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In cammino sulla via Francigena, verso l’Abbazia di S. Antonio di Ranverso

febbraio 14, 2013 Impressioni di viaggio, Rubriche

Proseguono, con il cammino sulla via Francigena, dal Castello di Rivoli all’Abbazia di S. Antonio di Ranverso, in Provincia di Torino, le “divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” di Orlando Manfredi, in arte Duemanosinistra, a spasso per le città italiane alla ricerca della densità di significato – umano e ambientale – dei luoghi che ci circondano.

Se vivere onestamente si traduce nel seguire curiose traiettorie, irrimediabilmente intime, le rotte dei vagabondaggi non fanno eccezione.

Delle volte sono solo le circostanze, che ti si cuciono attorno, a decidere per te dove andare e come. Altre volte sono ragioni “sentite” e radicali, altre volte ancora sono frivoli pallini, ma non per questo meno “veri”.

Ho da anni il pallino di pellegrinare all’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, perché ci sono passato davanti innumerevoli volte da distratto automobilista, senza mai aver deciso un’occasione per scendere a guardare.

Camminare è l’occasione per un tempo ritrovato, come una dedica a se stessi da se stessi. E siccome queste divagazioni di mobilità elementare sono anche il mio tempo ritrovato, decido di riprendermi quella volta lì in cui non sono sceso dall’auto per vedere il luogo sacro dedicato a Sant’Antonio l’Anacoreta, messo in un canto di Buttigliera Alta, a ridosso di Rosta, nella provincia torinese, poco distante dalla statale per Susa. Stavolta, però, niente auto, solo qualche mezzo pubblico per avvicinarmi. E gambe in spalla, zaino e chitarra – ça va sans dire.

L’insolito, però, è sempre dietro l’angolo, quando mi accingo a queste particolari esperienze in cerca di luoghi e densità. Delle volte assume registri drammatici, altre farseschi o tragicomici. Quasi sempre avviene all’insegna dell’incontro, nel bene o nel male. Ormai ho imparato a prenderla come una verità incontrovertibile. Questa volta, mi capita di essere sottoposto a un banale controllo del biglietto, sul pullman che da Corso Francia mi farà scavallare la città, scaricandomi a Rivoli. Il controllore ostenta orgogliosamente la matricola X221 del distintivo. Io ostento orgogliosamente il mio biglietto regolarmente timbrato.

X221, però, assesta un colpo irrimediabile: “Questo biglietto non è valido, siamo su una tratta suburbana”.
Boccheggio, incredulo. Questa delle tratte di competenza proprio non la ricordavo. Gli faccio notare che l’aumento spropositato dei prezzi dei biglietti giustificherebbe una parificazione delle tariffe. “Lei ha ragione ma non è un buon motivo per non comprare il biglietto adeguato”. Ha ragione anche X221. “Se paga direttamente le viene a costare venticinque euro, sennò saliamo a novanta”. “Mi coglie impreparato: stavo andando a camminare e non ho abbastanza contante per pagare”. “Posso scendere con lei e aspettarla mentre lei preleva al bancomat”, risponde disponibilissimo X221. “Grazie, molto gentile”, faccio io. Torno con il contante, e mentre X221 redige il verbale, gli chiedo se posso scattare una foto mentre mi fa la multa. Gli parlo di quello che faccio per Greenews.info e aggiungo che sarebbe simpatica una foto per documentare gli imprevisti della “mobilità sostenibile” in modo scanzonato. X221 mi prende in simpatia e inizia a darmi del tu: “Vorrei accontentarti, ma non posso. Tempo fa siamo stati fotografati da qualcuno. Risultato: la mia foto appiccicata a tutte le fermate, per essere riconosciuto in anticipo dai contravventori”. Lo conforto, si sa mai che mi togliesse la multa: “Oh, mi spiace, dev’essere stato brutto”. “Sì, abbastanza”, conferma X221. Gli chiedo indicazioni sul punto esatto in cui imboccare il Sentiero dei Pellegrini.
“Devi andare su al Castello. Sempre dritto, finché te lo trovi sulla destra, a un bivio”. Ringrazio poi mi fa: “Bella questa cosa che fai delle camminate. Ti pagano bene?”. “Nella media. In questo caso, però, hai il 50%”.
Ci salutiamo con una stretta di mano.“E’ stato un vero piacere conoscerti”, conclude X221. Sto per rispondergli “anche per me”, ma mi censuro. Surreale, tutto.

Nei dintorni del Castello si nasconde quel Sentiero dei Pellegrini che, sul versante della Valle di Susa, attraversa la Via Francigena, antico fascio di vie diretto alle tre principali mete religiose della Cristianità: Santiago di Compostela, Roma e Gerusalemme. I viandanti provenienti dalle terre dei Franchi cominciarono in età post carolingia a valicare le Alpi attraverso i colli del Moncenisio e del Monginevro, dando vita al nome di via “Francesca” o “Francigena”, per identificare una rete di sentieri che teneva insieme tutti i maggiori luoghi di spiritualità del tempo su questa traiettoria.

Da Rivoli, scoperto l’accesso al sentiero, ci si addentra lungo i  saliscendi delle limitrofe colline moreniche, trovando approdo in faccia alla via di Sant’Antonio di Ranverso, dopo circa dodici chilometri di cammino. Svettante sulla collina, ecco il Castello, progettato e mai concluso da Filippo Juvarra, riferimento imprescindibile per i torinesi, scrigno del Museo d’Arte Contemporanea omonimo. Lascio la strada asfaltata alle mie spalle e imbocco finalmente lo sterrato. I colori e l’aspetto del sentiero sono quelli invernali, da temibile febbraio, ma oggi il clima è decisamente autunnale. Sono passati i giorni della merla ma nessuno se n’è accorto. Il manto delle foglie cumulate a terra riporta ai sensi il sapore del legno, come se lo conoscessero bene: una madeleine proustiana, un ritrovato familiare.

Non porto mai musica durante le camminate: sono i posti che attraverso che me la suggeriscono. E allora sì, un po’ rimpiango di non poter ascoltare quello a cui sto pensando. Sarebbe bello essere accompagnati da Five leaves left di Nick Drake, da John Martyn, o Ian Matthews: giganti romantici del cantautorato britannico dei Settanta, che come nessun altro componevano canzoni aggraziate con acini selvaggi.
Ma come si fa a sapere in anticipo il canto che suggerirà la strada?

Ho costeggiato due grossi cascinali (Cascina Vacchiero, Cascina Nuova), animati dai battibecchi delle bestie di casa, un masso erratico e lo Stagno Pessina, disanimato ormai dei suoi anfibi abitanti, quasi senz’acqua.
Poco distante, sul sentiero che piega verso Rosta, il Parco De Benedetti custodisce quattro ettari di bosco scampato al degrado, dove è possibile incontrare frassini, aceri, ciliegi e diverse varietà di querce.
Nessun incontro animale, come quello coi tanto paventati cinghiali selvatici. Mi spiace per i tassi, i ghiri e i caprioli selvatici, segnalati anche loro.

All’interno del parco il Comune di Rosta ha piantato, negli ultimi anni, centinaia di giovanissimi alberi per i nuovi nati della comunità. Ogni albero ha in adozione un neonato, se così si può dire. E in fondo, l’antica tradizione contadina voleva proprio così, sancendo un nuova venuta con una pianta, meglio se da frutto. Non c’erano mele e basta. C’erano le mele di Rosa, le prugne di Beppe, le ciliegie di Gian. Di sicuro mi lascerebbe secco leggere qui, in questo parco: “Questo albero è stato piantato per Orlando Manfredi. Il nostro augurio è che entrambi crescano sani e longevi”.

Il sentiero sbuca sulla via di Sant’Antonio di Ranverso. Vedo il cucuzzolo della torre campanaria a cinquecento metri. Mentre mi avvicino all’insenatura sulla quale sorge l’Abbazia, mi perfora il dubbio che Dario Argento abbia girato un film o qualche scena proprio qui. Scaccio i fantasmi per concentrarmi su quello che vedo. Ad accogliere il visitatore un piccolo masso erratico di origine glaciale, piovuto qui, e sul quale è stato piantata una stele di roccia, terminante in una tau, simbolo distintivo dell’ordine dei templari.

Il complesso dell’Abbazia è un inconsueto e armonioso connubio di romanico e gotico architettonici, che vale qualsiasi sfacchinata. Al santo del Fuoco, al santo del Deserto e a tutte le sue altre incarnazioni iconografiche furono dedicate anche l’ospedale per i malati di ergotismo (il fuoco di Sant’Antonio), e la precettoria, antico rifugio per i viandanti. Se la Via Francigena è nuovamente al centro di attenzioni turistiche, culturali, e spirituali, nessuno ha ancora mai pensato di ridare ai pellegrini questo gioiello.

Orlando Manfredi

Playlist:

Diari francigeni. In bici sui passi dei pellegrini, Marotta e Cafiero Editore
Ana Mendieta, She Got Love, Museo d’Arte Contemporanea, Castello di Rivoli
Robert Walser, Piccola Passeggiata, Adelphi
Nick Drake, Five leaves left
John Martyn, Solid Air
Ian Matthews, If you saw thro’ my eyes
La terza madre di Dario Argento

 

 

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