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Parco Naturale La Mandria. Piccoli e grandi Re di una Corona Verde

ottobre 15, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Proseguono le “Divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” di Orlando Manfredi, in arte Duemanosinistra, alla ricerca della densità di significato – umano e ambientale – dei luoghi che ci circondano. Questa volta ad andare in scena è il Parco naturale La Mandria, location del recente incontro sul progetto Corona Verde.

Il ragazzetto abbandona la sacca ai piedi dell’albero, poi il giubbino mentre respira frenetico lo spazio aperto, poi la maglia qualche corsa più in là, infine le voci squillanti dei compagni, attutite dalle distanze di quella verde patria dai confini imprecisati. Per un attimo l’umore di alberi, letame e fieno è più forte di qualsiasi compagnìa. E il parco è un tavolo da gioco da farci correre l’impazienza in lungo e in largo. Il ragazzetto va come un missile tra buche radici salti e recinti. Si sente un re felice (perché i re sono così tristi) con una corona verde in testa. Ora si dirige verso il tonfo sordo e insistito del Tango e ritrova i compagni nella trance della “tedesca” (calciare la palla a volo dimostrando atletismo prontezza e bel gioco). Ad accoglierlo l’assist perfetto, la palombella dolce del riconoscimento. Il ragazzetto risponde senza esitazione: il piede ad impatto col pallone in perfetto tempismo, il gesto degnamente coordinato, il desiderio incontenibile. Sospinta dalla forza d’inerzia della sgroppata, la palla schizza alle stelle come dovesse compiere il periplo del mondo. Ma la corsa si interrompe di schianto contro il finestrone austero del Palazzo. A terra, in un istante infinito, rimangono il Tango e i frantumi: prova tangibile e precoce della relatività del Tempo.

Quel ragazzetto ero io in un tempo imprecisato di tanti lustri fa. Il parco quello della Mandria, che per molti anni ho continuato a collocare a latitudini vaghe, forse per i sensi di colpa per quel pallone stregato. La Mandria – ora lo so – si trova a due passi a nord ovest da Torino, adiacente al comune di Venaria Reale e ai piedi della Val di Lanzo. Il Castello della Mandria è oggi sede di un incontro tecnico di Corona Verde, il progetto di sviluppo sostenibile della Regione Piemonte che mira alla realizzazione di una grande infrastruttura verde nell’area metropolitana torinese. L’idea è quella di integrare la corona delle Residenze Reali con la cintura verde dei parchi metropolitani, dei fiumi e di alcune aree rurali. In gioco non è solo un’opportunità di sviluppo ma un concetto più complessivo di habitat, al crocevia tra Cultura, Ambiente e Storia. Un’idea che ogni tanto va precisandosi nella mia testa tra un passo e un altro, anche attraverso questi articoli. E per un cantautore pellegrino, partito a piedi per Santiago per raccontare il Cammino con le canzoni, arrivare alla Mandria in maniera ecosostenibile non dovrebbe essere un problema. Vorrei portare la mia testimonianza dei luoghi “vissuti” a passo d’uomo e della loro densità. O, alla peggio, costituirmi per la rottura del vetro durante quella maledetta partitella di calcio…

Anche la questione delle infrastrutture ecosostenibili sarà decisiva per la riuscita di Corona Verde. E’ possibile, ad esempio, raggiungere Venaria Reale in bicicletta? I velocipedi e le stazioni ci sono. Il servizio di bike saring ha esteso la sua copertura ai comuni di Alpignano, Collegno, Druento, Grugliasco e Venaria Reale. E allora stazione di corso Rosselli e via, in bici fino al Parco Ruffini. In rete ho individuato un percorso relativamente diretto che porta a Venaria Reale. Ma fin dall’inizio la ciclabile di C.so Rosselli va a singhiozzi, interrotta da continui lavori. Poi tutto bene: la calma periferia di Corso Telesio, il Parco Carrara incastonato come uno sbaglio tra i plotoni automobilistici di Corso Appio Claudio e di Corso Regina Margherita. Su corso Cincinnato non c’è più traccia del mio itinerario per Venaria. Mi ritrovo perso nella tundra dei mobilifici di Corso Grosseto. Ma come faranno migliaia di turisti a raggiungere in bici facilmente e in sicurezza la Reggia?

Dietro front, ritorno verso le Vallette, con le sue viuzze e gli stradoni da provincia britannica. Trovo un pertugio che mi conduce da via delle Primule a una stradina sottile che si perde nel niente, diretta lì a Nord Ovest, nella terra di nessuno, verso Savonera, uno di quei posti dove hanno costruito un centro Ikea, tanto per rendere l’idea. E invece prima del niente incontro Villa Cristina, edificata a metà del Settecento, già residenza Reale (fu di proprietà della figlia di Vittorio Emanuele I e successivamente venduta), abbandonata tra campi intossicati, erbacce e stabilimenti industriali. Ora è una casa di cura. Ed ecco Savonera, dove si attraversa un basso stradino sottostante la Tangenziale Nord con tutto il traffico sulla testa. Terrificante, ma è un’esperienza.

Non ricordo la prima volta in cui camminando mi sono accorto che anche i non luoghi, le zone di transito e di cerniera hanno una voce, una densità e un bisogno disperato del piede umano. Il piede è la misura più piccola per avere un rapporto in scala 1:1 col reale. Dunque, se vuoi un rapporto reale col reale, cammina! Oltre la tangenziale, sul lembo estremo di Collegno trovo la stazione del ToBike. Arrivederci bicicletta: tu ti fermi qui. In meno di un’ora arriverò al comune di Venaria Reale.

Davanti alla piazza del Municipio vengo avvicinato da una signora in cerca di firme per stabilire un limite per gli stipendi dei top managers. Naturalmente firmo subito. “Musicista?” Come sempre ho con me il mio zaino e la chitarrina d’ordinanza. “Sì, ma in questo momento sono diretto al parco della Mandria per assistere all’incontro sul progetto Corona Verde. Ne ha sentito parlare?” Chiedo anche alle colleghe di capannello se conoscono Corona Verde. Niente, nessuna ne sa niente. Inizio a spiegare di cosa si tratti. E quando inizio a conquistarle: “ma tu ragazzo che c’entri con questa cosa della sacra corona? No io niente, ci vado da cittadino e da cantautore pellegrino.” “Comunque mio figlio fa il fonico, se ti interessa…”

La Reggia della Venaria Reale, patrimonio UNESCO dell’Umanità, una delle Residenze Sabaude, progettata nel 1658 dall’architetto Amedeo di Castellamonte, doveva essere la dimora e la tenuta per permettere ai reali le attività venatorie. Da qui la Venarìa. Riportata a splendore nel 2007, ha rappresentato il più grande cantiere europeo nell’ambito dei Beni Culturali. La pianta della Venaria Reale si estende per un totale di 80.000 metri quadrati: il Palazzo, i suoi giardini, il parco, le scuderie. Molti di questi sono diventati spazi espositivi permanenti, altri periodiche locations di spettacolo. Costeggio le cancellate dei giardini del Palazzo e  spunta un’opera di Giuseppe Penone, nientemeno: il fusto di un cedro “abitato” da un nuovo albero. Ecco come uno sguardo rovescia lo sguardo. Racconta e interpreta artisticamente lo spazio, la sua Storia e il suo futuro.

Una volta attraversato il ponte sulla Ceronda, il torrente che confluisce nello Stura, si entra all’interno della Mandria, il più grande parco d’Europa. Più di tremila ettari e almeno altrettanti di zona verdeggiante di raccordo. Il motivo per cui è rimasta conservata l’enorme area pressoché unica di foresta di pianura è grandioso e sciocco, protervo e nobile. In questa area che già Carlo Emanuele II aveva eletto come ideale zona di caccia e di riposo, il primo Re d’Italia Vittorio Emanuele II fece erigere 36 chilometri di muro di cinta, spendendo un milione di lire nella seconda metà dell’Ottocento (una cifra spaventosa), per garantire una vita tranquilla –  “secondo esigenze” – a se’ stesso, ai figli e  all’amante e poi moglie morganatica Rosa Vercellana, la mitica Bela Rosin.

Non essendo la tenuta né gli appartamenti reali sotto la potestà della Corona, ci fu libertà per gli amanti di stabilirvisi. Rosa, che in quanto a rango non avrebbe meritato neanche un “buongiorno” dai reali, era Domina incontrastata negli Appartamenti Reali del Borgo Castello. E chiunque fosse stato ricevuto, avrebbe dovuto tributare i migliori omaggi alla moglie del re, rivolgendosi però a una popolana. La situazione era tanto sconveniente da impedire di recarsi in visita dal re perfino a Cavour, che non avrebbe saputo che pesci pigliare e come rivolgersi alla Bela Rosin (magari in dialetto?). Vette altissime d’imbarazzo sabaudo.

Dentro gli appartamenti reali la Natura - molto amata dal rude sovrano – entrò in ogni foggia e colore. Le tappezzerie cremisi e verde stanno a ininterrotto omaggio floreale alla venustà della Bela Rosin (de gustibus non disputandum est…). Le decorazioni di mobili e monili raffigurano uccelli,  piume, felini. Quasi tetro il “corridoio degli uccelli” che ospitava centinaia di volatili imbalsamati. Numerosi altri trofei di caccia sfidano il nostro più blando animalismo. Anche le raffigurazioni sono spesso di soggetto venatorio, ivi compreso un quadro che raffigura il re in tenuta da caccia senza molto slanciarlo. Sembra che il dipinto non gli fosse piaciuto per niente. E in effetti non viene mai citato ma credo sia opera del Comba.

Fuori rimane in salute tantissima fauna vera. Pare ancora presente una specie di cervo canadese (wapiti), che chissà come ha fatto il suo ingresso alla Mandria (l’ennesimo vezzo del re?) E poi cinghiali, daini, volpi e lepri. E ovviamente cavalli, come se piovesse.
Nelle mie poche ore di pellegrinaggio reale, ho fatto numerosi incontri solo con le nutrie, animali di rara intraprendenza nei confronti del genere umano: si presentano come un incrocio confidenziale tra la pantegana, l’anitra e Charlie Chaplin. Simpatiche comunque.

Nella sala polivalente del Borgo Castello si susseguono gli interventi. L’ordine del giorno è fitto e Corona Verde è un tavolo di confronto, aperto alle associazioni e agli operatori sul territorio. Non ho molto da dire, mi basta anche solo arrivare a quel tavolo con scarponi, zaino e chitarra, ricevere qualche sguardo perplesso e dire che sono arrivato qui pedalando e camminando. E che per me camminare è “significare” i luoghi.  E che più in generale “Abitare” è dare spazio all’incontro tra l’individuo e l’Ambiente. In quello spazio e in quell’incontro si produce sempre una narrazione. Ogni luogo ha bisogno di una narrazione. Anzi, di infinite narrazioni. Possibilmente in scala 1:1. Mi applaudono. Forse il messaggio è arrivato a destinazione.

Orlando Manfredi


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