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“In nome del panda”. La nascita del WWF italiano nel racconto di Fulco Pratesi

marzo 7, 2017 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Giovedì 2 marzo la Sala Scheletri del Museo Civico di Zoologia di Roma ha ospitato la presentazione del libro In nome del panda. La mia lunga storia d’amore con la Natura, di Fulco Pratesi (Castelvecchi Editore, pagg. 96, € 12.50), fondatore e presidente onorario del WWF Italia, che nel 2016 ha compiuto 50 anni. Pratesi racconta la sua lunghissima storia d’amore con la Natura, contraddistinta dalle innumerevoli battaglie in difesa degli animali in via di estinzione e degli ambienti naturali del Nostro Paese. Storie di animali salvati in extremis, informazioni inedite e appassionanti aneddoti, raccontati in modo avvincente da chi quelle storie le ha vissute in prima persona. Per gentile concessione di Lit Edizioni Srl, pubblichiamo un estratto del paragrafo “I primi anni del WWF“.

La visione, silenziosa e solenne, dell’orsa con i suoi tre cuccioli, in quel settembre dorato dalle chiome dei faggi nella foresta anatolica, fu per me un meraviglioso messaggio inviatomi da Madre Natura. E, un po’ come per la caduta di Paolo di Tarso sulla via di Damasco, l’inizio di una conversione. Compresi, cioè, che il cercare di distruggere il miracolo della natura, come quello simbolizzato dalla famigliola di quei plantigradi, era un vero sacrilegio. Così, tornato avventurosamente a casa, vendetti tutti i fucili e acquistai una macchina fotografica. Macchina fotografica di allora, intendiamoci, munita di un enorme teleobiettivo a soffietto regalatami da un amico, con la quale iniziai un percorso di redenzione dalle antiche colpe di vent’anni da cacciatore.

Un giorno, mentre iniziavo, da buon convertito, a battermi da solo contro gli eccessi della caccia, il principe Agostino Chigi, amico d’infanzia, mi fece conoscere un personaggio che considero il mio iniziatore nell’ormai cinquantennale battaglia in favore della natura e della fauna. Hardy Reichelt, giovane e avventuroso ornitologo dello Schleswig-Holstein nella Germania del Nord, fuggito da un padre che non amava, si era rifugiato in Italia. Con i primi soldi guadagnati cantando nelle osterie e, in seguito, ingaggiato come annunciatore in lingua tedesca nel programma Notturno dall’Italia della Rai, aveva organizzato, a sue spese, il Primo Congresso Internazionale per la Protezione degli Uccelli in Italia nell’istituto cattolico “Per un mondo migliore” a Rocca di Papa sui Colli Albani. Lui e io, con la mia piccola Seicento, binocoli inadeguati e macchine fotografiche rudimentali, iniziammo una lunga azione in difesa degli uccelli, fondando nel 1965 la Stazione Romana per l’Osservazione e la Protezione degli Uccelli costituita da due soli soci, noi due.

Alle riunioni al bar e alle azioni varie, giornalistiche e politiche, per contrastare gli eccessi dei cacciatori che nel 1965 avevano già superato il milione e mezzo, univamo le spedizioni sul campo per approfondire la conoscenza dell’avifauna. Soprattutto nelle paludi della Maremma che conoscevo per esserci andato a caccia. Mettevamo in opera nidi artificiali sperimentali per anatidi nella foresta della Feniglia nella laguna di Orbetello e cercavamo di fotografare, con i nostri primitivi attrezzi, le specie più rare. Un colpo entusiasmante lo ebbi quando riuscii, sguazzando in laguna, a fotografare un allora rarissimo fenicottero rosa, foto che comparve in diversi articoli che scrissi in favore delle paludi, ambienti ricchi di vita selvatica allora odiati e distrutti con i mezzi da “Battaglia del grano” e dalle politiche per la bonifica integrale che avevano già eliminato migliaia di ettari di zone umide in tutta Italia.

In una delle nostre prime spedizioni da birdwatchers ante litteram, trovammo, in una propaggine settentrionale dell’orbetellana laguna di Ponente, i primi nidi del cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus). Non esito a riconoscere che, come l’orsa della Turchia, la scoperta di questo elegante trampoliere bianco e nero con le zampe e gli occhi rosso rubino, rappresentasse una pietra miliare del mio percorso verso la nascita del WWF. In seguito, la saga di una famiglia di questi migratori, tornati anno dopo anno per decenni a riprodursi a Orbetello, fu l’oggetto del mio primo romanzo, “I Cavalieri della grande laguna“, pubblicato da Rizzoli, che ebbe un buon successo letterario e di vendite.

La visione di questi commoventi nidi, costruiti con erbe, conchiglie e alghe sugli isolotti della laguna, ci convinsero a tentare di salvare la piccola colonia di migratori dai pericoli della caccia, dei cani vaganti e dei disturbatori che allora imperversavano. Iniziammo così una lunga battaglia per creare una zona protetta nella laguna di Ponente. Allora non esisteva nessun tipo di area chiusa alla caccia per gli uccelli “di passo”, tutti alle mercé dei cacciatori (nel 1970 raggiunsero i due milioni di licenze) che cacciavano fino ai primi di maggio, sterminando i volatili che, partiti in primavera dall’Africa, approdavano esausti sulle nostre coste. O, in autunno, percorrevano le stesse rotte a ritroso, incappando, come nel viaggio di andata, nei fuochi di sbarramento delle doppiette e degli automatici.

Il 25 aprile del 1965, Hardy e io presentammo, al Congresso Internazionale di Ornitologia Applicata, tenuto al Lido di Classe (Ravenna), una relazione della nostra Sropu, per annunciare il ritorno a Orbetello di questi uccelli migratori, che dal 1920 non nidificavano più in Italia, soprattutto per colpa della caccia quando essi, provenienti dai laghi dell’Africa centrale, tornavano a riprodursi in Europa.

Per trovare alleati in quest’azione, ci rivolgemmo alla sede centrale del World Wildlife Fund, un’associazione nata a livello internazionale a Morges, in Svizzera, nel 1961, formata dai maggiori e potenti naturalisti di tutto il mondo presieduti da Bernardo d’Olanda. Tra essi, Peter Scott, figlio del grande esploratore antartico scomparso tra i ghiacci del Polo Sud, Julian Huxley, presidente dell’Unesco, Edmund Hillary, conquistatore dell’Everest, il trasvolatore Charles Lindbergh, Thor Heyerdhal, capo della missione del Kon Tiki e altri luminari. La risposta alla mia lettera richiedente aiuto fu che il WWF era ai primi passi di vita e aveva molti problemi da risolvere per potersi occupare di una sconosciuta palude in Toscana. Continuammo così, Hardy e io, la nostra battaglia fatta di articoli, ricerche e pubblicazioni a nome della Sropu.

Una delle azioni più importanti, dovuta all’attivismo di Hardy, fu il coinvolgimento di tre giovani naturalisti tedeschi laureandi, suoi amici, invitati in Italia per eseguire un’indagine faunistica e floristica su Orbetello, concretizzata in un’importante relazione completa di dati catastali e di foto che avrebbero dovuto servire a sostenere una richiesta di protezione per l’area in questione. La ricerca, arricchita di mappe e disegni di Hardy e mie foto, venne pubblicata in seguito nel volume “Una vita per la natura“, curata per il WWF da Franco Pedrotti, insigne botanico, consigliere del WWF dal 1975 e divenuto, nel 1991, vicepresidente dell’associazione.

Ma il mio primo contatto epistolare con la sede internazionale del WWF ottenne finalmente, nel 1966, un primo risultato. In quell’anno ricevetti improvvisamente una telefonata dal segretario generale del WWF, Fritz Vollmar, che, dovendo venire a Roma, avrebbe avuto piacere di incontrarmi e mi invitò a colazione, insieme all’amico Agostino Chigi e Jeremy Swift (un giovane inglese che lavorava in quell’ufficio) nel ristorante della Fao presso il Circo Massimo. Appena seduti mi confessò che io ero stato il primo (e l’unico) che, dall’Italia, gli avesse scritto per cercare di creare una riserva in difesa degli uccelli migratori, istituzione allora del tutto sconosciuta in un paese come il nostro, pur fortemente interessato dalle rotte migratorie che collegavano il Nord Europa all’Africa. E mi propose, senza circonlocuzioni, di fondare una sezione italiana del WWF. Gli risposi, stupefatto, che la cosa mi interessava, ma che avendo già un lavoro d’architetto e una famiglia che andava crescendo (avevo tre figli e un quarto stava per arrivare) avrei dovuto poter contare su un aiuto esterno per mettere in piedi un’impresa così impegnativa. E chiesi a Vollmar se il WWF sarebbe stato d’accordo a contribuire finanziariamente all’impresa. La risposta fu che se il WWF voleva crescere bene avrebbe dovuto partire con le proprie gambe. Una regola che dovrebbe sfatare la credenza, da molti immaginata, che la nascita e la crescita del WWF Italia fosse stata aiutata economicamente dalla struttura centrale. Mentre, è bene saperlo, fin dalla firma del primo contratto per divenire membri dell’organizzazione mondiale e poter fruire del simbolo del Panda, una parte non trascurabile dei fondi da noi raccolti doveva essere versata alla sede internazionale.

Non mi persi d’animo. E raccolto un gruppo di amici, in buona parte ex cacciatori, direttori di zoo, naturalisti e appassionati, giornalisti e manager, misi a disposizione del segretario del neonato WWF Italia uno stanzino di due metri per tre nel mio studio di architetto, disegnai la prima tessera, verde con il simbolo del Panda, e chiesi a tutti di versare 20.000 lire a testa per le prime spese. A capo di questa brigata di uomini di buona volontà decidemmo di porre il marchese Mario Incisa della Rocchetta, anche lui ex cacciatore, che aveva già realizzato, nella sua tenuta di Bolgheri, un rifugio per uccelli acquatici, modello di quelli che avremmo voluto creare noi, e che resta ancora, grazie alla disponibilità del figlio Niccolò, una delle più belle Oasi dell’associazione.

Il 5 luglio del 1966 l’Associazione Italiana per il WWF fu fondata davanti al notaio Tito Staderini di Roma, allora presidente della sezione romana di Italia Nostra, associazione della quale ero già socio. La sede ufficiale fu, come ho detto, il mio studio di architetto, in via Pietro Antonio Micheli 62 a Roma. Il primo segretario generale fu, per tantissimi anni, il mio amico Arturo Osio, grande artefice di tutta la politica di gestione economica e di acquisizioni dell’associazione, grazie anche alle sue competenze bancarie, essendo il nipote dell’altro Arturo Osio, fondatore della Banca Nazionale del Lavoro. Ma la consacrazione definitiva del neonato Panda italiano si ebbe nel novembre dello stesso anno. La generosità del presidente Incisa, proprietario del Circolo del golf dell’Olgiata presso Roma, ci permise di organizzare una cena di gala con molti personaggi della finanza, della cultura, del giornalismo e della scienza, alla presenza del presidente del WWF Inglese (poi presidente internazionale dell’associazione), Filippo duca di Edimburgo, consorte della Regina Elisabetta II. Alla riunione intervennero, tra gli altri, Giuseppe Montalenti, grande genetista e presidente della Commissione per la Conservazione della Natura del Cnr, Arturo Osio senior, fondatore della Bnl, Luigi Barzini junior del «Corriere della Sera», Gianni Roghi, giornalista de «L’Europeo», e altri amici e sostenitori di alto livello. La firma del contratto di adesione del WWF Italia all’organizzazione internazionale fu siglata in quell’occasione.

Fulco Pratesi*

* Giornalista, scrittore, disegnatore, divulgatore. Laureato in Architettura, dopo alcuni anni di professione si è dedicato alla salvaguardia della natura. Dopo aver fondato il WWF ed esserne stato presidente, è stato parlamentare dei Verdi per una legislatura e presidente del Parco Nazionale d’Abruzzo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Il salvanatura” (1972) e “Storia della natura d’Italia” (2001).

 

 

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