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In Piemonte nascono le prime associazioni fondiarie, presidio sul territorio

novembre 12, 2014 Campioni d'Italia, Rubriche

Mentre gli argini crollano, i versanti delle montagne si sgretolano e le colline vengono giù come dune di sabbia, risultato di decenni di incuria del territorio, in alcuni piccoli paesi del Piemonte gruppi di cittadini, in silenzio e lontano dai riflettori, provano a fare qualcosa.

Anche le terre alte del Nord-Ovest italiano, così come altrove, hanno sofferto l’abbandono dell’agricoltura: i villaggi di alta quota si sono spopolati, chi gestiva il territorio con una manutenzione costante, un presidio, se n’è andato, chi è rimasto non trova un lavoro. Il paesaggio mal gestito non invoglia il turismo, i pascoli e terreni un tempo coltivati lasciano il posto ai boschi, si contano ettari su ettari di terreni incolti frazionati in moltissimi fondi, mentre dall’altra parte i giovani aspiranti agricoltori si trovano davanti l’ostacolo dell’accesso alla terra. Una risposta a questi problemi sta arrivando dalle associazioni fondiarie, un modello di gestione comunitaria del territorio nato in Francia e introdotto in Italia grazie all’impegno di Andrea Cavallero, professore del dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Torino. “Quando in un Comune montano o collinare l’abbandono delle terre raggiunge livelli importanti tanto da compromettere la fruibilità del territorio comunale o sovra-comunale, il suo paesaggio, la qualità della vita dei residenti e di chi a vario titolo e interesse accede al territorio comunale, gli stessi proprietari, consapevoli della situazione, possono decidere dicostituire un’Associazione Fondiaria, nel maggior interesse generale e dei singoli residenti, con responsabile superamento dei particolarismi”, ha scritto il docente in un articolo pubblicato l’anno scorso.

I primi a raccogliere la sfida sono stati, nel 2012, i proprietari dei terreni di Carnino, piccola frazione montana in provincia di Cuneo, alta valle del Tanaro. “Da più di 15 anni i pascoli di Carnino non erano più stati utilizzati, l’ultimo allevatore locale è stato mio padre, rimasto fino all’estate del 1994. Uno dei problemi principali è l’eccessivo frazionamento: ci sono appezzamenti di poche decine di metri quadrati, con proprietari che non sono reperibili e appezzamenti che hanno più di un proprietario. Situazioni che non rendevano possibile avviare una programmazione di lungo periodo”, spiega Francesco Pastorelli, presidente dell’associazione che oggi raccoglie più di 30 persone. Con l’aiuto di Cavallero e dell’ente parco del Marguareis, nel cui territorio si trova il villaggio, due anni e mezzo fa è nata l’associazione: “Riunendo quasi tutti i proprietari, è stato possibile creare le condizioni di base per affittare i terreni a un allevatore con un contratto di cinque anni e regole precise di cura del territorio, cosa finora impossibile perché il pastore avrebbe dovuto trattare con 20 o 30 persone diverse”.

I padroni delle terre hanno ricevuto garanzie sull’utilizzo dei loro terreni e sul fatto che continueranno a mantenere la proprietà, mentre lo statuto prevede che tutti i proventi dell’affitto di questi pascoli saranno utilizzati per il miglioramento dei fondi: “Da soli, questi terreni valgono zero, ma tutti insieme, anche grazie agli interventi di manutenzione, aumentano il proprio valore”. Economico, certo, ma anche ecologico e sociale: “Al momento c’è un allevatore di bovini da carne che rimane a Carnino in alpeggio per cinque mesi, gestendo il territorio. Sto lavorando però per avere qualcuno che sia sempre presente e si leghi a Carnino in modo più stretto, con una produzione di latte e formaggi. Nessun privato da solo sarebbe in grado di sostenere le spese per aprire un micro-caseificio, ma tutti insieme, consorziandoci, potremmo farcela”. Un’idea che, come scrive Cavallero, si inserirebbe in un “processo di valorizzazione delle risorse territoriali in funzione delle loro diversità, in alternativa all’omologazione dei processi e conseguentemente dei prodotti, che tanto negativamente ha influito sulla conservazione delle attività agricole negli ambienti marginali del nostro paese”. Da lì, aggiunge Pastorelli, “si potrebbe passare anche a un ritorno alla coltivazione: si potrebbe iniziare dando qualche terreno in comodato d’uso per l’autoproduzione e passare poi a produzioni agricole di più larga scala”.

Dopo Carnino, diversi altri piccoli Comuni hanno seguito il suo esempio: sono nate associazioni di proprietari fondiari a Fabbrica Curone e Avolasca, rispettivamente in val Curone e valle Scrivia, provincia di Alessandria, nel comune torinese di Lauriano. Altre potrebbero presto nascere ad Ayas, nell’omonima valle valdostana, e in diverse località del cuneese: Coumboscuro e Montemale in val Grana, Ostana in val Po, Chiusa Pesio in valle Pesio.

Una delle esperienze più interessanti è sicuramente quella di Lauriano, dove la nascita dell’associazione fondiaria Cornalin è il risultato di un lavoro di ricerca iniziato più di due anni fa da un gruppo di giovani studenti e ricercatori dell’Università di Torino. “Il processo di abbandono dei terreni collinari si è sviluppato negli ultimi 30 anni: da allora le persone hanno incominciato a non venire più sui propri terreni per produrre qualcosa, ma solo per cercare di mantenerli il più possibile puliti, con interventi discontinui e irrazionali dovuti anche alla estrema frammentazione delle proprietà”, spiega Martino Noce, responsabile del progetto. Con il risultato che “alcune aree stanno franando, portandosi dietro pezzi di collina, e nei campi prima coltivati stanno spuntando gli alberi”. All’associazione partecipano sia proprietari che utilizzatori dei terreni, “con lo scopo di  trovare forme razionali di utilizzo della terra. In questo modo si uniscono le esigenze dei proprietari a quelle di accesso alla terra dei giovani agricoltori e di cura del territorio dei cittadini”. Un’altra particolarità del progetto in corso a Lauriano è quella di puntare sulla figura del “selvipastore”, un allevatore capace di integrare la gestione del bosco alla pastorizia, in modo che il risultato non sia solo una produzione, ma la gestione di un territorio. “L’idea è che i proprietari potrebbero dare al selvipastore la possibilità di far pascolare le proprie capre sulla loro area boscata: quest’ultimo ne ricaverebbe cibo per gli animali, mentre i primi si ritroverebbero con un bosco pulito e gestito correttamente. A Lauriano c’è già un allevatore di capre che opera in questo modo, funzionerà da modello per altri giovani, che si troverebbero in mano un lavoro”.  E il pascolo delle capre potrebbe essere utilizzato anche per mantenere puliti alcuni sentieri aperti quest’estate con i volontari del servizio civile internazionale. “Con il latte si potrebbe produrre formaggio in un piccolo caseificio comune, realizzato mettendo insieme le energie di tutti, fino ad oggi disperse sul territorio. Vorremmo essere degli enzimi: aiutare le persone a realizzare i loro progetti e a trovare soddisfazione nel vedere il proprio territorio curato e produttivo”.

Veronica Ulivieri

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