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Il viaggio come scoperta di se stessi. Intervista a Francesca Fogar

ottobre 7, 2011 Rubriche, Very Important Planet

Francesca Fogar, ha un cognome che, da solo, è eco di spedizioni, esplorazioni e avventura. Ma è anche giornalista, autrice televisiva, scrittrice, nonché velista, paracadutista e, recentemente naufraga dell’Isola dei Famosi.

Nei suoi viaggi, spesso in solitaria, si è confrontata – per caso o per volontà – con i limiti imposti dalla natura estrema. Ed è là, dove l’ambiente pone confini netti alla condizione umana, che la tempra di un’autentica viaggiatrice viene messa alla prova. Tra un ricordo nostalgico del padre e un’impressione di viaggio, le abbiamo domandato come la sostenibilità e l’attenzione all’ambiente si integrino nella sua vita e nell’attività lavorativa.

D) Francesca, nella sua veste di autrice televisiva e giornalista, come valuta lo spazio televisivo dedicato a tematiche ambientali?

R) Per il grande pubblico della tv generalista, purtroppo questo spazio si è progressivamente ridotto. A programmi come quelli che faceva mio padre, legati a natura, sport e avventura, oppure alle trasmissioni dedicate ai viaggi d’avventura (come quella di Licia Colò – ultimo baluardo della rete pubblica), viene dato sicuramente meno spazio che in passato. Sono nati però, parallelamente, alcuni canali tematici su piattaforme digitali e satellitari che dedicano attenzione al tema da diversi punti di vista.

D) Quali sono i problemi ambientali che lei ritiene oggi più urgenti e che le stanno più a cuore?

R) Ce ne sono un buon numero. Penso, innanzitutto, che il rapporto tra uomo e ambiente sia troppo incentrato sul soddisfacimento dei bisogni umani, problema da cui derivano la pressione sulle risorse della popolazione mondiale in crescita, il riscaldamento globale, l’innalzamento del livello dei mari e il disboscamento dell’Amazzonia e degli altri polmoni verdi del mondo. In campo energetico, ad esempio, il nucleare potrebbe sembrare la soluzione più pratica e ragionevole, se si guarda alla situazione di produzione e consumo. Però non se ne conoscono le conseguenze future. La soluzione dovrebbe quindi comportare investimenti verso le energie rinnovabili e, anche se oggi sembra uno sforzo enorme, alla lunga verrà ammortizzato inducendo un cambiamento di sistema.

D) Nelle sue esperienze di viaggio cosa l’ha colpita in positivo (ad esempio popoli particolarmente “green”) e cosa in negativo (zone del mondo con situazioni di degrado ambientale ecc.)?

R) Come esempio virtuoso, oltre al Nord Europa, posso citare l’Australia: ricordo di un posto chiamato Bellingen, a 400 km a nord di Sydney, dove la produzione alimentare è a km. zero e si sfruttano modalità di trasporto sostenibile e di efficienza energetica. Per quanto riguarda invece luoghi che ho trovato cambiati in peggio… diciamo che è difficile che io ritorni due volte nello stesso posto: voglio finirli prima tutti! Però, ad esempio, ogni volta che vado in Sicilia o Calabria, posti incredibili dal punto di vista naturalistico, mi colpiscono molto gli abusi edilizi, non solo perché rovinano il paesaggio, ma perché ancora una volta esprimono una totale centralità dell’uomo e una noncuranza verso l’ambiente.

D) Come vive, concretamente, la sostenibilità a Milano, la sua città?

R) Cerco di muovermi il più possibile con i mezzi pubblici e di non usare l’auto ma il motorino. Ho abbandonato l’uso della bici dopo essermi accorta della quantità di smog che si respira anche indossando la mascherina. Inoltre credo che si dia poca importanza agli spazi verdi i quali, se è vero che non cambiano di molto la qualità dell’aria, restano comunque uno spazio ricreativo importante per la vivibilità della città. Di solito nei weekend non rimango a Milano perché sento il bisogno di respirare aria buona, e di riconciliarmi con la natura, in montagna, al mare o semplicemente nel verde.

D) In una recente intervista su Vanity Fair ha parlato dell’amicizia che legava suo padre, Ambrogio Fogar, e Walter Bonatti, uomini che, nel rapporto con la natura, si sono spinti al limite. Qual è la sua visione del limite tra uomo e ambiente?

R) Sia per mio padre, sia per Bonatti come per tutti quelli che fanno questa scelta di vita, la natura rappresenta un mezzo per riflettere su sé stessi e mettersi in gioco.  La grande meraviglia, la grande paura e la grande gioia sono emozioni che riesci a vivere e ottenere soltanto se sei in un contesto “estremo”. Se però è sicuramente vero che sono le condizioni naturali più difficili a tirare fuori la capacità di confrontarsi con i propri limiti, ancor di più è la permanenza prolungata in una certa situazione a farlo. In mare, può essere tanto snervante una tempesta che scatena sensazioni di paura in cui si deve ricorrere alla propria forza di volontà, quanto l’attesa nella bonaccia, in cui sopraggiunge la noia ed emergono aspetti del carattere ignorati nella vita di tutti i giorni.

D) Quindi per lei vivere la natura in solitudine è una condizione essenziale…

R) Nonostante l’importanza della condivisione, per me la solitudine è un ingrediente senza il quale “la torta non viene fuori”. Anche una passeggiata in montagna in solitaria può avere elementi di avventura e di scoperta. La natura, grande maestra, è il mezzo che, mettendoti in condizione di benedirla o maledirla, ti permette di conoscere profondamente te stesso.

D) Quale modalità di turismo, secondo lei, può considerarsi più sostenibile? Che tipologia di viaggio predilige?

R) Penso che la vera differenza tra vacanza e viaggio sia arrivare in un posto e calarsi completamente nella vita di quel luogo. Ad esempio, se vado in India, preferisco muovermi con gli autobus locali, benché siano sporchi, maleodoranti e si rompano di continuo. In questo modo si va in controtendenza rispetto alla globalizzazione, che impone lo stile e i consumi occidentali anche all’estero, ma che ti fa perdere il sapore profondo del paese che visiti. Trovo fantastica la sensazione di raggiungere un luogo non perché ci venga portata, ma per il gusto personale di andarli a scoprire.

Sabrina Belgero & Virginia Tallone

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