel. La finalizzazione delle idee esige quotidianità. Comunque, se potessi scegliere, mi trasferirei in riva al Mediterraneo. Sono un fan del Mediterraneo. Magari in un posto tranquillo. Noi piemontesi siamo sempre stati un po’ orfani di mare. Lo sentiamo, ma non lo vediamo mai. E questa bellissima catena che ci gira attorno è protettiva, ma anche incombente. Il mare, invece, ha orizzonti larghi che ci lasciano pensare di più.

D) Negli ultimi anni le coste dell’Italia sono andate incontro a una progressiva cementificazione. Troppo spesso si specula sulla natura, pensiamo alla Sardegna. Occorre un appello a una coscienza ambientale “dal basso” per arginare questi fenomeni?

R) Ho l’impressione che dagli anni ’70 siamo tornati molto indietro. Ciascuno di noi deve sensibilizzarsi di più, rendendosi conto ad esempio che è portatore di un peccato originale, nel momento in cui guida un’automobile e inquina. Io mi metto nel mucchio dei motorizzati automuniti peccatori della società occidentale. Tuttavia, le scelte che contano le prendono gli alti vertici durante i summit mondiali. Se a Kyoto, per citarne uno, non riescono neppure a mettersi d’accordo per diminuire le emissioni di co2 perché al tal paese non conviene, qualunque nostra battaglia sarà destinata a rimanere isolata.

D) Le rivolte sociali del futuro non saranno dunque più politiche, ma ambientaliste?

R) Ci sono studi precisi che dicono che le prossime guerre si combatteranno per l’acqua. E saranno più feroci di quelle già accadute per il petrolio. Il rischio si aggrava poi quando, in paesi come il nostro, si pensa di privatizzare le risorse idriche. E’ un’imbecillità, ma ci vogliono convincere che ne verrà un beneficio per tutti. La proprietà privata di beni che utilizzano tutti finisce per arricchire solo chi riesce ad accaparrarsi le fonti. E’ una regola che vale sempre, perfino per internet, che è l’acqua delle nostre menti.

D) Come ci si può difendere?

R) Per contrastare qualsiasi bugia bisogna fare una sorta di resistenza nelle piazze. Non mollare completamente. Verranno tempi migliori anche passando attraverso un momento duro e complicato come questo. D’altronde, la nostra generazione di asperità non ne aveva forse ancora mai incontrate veramente.

Letizia Tortello

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