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La révolution dei colibrì: come la Francia si sta portando alla guida della rivoluzione ambientale

gennaio 7, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Cittadini che mettono insieme i risparmi per acquistare terreni agricoli da affittare a giovani agricoltori biologici. Organizzazioni che riciclano gli apparecchi elettronici creando occasioni di lavoro per chi si trova in situazioni di esclusione. Realtà che producono ”dal basso” energie rinnovabili, con lo scopo di sostenere lo sviluppo dell’unico fornitore di energia 100% pulita. Grazie a queste buone idee, la Francia sta cambiando volto. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un estratto del libro “La révolution dei colibrì” di Andrea Paracchini, giovane giornalista italiano trapiantato a Parigi, da poco pubblicato da Asterisk Edizioni. Il libro offre un’ampia e approfondita panoramica del variegato contesto di pratiche ed esperienze che contribuisce alla creazione di una vera e propria economia sociale nel Paese d’Oltralpe. L’obiettivo dell’autore non è quello di dare lezioni “esterofile”, ma di offrire ai lettori italiani una serie di buone pratiche ambientali e sociali che possono essere replicate nel nostro Paese. Il testo qui sotto è tratto dal capitolo “Sentinelle ambientali” e racconta l’esperienza di un servizio di pronto intervento ecologico fondato da un medico di Strasburgo.

Un furgoncino bianco con due sirene sul tetto, parcheggiato lungo un canale alla periferia della città di Strasburgo, a qualche metro dalla ferrovia. Nel cassone, un ragazzo vestito con un pile bianco maneggia delle provette. Un altro, con addosso degli stivali di gomma, preleva dei campioni dell’acqua del canale. Malgrado le apparenze, non sono poliziotti, ma due membri della squadra del Samu de l’Environnement, l’ambulanza dell’ambiente.

Il furgoncino su cui si trovano infatti è un laboratorio mobile concepito per permettere a questi esperti di intervenire in un raggio di 100 km attorno a Strasburgo in caso di presunto inquinamento. Una strana schiuma nell’acqua del fiume? Un’allergia sospetta? Un presuntoinquinamento? Sul posto, il Samu realizza delle analisi e impartisce rapidamente istruzioni alle persone coinvolte o ai soccorritori. Il Samu de l’Environnement è uscito dalla testa di un tossicologo, Fariborz Livardjani, circa una ventina d’anni fa. All’epoca l’aspirante dottore lavorava al centro antiveleni dell’ospedale della città alsaziana. La maggior parte delle chiamate che riceveva avevano a che fare con l’inquinamento delle acque del Reno, un problema grave a cui il suo servizio era tuttavia impreparato a rispondere efficacemente, sia per carenza di mezzi che per la farraginosità delle procedure. «I medici dovevano uscire, riportare i campioni in laboratorio e analizzarli» – ricorda Fariborz Livardjani – «Quello che ci avrebbe fatto davvero comodo questo tipo di situazioni era un’unità mobile di tossicologia».

Tra il dire e il fare però, c’è di mezzo il mare… Adriatico. È infatti nel 2000, a svariate migliaia di chilometri da Strasburgo, che il dottore mette in pratica per la prima volta la sua idea. «Ero in missione umanitaria in Kosovo per conto della Croce Rossa» – racconta – «I rifugiati tornavano nei villaggi alla fine del conflitto e si ammalavano a causa dell’acqua contaminata». Fare avanti e indietro verso la capitale ogni volta per effettuare le analisi era troppo complicato. Con qualche finanziamento racimolato riesce allora ad attrezzare alla meglio un veicolo con cui percorrere il paese. «Risultato? In tre mesi potevamo constatare una riduzione del 70% delle patologie legate all’acqua inquinata». È quel laboratorio mobile, che oggi ancora esiste, il primo prototipo del Samu de l’environnement. Tornato in Alsazia, Fariborz finanzia un secondo prototipo attraverso la ditta di analisi tossicologiche che ha creato con altri colleghi prima di dar vita, nel 2008, ad un’associazione che per lungo tempo ha avuto il suo quartier generale nel centro antiveleni dell’ospedale. Oggi le chiamate, una al giorno in media, arrivano direttamente alla squadra del Samu. Spesso le persone vogliono solo essere rassicurate. Altre volte si tratta invece di verificare un sospetto inquinamento: «Non appena vedono un pesce morto nell’acqua, le persone pensano subito si tratti di inquinamento chimico» – spiega Simon Schalck, giovanissimo responsabile dell’unità acqua del Samu – «Ma può trattarsi benissimo di una scarsa ossigenazione dell’acqua dovuta a un eccesso di vegetazione».

Per fugare ogni dubbio, il Samu de l’environnement ha un piccolo arsenale su misura a disposizione: una serie di valigette contenenti il necessario per effettuare in un’ora una batteria di un centinaio di test. È così che rapidamente possono percorrere tutte le piste e risalire alla causa del problema. «Alcuni di questi test non erano disponibili in commercio»– spiega Fariborz Livardjani – «Penso in particolare ai detettori di sostanze a bassa concentrazione, che è proprio il tipo di inquinamento che si incontra più frequentemente nell’ambiente». Quando il risultato del test è positivo, il Samu lancia l’allarme. «Quando abbiamo cominciato a operare, le forze dell’ordine erano parecchio perplesse, in particolare i pompieri» – riconosce il tossicologo – «Ma devo dire che oggi lavoriamo molto con la gendarmeria, in particolare da quando nel 2009 abbiamo firmato una convenzione con la brigata specializzata nell’inquinamento per mettere in comune i nostri mezzi». Le grandi operazioni sul Reno che vedono coinvolta la gendarmeria rappresentano tuttavia solo una piccolissima parte delle attività del Samu. Molte chiamate arrivano ad esempio dai medici di base o da quelli del lavoro che si trovano davanti a sintomatologie sospette nei loro pazienti. «La spiegazione è quasi semprenel cattivo uso di detergenti, pittura o in malfunzionamenti dei sistemi diaerazione». Allertati a fine 2012 da un medico del lavoro, il Samu ha peresempio scoperto che dei lavori di imbiancatura mal eseguiti stavanomettendo in pericolo la salute dei dipendenti di un ufficio del centro.

«I nostri interventi sono sempre gratuiti. A chi ci chiama chiediamo solo di aderire all’associazione». Dieci euro all’anno per i privati, quaranta per le ditte di meno di 40 dipendenti, ottanta per le altre. Un contributo modico per incitare le persone a far appello al Samu, anche per piccoli dubbi riguardo a situazioni meno evidenti. L’altra faccia della medaglia però è che l’associazione fatica a stare a galla. Certo, la maggior parte delle attrezzature sono dono delle aziende produttrici. Ma nonostante il sostegno del sindaco di Strasburgo all’epoca della sua creazione, il Samu non ha mai ricevuto sovvenzioni pubbliche. L’associazione prova quindi a vendere qualche prestazione di diagnosi ambientale e a firmare contratti con le amministrazioni pubbliche.«Facciamo delle analisi per conto di Voies Navigables de France» –spiega Frédéric Bossert, responsabile della cellula suolo – «e stiamo negoziando un contratto con un comune qui vicino per realizzare un bilancio della qualità del suolo degli orti comunali, ogni qualvolta avviene un cambio di assegnazione». Per la Comunità urbana di Strasburgo, il Samu ha condotto uno studio sugli effetti della salatura delle strade durante l’inverno sugli alberi della città. «Insomma, non abbiamo un modello economico, ma lavoriamo tanto sui partenariati», rivendica Fariborz Livardjani. Tutti i laboratori di analisi del Samu sono ospitati in strutture esterne. Quello dell’aria si trova per esempio negli uffici dello studio Habitat Santé Environnement, specializzato nell’inquinamento d’interno, che in più mette a disposizione del Samu uno dei suoi dipendenti. Simon è dipendente in contratto di professionalizzazione della Fédération du Haut-Rhin pour la Pêche et la Protection du Milieu Aquatique che gli permette però di lavorare a tempo pieno per il Samu, oltre ad ospitare il laboratorio per le analisi dell’acqua e a custodire il furgone. Stesso discorso anche per Frédéric, responsabile dell’unità suolo, assunto dal Jardin de la Montagne Verte, un orto di reinserimento lavorativo che fa parte della rete dei Jardin de Cocagne.«Facevamo agricoltura biodinamica da tempo ma non ci bastava», spiega la direttrice Fatima Riahi, colei che ha più di tutti insistito perché il dottor Liverdjani creasse l’unità suolo nel suo Samu.

L’associazione ha fatto analizzare tutti i suoi terreni e si rivolge ormai regolarmente al Samu prima di ogni nuova acquisizione. «Grazie a Samu, uno dei nostri aderenti ha scoperto del piombo nel suo orto!». Fatima e Fariborz cercano anche di coniugare l’attività del Samu con il reinserimento professionale. «Se formassimo delle persone in inserimento all’utilizzo delle nostre valigette, potremmo creare tanti posti di “sentinella dell’ambiente”», spiega Fariborz Livardjani. Qualcosa di simile il Samu già lo fa con i guardia pesca. «Ne abbiamo formati uncentinaio, a cui abbiamo consegnato qualche valigetta. Prima non sapevano neppure cosa fosse il pH. Oggi sono autonomi e possono quindi lanciare un’allerta molto più rapidamente».

Nel Basso Reno, un modulo di formazione “sentinella” è addirittura stato incluso nella formazione di base per diventare guardiapesca. Il futuro del Samu del l’environnement potrebbe in fondo essere questo: uno strumento in mano ai cittadini per appropriarsi della scienza e vigilare sull’ambiente. Un giorno, forse. Per adesso, l’obiettivo è di rafforzare l’iniziativa oltre i confini dell’Alsazia, dove l’associazione conta 150 aderenti (fra cui la federazione della pesca coi suoi 25.000 tesserati) e una quarantina di volontari. In Francia, altre tre regioni dispongono già del loro Samu de l’environnement: il Nord-Pas-de-Calais, dal 2010 ; il Centre, dal 2011 e la Bretagna, dal 2013. «Ogni samu regionale è indipendente ma tutti fanno parte della Fédération nationaledu Samu de l’Environnement, di cui condividono la filosofia». Non solo, il concetto si esporta già fuori dal paese se è vero che un quarto Samu sta aprendo a Dakar, in Senegal, all’interno dell’università. Quanto a Fariborz Liverdjani, dopo anni di duro lavoro il tossicologo conta di tornare ad occuparsi della sua passione di sempre, l’umanitario, e di lasciare la sua creatura a crescere da sola.

Andrea Paracchini*

* 31 anni, giornalista. Nel 2007, dopo la laurea, è andato a vivere a Parigi dove ha cominciato a lavorare in agenzie e magazine francesi. Qui ha scoperto lo sviluppo sostenibile e in particolare il vasto mondo dell’economia sociale e solidale francese (ma anche italiana).

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