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Il coraggio di comprendere la propria natura, grazie a un cavallo

dicembre 4, 2012 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Con il racconto “Il coraggio di comprendere la propria natura” di Federica Lavagna, classificato al 2° posto nella sezione Ragazzi, prosegue la pubblicazione dei racconti vincitori della prima edizione del concorso letterario su tema naturalistico “Michele Lessona”.

Il sole è alto nel cielo, l’aria fresca e pulita. Una piacevole brezza estiva mi scosta i capelli dal collo. Riapro lo sportello della macchina e prendo il cappello, che avevo dimenticato. Ilaria e Maria Elena ammirano quel posto meraviglioso che i miei occhi hanno già contemplato diverse volte. Non è la prima volta che mi immergo nella natura di questo magnifico Monte Conero, nei colori delicati di questa immensità.

Mi dirigo verso le scuderie, probabilmente è lì che ci aspetta l’istruttore. Scorgo in lontananza una signora che ci sta salutando. Non la conosco, ma ricambio allegra il saluto. Mi sento a casa, qui. “Pensavo non arrivaste più!”, ci dice con un’espressione dolcemente furbesca. “Mi dispiace, ma veniamo da lontano e ci vuole un po’ per arrivare…”, dico per giustificare il leggero ritardo. Ci invita quindi a seguirla e ci presenta Artemisio e Guida, due cavalli bai, e dietro di loro Artemisio Bis, un grigio. Quel grigio.

Di solito i grigi non mi hanno mai incuriosito più di tanto: sembrano insipidi, spenti, tristi. Eppure adesso sento qualcosa che inspiegabilmente mi attrae verso di lui. Sì, avrei cavalcato lui.

“Chi ha più esperienza a cavallo qui?”, esclama l’istruttrice con aria sospettosa. Ilaria alza la mano con aria superba. Effettivamente lei ha fatto per ben due anni lezioni di monta inglese, che comunque con quella americana che si pratica qui non ha proprio niente a che fare. Ma abboniamogliela: in fondo, non è che io, con quell’unica lezione di monta americana fatta un mese fa, abbia imparato tanto di più. Maria Elena, allora, interviene: “No, no, qui sono io la più esperta! Pensa che l’unica cosa che so è che i cavalli hanno quattro zampe!”. E tutti scoppiamo in una fragorosa risata. A Ilaria viene quindi assegnato Artemisio, il cavallo più difficile, a Maria Elena Guida. Era destino. Sarebbe stato Artemisio Bis “l’appendice del mio corpo”, come una volta un uomo definì il rapporto tra cavallo e cavaliere.

Infilo il piede nella staffa. Con una spinta decisa salgo in sella, aiutata da un uomo che presumo verrà con noi. Provo una sensazione strana. Kant l’avrebbe definita “il sublime”. È la prima volta che monto a cavallo senza un recinto intorno, e sento addosso tutta la responsabilità di dover gestire da sola un cavallo. Ma per un attimo guardo l’infinito verde che si estende davanti a noi in lontananza e sfioro l’immenso. A un tratto, però, Artemisio Bis comincia a muoversi. Sono presa dal panico. Tiro le redini, abbasso i talloni, ma lui si agita sempre di più. Va indietro, addosso agli altri cavalli, e nitrisce. L’istruttrice allora si mette davanti a me in modo che il mio cavallo segua il suo, ma non serve.

E ho capito che non è Artemisio Bis. Sono io. Sono io a non essere abbastanza sicura, sono io ad essere impaurita, sono io che temo di non essere all’altezza di realizzare questo piccolo desiderio che covo da ormai sei anni.

Quando seguivo le lezioni di equitazione inglese regolarmente, mi proposero di andare a fare una passeggiata a cavallo. Ma rifiutai. Non mi sentivo pronta. In fondo non lo sono neanche ora. Ma gli anni che ho speso a fare cose di cui non m’importa niente mi hanno fatto capire che non è possibile aspettare di essere pronti per fare ciò che veramente si ama.

Un respiro profondo. Santo cielo, sto per cavalcare nei prati che vedo attraverso i finestrini della corriera quando vado a scuola, quelli in cui mi sono sempre vista galoppare con il vento tra i capelli attraverso gli occhi dei sognatori. E Artemisio si calma. Guarda dritto il paesaggio che si erge di fronte a noi. Pronti, io e lui. Colpo di talloni.

Appena usciti dal maneggio percorriamo una salita che fiancheggia un vigneto. Non ci sono ancora molti grappoli, e quelli appena scorgibili sono ancora piccoli. Svoltiamo di novanta gradi a destra, e percorriamo il lato nord del vigneto: lo spettacolo di una distesa di alberi predisposti in un divino rigore geometrico mi lascia senza fiato. Dietro una casetta di mattoni inabitata si nasconde un’erta salitella incastonata tra due file di ulivi, che creano una sorta di galleria ombreggiata. L’istruttrice si volta verso di me: “Che ne dite di un bel trotto?”, e senza nemmeno aspettare una risposta dà un colpo di talloni e parte. Stranamente non ho quel solito timore che mi blocca davanti alla prospettiva di fare qualcosa di cui non sono in grado. No, non qui. Sorrido. Schiena in avanti. Talloni bassi. E Artemisio Bis raddoppia il tempo della sua andatura.

“Dobbiamo arrivare in cima a quella collinetta”, mi spiega l’istruttrice, indicando una piccola altura poco più avanti. “Lì le farfalle, qualche giorno fa, hanno fatto la schiusa. Quando saliremo più in alto ci troveremo circondati da mille ali colorate!”, mi dice entusiasta. “Ora attenzione: dobbiamo girare qui a sinistra e percorrere una salita su un sentiero molto stretto e ripido. Ci sono molti rovi, quindi attenzione a non graffiarvi le braccia! E mi raccomando: schiena in avanti, bacino sollevato dalla sella, e talloni bassi.”

Fermo Artemisio Bis in modo che si distanzi dal cavallo che gli sta davanti e che abbia abbastanza spazio per muoversi il più liberamente possibile. Aspetto qualche secondo. E poi parto. Il sentiero è più stretto di quanto immaginassi. Le mie gambe sono praticamente immerse negli arbusti, e con le mani riesco a scostare ben poco. I rametti che ci circondano sono così tanti e fitti che è impossibile ripararsi. Artemisio Bis prende sempre più velocità, avendo davanti a sé molto spazio. La cosa mi eccita. Sento l’adrenalina circolare nel mio sangue. Immersa nella natura, sì, bizzarramente proprio nel senso stretto del concetto. Ah, al diavolo i rovi. Non mi preoccupo più di ripararmi, impugno saldamente le redini, senza aggrapparmici per evitare di infastidire il cavallo, e lo sprono. È una frazione di secondo. Il ritmo del trotto si interrompe per trasformarsi in quello dei tre tempi.

Sei anni. Sei anni da quando non provavo il brivido del galoppo. Sei anni in cui ho maturato la mia passione per questo mondo, per queste anime selvagge. Sei anni in cui ho evitato di ammettere chi sono, cosa amo. Sei anni in cui ho avuto paura di essere pronta.

La salita è finita, e l’istruttrice ci chiede se siamo ancora tutti vivi. Ridendo, mi guardo istintivamente il braccio, nel punto in cui sento un leggero bruciore. Ho tre graffi. I graffi dei rovi da cui non mi sono riparata. I graffi che non ho avuto paura di procurarmi. I graffi che testimoniano concretamente il fatto che, per la prima volta nella mia vita, ho abbattuto quel muro che ergevo a protezione da una verità, la mia, che temevo essere troppo insolita in una società in cui il diverso non è mai bene accetto.

La promessa è stata mantenuta. In cima alla collina c’è un’infinità di pigmenti colorati che svolazzano tutt’intorno ai nostri corpi. Da quassù si vede il mare. Il sole alle nostre spalle crea strani effetti di luce che si increspano davanti ai nostri occhi. Infiniti punti di luce circondano la mia visuale. Il paesaggio appare più vivo, immerso in una dimensione irreale che penetra all’interno della mia essenza. Siamo un tutt’uno. Io, il cavallo, la natura.

E chiudo gli occhi, conservando eternamente l’immagine del mio essere.

Federica Lavagna

 

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