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La storia di Dave e John, che fecero il giro del mondo a piedi

settembre 29, 2015 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Il 20 giugno del 1970, Dave e John Kunst lasciano Waseca, la loro città natale nel Minnesota, per intraprendere quella che sarà l’avventura della loro vita. In compagnia di Willie, un mulo da soma, i due fratelli attraversano a piedi Wisconsin, Illinois, Indiana, Ohio fino a raggiungere NYC, poi sorvolano l’Oceano Atlantico e atterrano a Lisbona. Da qui riprendono il cammino verso Est decisi a compiere il giro del mondo a piedi. Attraverseranno tutto il vecchio continente visitando le sue grandi città, per poi raggiungere la Turchia e l’Iran e spingersi verso l’Oriente più estremo, dove un terribile incidente metterà a repentaglio il viaggio e le loro stesse vite. I fratelli Kunst camminano per diffondere un messaggio di pace, fratellanza e uguaglianza tra tutti i popoli della Terra, e ovunque vengono accolti con affetto e solidarietà. Fino a quando, tra le montagne dell’Hindu Kush, non subiscono la terribile imboscata in cui Dave viene ferito e John perde la vita. Un racconto straordinario, narrato in prima persona dal protagonista di una vicenda unica, che sa rendere con grande efficacia lo spirito e la passione di una generazione che il mondo voleva cambiarlo davvero. «Se riesci a fare il giro del mondo a piedi, allora sei in grado di fare qualsiasi cosa. E questo vale per ognuno di noi». Dave Kunst è stato il primo uomo ad aver completato il giro del mondo a piedi, percorrendo più di 23mila chilometri ed entrando per questo nel Guinness dei Primati. Nel corso degli anni ha tenuto numerose conferenze sul suo memorabile viaggio intorno al mondo. Nel 1996, per il centennale dei giochi olimpici ad Atlanta, ha portato la torcia olimpica fino a Dana Point, California. Recentemente la HBO ha acquisito i diritti cinematografici del suo diario di viaggio per farne una serie televisiva. Per Racconti d’Ambiente pubblichiamo un estratto del primo capito del libro edito da Edizioni dei cammini.

Solo il pensiero di camminare mi provoca un profondo senso di debolezza. L’unica cosa al mondo che conta per me è attraversare quella strada e appoggiarmi a quella barriera. Finalmente mi accovaccio, con la spalla appoggiata al basso muretto. Ma stendermi all’indietro aumenta il mio dolore. Mentre aspetto, non faccio altro che desiderare fortemente l’arrivo di un camion. Dev’essere quasi mezzanotte e la maggior parte dei camion non sono in marcia. L’Afghanistan è una regione pericolosa, soprattutto quando fa buio. Di notte, gli spostamenti anche lungo le strade principali sono ridotti allo stretto necessario. Poi sento un veicolo che si avvicina. Con l’aiuto del muretto, mi alzo in piedi. I fari mi accecano. Riesco a stento ad alzare il braccio destro sopra la testa. Il camion rallenta, poi, con un rombo, accelera e passa oltre. Naturalmente, mi viene quasi da ridere mentre mi accascio ancora una volta. Sono io il pericolo. Sono io il bandito! Immagino l’espressione di terrore sul volto del conducente; il suo sguardo rivolto continuamente dietro le spalle aspettandosi un incontro mortale a ogni momento. Vede me, poi il carretto, Willie, Drifter e il corpo di John sotto il chiaro di luna. Si allontana a tutta velocità pensando che è fortunato a essere ancora vivo. Lentamente, faccio lo sforzo di alzarmi. Riesco ad attraversare la strada e ad arrivare dove Willie è ancora legata al carro. Cerco nella tasca la chiave del lucchetto, la mano mi trema a tal punto che la chiave cade per terra. Emetto un gemito per l’acuto dolore che mi provoca l’atto di chinarmi per raccoglierla. Scandaglio disperatamente il terreno roccioso, cercando quella chiave. La chiave è la mia salvezza. Se la trovo, tutto si sistemerà. Ma non riesco a vederla. È andata per sempre, e io sono perduto. Trovo la chiave! Questa volta la infilo nel lucchetto, e nel frattempo Willie, la nostra brava mula Willie, è rimasta lì tranquilla e nitrisce delicatamente. Appena però cerco di salirle in groppa, si sposta e raglia in segno di avvertimento. Ho dimenticato che non vuole essere cavalcata. Comunque,non sono in grado di montarle sopra. E anche se ci riuscissi,dove potrei andare? Per tornare a Kabul dovrei fare novanta miglia, e non è certamente il caso di andare nell’altra direzione, quella che hanno preso i banditi.

“Porto Willie sulla strada! Sarà lei a fermare il prossimo camion”.Il camion successivo passa a tutta birra, più velocemente dell’altro. Lascio che Willie se ne vada per conto suo. “Torna a Kabul”, penso.“Vai a cercare aiuto. Non ti fermeremo adesso, fantastica mula”. Mentre sto di nuovo accovacciato presso il muretto, sento dei rumori che provengono dalla strada. Scure sagome che camminano in gruppo compatto stanno venendo lentamente nella mia direzione. Mi infilo strisciando in una spaccatura del muro e mi lascio rotolare oltre il bordo della strada. Avendo percorso circa un metro, quasi cado fuori dall’argine e nel fiume sottostante, con un volo di molti metri. Dentro di me, qualcosa scoppia. Una sensazione di caldo e umido si diffonde sul mio petto. La ferita sta sanguinando. Accecato dal dolore, rimango disteso sull’orlo del nulla, poi lentamente mi sforzo di risalire fino alla spaccatura nel muro e guardo attraverso di essa. Una carovana di nomadi. Cinque uomini, quattro donne, tre bambini. Gli uomini hanno dei fucili e mentre passano danno un’occhiata al carretto. I bambini dormono, legati sui cammelli, le donne, con frustini in mano, camminano dietro. “Potrebbero aiutarmi”, penso, mentre mi passano accanto. “Oppure potrebbero spararmi, se li metto in allarme da questo lato della strada”. Decido di starmene tranquillo. Dopo che se ne sono andati, mi trascino di nuovo al muro. Sono preso dal panico quando mi accorgo che ho ripreso a sanguinare. “Oh Dio!Non lasciarmi morire adesso”. Poi mi viene un’idea. “Cherosene! Potrei versarlo sulla strada e, quando arriva il prossimo camion, lanciare un fiammifero acceso. Dovrebbe riuscire a fermare quegli imbecilli”. Attraverso a fatica la strada e torno al carro, inciampando negli oggetti sparsi per terra. Non riesco a trovare la tanica di cherosene. I banditi l’hanno presa con le due stufe a cherosene. Sto quasi per svenire, e penso dentro di me, “Torna sul bordo della strada. Se svieni qui nessuno ti vedrà. Se proprio devi svenire, fallo accanto alla strada”. Rumori lungo la strada. Figure indistinte camminano verso di me. Mi alzo barcollando e, mezzo piegato in avanti, grido: «Aiuto! Aiuto! Vi prego aiutatemi!». Se mi vogliono sparare, facciano pure. Comunque morirò presto dissanguato. Continuano ad avanzare. Un’altra carovana di nomadi. Li imploro. Per l’amore di Dio, devono aiutarmi. Gli grido di avere pietà, di darmi un minimo di assistenza. Gli uomini portano il dito al grilletto dei loro fucili mentre passano, spostando lo sguardo da me al carro e poi di nuovo su di me. Le donne guardano dritto davanti a sé. “Oh, Dio!”, penso, mentre scompaiono nella notte. Sono più solo di quanto non sia mai stato in vita mia. Mi metto a parlare con John.Devo essere svenuto, perché mi ritrovo disteso per terra, mezzo appoggiato al muretto. Trovo a fatica una posizione rannicchiata e metto la mano destra sulla ferita, premendo su di essa col braccio sinistro. Mi dico: “Stai fermo, premi sulla ferita, pensa che devi rimanere vivo e stare sveglio fino all’alba, quando i camion sulla strada saranno più numerosi”. Dopo un po’ la mia mano diventa appiccicosa; il sangue smette di colarmi attraverso le dita. Mi si chiudono gli occhi, il mio corpo chiede di dormire, ma il dolore mi tiene sveglio a ogni respiro. So che devo rimanere sveglio. Che ore sono?

Devo resistere fino al mattino, qualcuno sicuramente mi troverà. Qualcuno verrà in mio aiuto. Per la prima volta penso al nostro cane Drifter. Dov’è? Tento di chiamarlo con un fischio, ma nessun suono esce dalle mie labbra.“Hanno ammazzato anche lui?”, immagino. Devo restare fermo, fare pressione sulla ferita e continuare a pensare, non morirò in Afghanistan.Quando sorgerà il sole qualcuno mi aiuterà. Appena prima dell’alba sento avvicinarsi un veicolo. So che non posso lasciarlo andare via; ma rallenta. Una Land Rover. Occupata da sei uomini. Soldati. “Grazie a Dio!”. Non riesco a pensare ad altro che“Grazie a Dio!”, a ripetizione. E poi, quando mi ha appena superato, la Land Rover accelera. Mi metto a gridare. Mi alzo in piedi e grido. Faccio due passi e mi ritrovo di nuovo a terra; quando alzo lo sguardo la Land Rover è di fronte al carro. Due uomini sono in piedi accanto al corpo di John. Uno di loro viene verso di me. «È ferito?» mi chiede in inglese. «Sì» rispondo: «Mi hanno sparato». Ha un’espressione perplessa. Sembra che non capisca perché sto sorridendo. «Il suo amico. È morto» dice. «È mio fratello» dico io. «Mio fratello». «Venga» dice con tono severo. «Dobbiamo portarla a Kabul».

Dave Kunst

 

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