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“Il suolo sopra tutto”: un sindaco e un urbanista in cerca di un terreno di dialogo comune

marzo 14, 2017 Racconti d'Ambiente, Rubriche

In occasione della prima edizione della Giornata Nazionale del Paesaggio, pubblichiamo, per “Racconti d’Ambiente“, la prefazione di Luca Mercalli al nuovo saggio scritto a quattro mani da Matilde Casa e Paolo Pileri: “Il suolo sopra tutto” (Altreconomia, pagg.128, 12,00 €), dialogo tra il sindaco del Comune di Lauriano – processata per aver trasformato un terreno “edificabile” in agricolo – e l’urbanista del Politecnico di Milano, impegnato da anni nella promozione del tracciato di Vento, la ciclabile che dovrebbe collegare in modalità “dolce”, i territori tra Venezia e Torino. Una conversazione nel nome del suolo, per rifondare la collaborazione tra politica e accademia.

Anch’io, come Matilde Casa, ho assaggiato un pezzo di “mondo all’incosì”, il titoletto a pagina 19. Nel 2006 a Bagnolo Piemonte, indignato e turbato dallo scempio cementificatorio delle campagne che avevo visto raggiungendo la zona, esternai una critica colorita contro il sindaco di Barge (CN), in relazione alla costruzione di un’area industriale a ridosso della meravigliosa abbazia romanica di Santa Maria di Staffarda. Pochi giorni dopo, l’ufficiale giudiziario mi recapitò una busta verde, contenente la citazione per diffamazione. La presi anch’io come Matilde: bene, andiamo pure in tribunale, dove certamente il giudice mi dirà: “Bravo Mercalli, lo Stato la ringrazia, lei ha difeso l’articolo 9 della Costituzione! Assolto e anzi, diamo una bella lezione all’amministratore che ha offeso i beni comuni”.

Non andò affatto così, e pagai ventimila euro tra risarcimento danni al cementificatore e spese processuali. Fu una dura presa di coscienza su come vanno le cose in Italia: il cattivo ne esce pure rinforzato, il buono mazziato (mi metto tra i buoni perché il mio giudizio, per quanto sgraziato, era totalmente sincero, non aveva secondi fini e voleva esclusivamente difendere i beni comuni). La sentenza accoglieva la tesi del “diffamato”: la zona industriale è importante per lo sviluppo del paese, porta posti di lavoro, e chi ero io per giudicare?

A oltre dieci anni dalla vicenda quella zona industriale giace inutilizzata, i capannoni esistenti con le finestre senza vetri vuote come orbite di teschi sono circondati da arbusti ed erbacce, le opere di urbanizzazione, svincoli, illuminazione pubblica e parcheggi, sono abbandonate e chiuse al traffico da transenne. A guardare da Google Maps, sembra la pista di uno di quegli aeroporti dismessi dopo la guerra. Ma di quali posti di lavoro stiamo parlando? Di quali vantaggi per il Paese? Di gravi danni ambientali e paesaggistici certi e irreversibili e di costi pubblici ingiustificati, quelli sì. Spero che il giudizio supremo lo diano gli antichi laterizi dell’abbazia cistercense che tutto ha visto e sentito e ora ha il suo orizzonte offeso da quelle poco nobili rovine. Personalmente mi sono sentito frustrato e impotente, privo soprattutto di ogni difesa. L’omertà locale non ha sollevato il problema sui media, e la magistratura nella quale avevo piena fiducia mi ha addirittura punito. Proprio un mondo all’incosì.

Comunque, accusato il colpo, insieme a pochi amici tra cui Paolo Pileri, siamo andati avanti nella sensibilizzazione del problema suolo, nell’accademia, nell’informazione. In un mio libro del 2011 scrissi la “Lettera al mio sindaco”, dove sottolineavo ancora una volta l’importanza di arrestare il consumo di suolo. Non so se Matilde la lesse, ma di certo lo fecero alcuni che, eletti primi cittadini, cercarono e cercano con le migliori intenzioni di metterla in pratica.

Proprio mentre sto per scrivere queste righe, aperto un giornale locale vedo un pezzo su una protesta di cittadini sensibili alla protezione del suolo contro l’espansione di un’area industriale su un bel campo coltivato, pianeggiante, irriguo. Un delitto cementificarlo. Conosco il sindaco del Comune su cui insiste, so che era contrario all’ulteriore sacrificio di suolo: ma allora come è possibile? Prendo il telefonino e lo chiamo subito. Mi dipinge un quadro sconfortante: l’azienda tira, vuole ampliarsi e promette di assumere oltre un centinaio di persone. La crisi morde la gente, lui ogni giorno ha la coda di persone ridotte all’indigenza in cerca di un’occupazione. Ricatto morale.

Che cosa fare? Impedire l’ampliamento, perdere i nuovi posti di lavoro e forse costringere l’intera azienda a delocalizzare, o sacrificare un altro pezzetto di pianeta Terra? Certo, il suolo è prezioso, non è rinnovabile… Ma la pressione sociale, si capisce, è forte.

Cedo la parola a questo sindaco, perché dice con schiettezza ed efficacia quello che nessuno dice in Parlamento:

Lavoriamo in un contesto difficilissimo, in una trincea armati di fionda e con due pietroline contro la massa di carrarmati del disagio sociale, economico, culturale sempre più diffusi e pesanti. I generali non rispondono e siamo lasciati soli in mezzo ad una massa di normative in continua evoluzione che spesso a distanza di pochi mesi si contraddicono una con l’altra, con risorse umane ed economiche del tutto inadeguate.

Preservare il suolo sono d’accordo sia la prima e più importante tra le priorità, ma non può certo essere un piccolo comune a risolvere un’impostazione dell’economia e della società attuale in cui la massa di persone che devono lavorare è enorme. Tot posti nuovi di lavoro sono meno importanti del suolo perché quello perso è perso per sempre, ma oltre a questi teniamo conto che abbiamo salvato quelli esistenti perché le aziende nell’impossibilità di ampliarsi se ne vanno: ci vorrebbe una norma legislativa in cui la collettività cioè lo Stato si facesse carico dei costi pur sempre molto elevati di trasloco delle Ditte che necessitino di ampliarsi in capannoni già esistenti magari ammalorati e da risistemare di cui è purtroppo pieno il territorio, con tutte però le conseguenze e difficoltà di spostare molte famiglie magari anche a grandi distanze là dove ci sono capannoni vuoti. Da anni ho l’angosciante processione di persone senza lavoro che si rivolgono a me per trovare un’occupazione non certo per arricchirsi ma per sopravvivere, molti al limite della depressione e spesso in giovane età e con famiglia a carico. Credimi questo è fonte di grande stress e preoccupazione per me anche perché spesso sono situazioni associate alla perdita della casa per l’inevitabile morosità a cui si va incontro nel pagare il mutuo o l’affitto della casa quando si perde il lavoro.

È dunque necessario un cambio di mentalità e di stili di vita collettivo, immediato e convinto, noi per primi: meno viaggi, case meno calde, meno vestiti, meno vacanze, alimentazione più sobria, meno automobili, più piccole e meno potenti, meno gadget tecnologici, normative legislative più ferree in termini ambientali e di consumi, una rivoluzione di stili di vita collettiva, andare più a piedi, in bici o solo con mezzi pubblici. Tutto condivisibile ma rivoluzione che non può affrontare da solo un piccolo Comune soprattutto nell’immediato e in solitudine. Tutto questo non lo dico per giustificare una scelta per noi dolorosissima e credimi carica di preoccupazioni, ma per inserire nel giusto contesto tutti gli elementi del problema e l’ambiente difficile dal punto di vista strutturale e organizzativo in cui si opera in piccoli Comuni, schiacciati da uno Stato disattento e spesso patrigno. Sparare sul manovratore stando comodamente seduti al caminetto finché non ti pestano i piedi come fanno in molti lo ritengo non giusto e ingeneroso verso che si prende la briga di farsi carico di questioni collettive complesse e a volte drammaticamente difficili.

Detto questo sono sicuro che qualunque decisione avessimo preso nel caso della nuova espansione industriale su terreno agricolo sarebbe stata sbagliata, proprio perché manca la cornice generale e cioè un indirizzo di sviluppo ed uno stile di vita da parte di tutti veramente e profondamente diverso da quello a cui tutti io per primo siamo abituati, perché bisogna poi vedere alla resa dei conti chi e quanti sarebbero veramente disposti a cambiare il proprio modo di vivere. Questa è la vera tragedia rispetto all’impellente problema di salvare il pianeta”.

Grazie a questo sindaco, capisco che siamo messi male. Siamo stretti tra interessi, contraddizioni, vincoli. Qualsiasi cosa tocchi produce un problema. Tre sindaci della stessa regione ne sono un esempio: uno disinvolto nell’attacco al suolo, premiato dalla giustizia, uno impegnato nella sua salvaguardia, punito con un duro processo, l’altro sensibile, prudente ma solo e prigioniero dell’intreccio inestricabile di motivazioni contingenti che rendono inevitabile il sacrificio di un nuovo prato.

Sinceramente non vedo facili vie d’uscita mentre mi è facile cadere nell’avvilimento, anche perché sto cercando un pezzo di terra per impiantare un frutteto, e non lo trovo, e veder cementificare quel prato vergine è una pugnalata insopportabile. Paolo Pileri con l’analisi del problema a tutte le scale cerca un terreno comune di riflessione e di azione e invoca posizioni razionali e normative efficaci. Bene, è così che si deve fare, sante parole! Ma chi avrà il coraggio di applicarle? Mi sento come chi, con le sole mani, voglia fermare una frana di macerie e calcinacci.

Luca Mercalli

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