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Verso la terra del vino: la seconda settimana di Orlando

Con il racconto dell’arrivo nella regione spagnola della Rioja, prosegue la seconda settimana delle “Impressioni di Viaggio” di Orlando Manfredi, in cammino verso Santiago de Compostela.

Tutte le utopie hanno sempre un costo terribilmente reale. Penso a Woody Allen che sogna Freud e gli dice “rivoglio indietro i miei soldi”. Cosí, in certi momenti, mi scopro a dire “rivoglio indietro il mio Cammino“, quello che sognavo di fare da un sacco di anni, ma che aveva bisogno di motivi speciali, alcuni dei quali segreti anche a me stesso.

Una volta maturata in me la scelta di fare il Cammino, ci ho costruito intorno questo progetto culturale, una piccola utopia del Desiderio: essere trasparente e leggere negli occhi degli altri che cosa li spinga qui. E raccontare tutto questo con parole e canzoni.

L’Etá del Pellegrino non ha etá anagrafiche ma è certamente adesso. Si puó fare il Cammino per mille motivi. Negli ultimi giorni, uno di questi  mi é caduto in testa come un masso, ma spinto da una forza serena, se non proprio lieta. Si chiama Lavoro. Alcuni di questi pellegrini non ce l’hanno piú: tolto da sotto i piedi, tanto per rimanere in tema. Dubito si mettano a fare centinaia di chilometri di buon passo per chiedere al santo se può mettere una buona parola. Forse si muovono per consumare un tempo aurorale, lo spazio e il tempo di un nuovo inizio. Il Cammino è un percorso di significato, per chiunque. I pellegrini del Lavoro si muovono per fermarsi in quel corridoio di specchi, che ci fa considerare noi stessi come possibilità. Le persone sono le risorse.

Cosí, re-impariamo a camminare. Essere pellegrini é anche essere un po’ pionieri, alla ricerca di un nuova canzone, una nuova idea, un nuovo lavoro, un nuovo gioco, un nuovo amore, un nuovo carburante, una nuova economia, un nuovo mondo. Da non dimenticare al 30° km. di fatica quotidiana.

Incontro Josè Antonio sul cammino che porta a Trinidad de Arre, diretto a Pamplona. Sta seduto su una panca di pietra, davanti alla iglesia. Si accattiva subito la mia simpatia con una dritta preziosa: “i rifugi per i pellegrini a Pamplona sono tutti chiusi, per la feria di San Firmìn”. Fantastico saperlo dopo quasi venti chilometri di passo spedito. Poi ammicca e mi fa “hay uno abierto, cerca del Ponte Magdalena. Pero tienes que ir mas rapido“. E vabbè, più rapido di così! Facile detto da lui, che è uno che il lavoro l’ha lasciato sua sponte, per mettersi a fare il pellegrino di mestiere. Un pellegrino per vocazione. Anzi per intervento divino. Prima faceva il cuoco a Cadice, poi un bel giorno decide di mettere il suo mestiere a servizio sulle navi e si imbarca, a Capo Nord. Però la nave fa naufragio, i suoi compagni muoiono inesorabilmente e lui rimane in vita aggrappandosi per due giorni ai loro corpi. Dopo una roba così, un pellegrinaggio mi sembra il minimo (nei suoi panni avrei chiesto direttamente un counseling a tutti i santi).

Ma lui ha deciso di dedicare la sua vita al pellegrinaggio mariano. E ormai sono passati più di dieci anni e i chilometri non si contano più. Josè tira fuori dallo zaino un faldone enorme, pieno di articoli di giornale su di lui. E’ una specie di celebrità, insomma. Credo che si sia fatto fuori un bella liquidazione, solo pellegrinando. Lui, comunque, non chiede nulla e, alla fine, due euro glieli dai.

Cosí arrivo a Pamplona, mentre impazzano le fanfare di San Firmín, la cittá é trasfigurata, e la gente é davvero “in parte”, interamente vestita di bianco e rosso: bambini, chicos e chicas, adulti e anziani. Non si sgarra. Tutte le giornate organizzate intorno al toro, simbolo nazionale. Sono di scena los ensierros, le corse coi tori. E alla sera corride. E per chiudere, spettacolo pirotecnico. Certo é un po’ straniante finire in un carrozzone simile, durante il proprio pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Peró il Cammino attraversa il paese “reale”, i villaggi, le cittá e le relative economie. E San Firmín é un affare d’oro.

Questa è la seconda settimana sulla “via francese” del Cammino di Santiago de Compostela. La prima se n’é volata via tra Pirenei (fantastica la tappa da St.Jean Pied de Port a Roncesavalles) e alta Navarra. Regione scolpita da uno scalpello incantato, tra valloni, boschi, e curve delicate, dove spuntano campi a grano o a girasoli. Cammina cammina, perché qui ti puoi perdere a guardare che razza di luci e orizzonti ci siano, in un’incontinenza emotiva, in una specie di spargimento del meglio di te su tutto ció che di bello appare alla tua portata.

Ancora non ho capito se questo succeda perché questi posti sono davvero unici, se ci sia di mezzo la potenza millenaria della Storia, o se tutto questo non sia il risultato di un sogno in fondo semplice: prendi un uomo o una donna (o tutti e due, se si sopportano) e mettili in un ambiente e togli loro auto, moto, pullman, treni, aerei. Solo, lascia una chitarrina di Lilliput e un i-phone (a uno, come me, che ha deciso di sfidare la crisi globale con le canzoni).

Il bilancio pratico, dopo la prima settimana, consta di un asciugamano “tecnico” dimenticato all’albergue di Ponte la Reina (per la cronaca, era un prestito di un caro amico: scusa Silvio!), un’ampolla (in spagnolo, vescica), una infiammazione del tendine d’Achille. Posso dunque dire di aver sperimentato tutto, con profitto. E, va da sé, velocitá di crociera sensibilmente ridotta e ferale ritardo sulla tabella di marcia. Ma chi se ne frega. Non si é qui per correre. Il Cammino insegna anche questo.

L’ultima parte di Navarra se ne va tra rovine romaniche e  medioevali, esplosioni barocche e teatri di storiche battaglie carliste, come Puente la Reina. Sulla strada per Estella intravedo un puntino baluginante sotto un sole carnivoro, a una distanza indefinibile. E’ come un miraggio intermittente, sempre alla stessa distanza dal mio passo. Alla fine, per puro accanimento, riesco ad avvicinarmi e a distinguere che si tratta di un ombrellino, che procede con incedere da passista. Mi avvicino ancora, l’ombrellino sente il ticchettío delle mie racchette e si gira. E’ un uomo, piuttosto attempato. Tra tutti i metodi immaginabili per contrastare le intemperanze climatiche, ha adottato il metodo piú ovvio e geniale al tempo stesso. “Umbrella useful for rain, useful for sun!”. Cosí si presenta Peter. Brasiliano. Avvocato giudiziario, vicino alla pensione. Quella sará l’unica frase che dirá in inglese. Per il resto, ci capiremo con una mescola di portoghese e spagnolo. Andiamo a un passo telepatico, parlando delle cose piú assurde. Questa é una delle magie del Cammino. Incontri imprevedibili, con la solidarietá di una strada che é la stessa per tutti, e nessuna inibizione. Per un pezzo di strada si puó essere testimoni del racconto di una vita. Che gran regalo.

C’è questo film di Akira Kurosawa, che si chiama “Dreams“. In uno degli episodi del film, un emozionato visitatore osserva il “campo di grano con corvi”  del Museo Van Gogh di Amsterdam. Il suo sguardo incantato ci trascina nei campi di Provenza, frequentati dal genio sfortunato negli ultimi anni cruciali di vita. E alla fine lo vediamo il maestro, sulla “scena del delitto”, mentre imprigiona sulla tela il paesaggio sulfureo e spettrale dei corvi incombenti, con i gesti convulsi di una locomotiva lanciata.

La tappa che muove da Estella a Torres del Rio inanella scenari che potrebbero essere altrettanti quadri en plain air, tutti per gli occhi. Solo dopo capiró quale libidine possa essere stata questa camminata per Josè Manuel.  Ci conosciamo dopo alcuni vicendevoli scatti lungo il sentiero (un po’ come quando in auto si sorpassa solo per non avere altre auto vicine). Camminiamo da soli. Ci squadriamo un po’, con occhiate severe. Alla fine qualcosa gli dico. Alla fine qualcosa mi dice. E dopo dieci minuti stiamo parlando emozionati della sua grande passione per la pittura. Mi difendo annoverando le specificitá – tutt’altro che banali – della tecnica ad acquerello. Il bello è che José Manuel é il ritratto sputato di Paul Gauguin. Giuro. Come sempre, quando un incontro si fa intenso, vuoi non metterti a parlare del “primo amore”? Ed eccoci lí, a parlare di Vincent e delle sue notti stellate. Mi vengono in mente i versi di una canzone sulla quale sto lavorando adesso. Il ritornello dice “Fulgida stella, le cicatrici sono le stelle di Van Gogh“.

Con Logroño inizia la regione autonoma della Rioja. Qui il re Sancho di Navarra diede, nel secolo Dodicesimo, il riconoscimento di Regione d’Eccellenza per la produzione del vino. Dunque vigneti a perdita d’occhio. Soprattutto nella bassa Rioja, zona capace di produrre 280 milioni di litri (!), su una superficie di 60,000 ettari di terreno. Di questo scatafascio di litri, l’85% consiste in varie qualitá di vino rosso. Il Cammino attraversa circa 60 km di Rioja. Facendo un calcolo della superficie coltivata a vite, se indulgessi in un assaggino per ogni cantina-cooperativa o azienda vinicola o museo enologico presente sul territorio, sarebbe questa la mia Finisterre.

Orlando Manfredi


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