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“La terra non è mai sporca”, un viaggio nel giardino comune dell’umanità

febbraio 27, 2018 Racconti d'Ambiente, Rubriche
“La terra non è mai sporca (Add Editore, pp. 224, 17.50 €) è un libro nato in viaggio: le autrici (Carola Benedetto, indologa e regista e Luciana Ciliento, traduttrice e condirettrice del festival Per sentieri e remiganti) hanno incontrato persone molto diverse fra loro, ma accomunate dal profondo legame con la terra. Scrittori, agroeconomisti, cosmologi, musicisti, monaci, artisti, stilisti, funamboli, bioagricoltori, politici, scalatori raccontano la loro idea di terra, componendo una sorta di “grande giardino” della reciproca conoscenza, per ritrovare il mistero del mondo, perché come dice Pierre Rabhi, «la terra è di tutti». Non importa cosa si faccia nella vita, quale sia il nostro credo, senza la terra semplicemente non siamo. Il libro contiene ventuno interventi firmati, oltre che da Rahbi, da Roberto MoncalvoSveva Sagramola, Livia Firth, Michelangelo Pistoletto e molti altri. Per “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo un estratto dall’introduzione delle autrici, intitolata “In ascolto“…

Nell’estate 2016 Svamini Hamsananda Ghiri dell’Unione Induista Italiana ci invitò a presentare il documentario (“Pierre Rabhi. Il mio corpo è la terra”, di C. Benedetto e I. Piumetti, NdR) nell’ashram di Altare, in una giornata dedicata all’ecologia e allo spirito. «La terra non è mai sporca, siamo noi che la sporchiamo con i nostri pensieri» ha esordito alla tavola rotonda Svamini Ma Uma Shakti Ghiri, la monaca che cura l’orto e il roseto. Quella frase è stata una rivelazione. Ha preso a girarci in testa e non ci ha più abbandonate.
L’idea del libro è nata all’ashram e la voce delle monache era ovviamente irrinunciabile. In quell’occasione abbiamo incontrato anche Paolo Marin che raccontava la sua esperienza di agricoltura nelle carceri, di una terra che rigenera, ridà la dignità, il senso del tempo e della vita. È stato il primo ad accettare di condividere la sua storia con noi e per farlo ci ha aperto il giardino della sua cascina nel Monferrato, dove ci ha svelato anche i misteri del mondo degli insetti.
In fondo “La terra non è mai sporca” si è costruito da solo, come se avesse una sua voce. Noi ci siamo messe in ascolto, abbiamo lasciato che la terra ci parlasse. Spesso le idee venivano camminando sul Lungopo, nelle campagne dietro casa o pedalando in bicicletta. È stato naturale trovare la maggior parte degli autori, e anche incontrarli. Tempi e luoghi diventavano facili, subito possibili. Noi siamo viaggiatrici incallite e quando è stato possibile abbiamo raggiunto le persone nel loro ambiente, tra Francia, Svizzera, Olanda e Italia, scegliendo un giardino, un sentiero di mezza montagna, le sponde di un fiume, un parco fra le vestigia romane o un orto urbano nel cuore di Amsterdam.
Percorrendo la terra per raggiungerli, si creava un tempo fertile per mettersi in ascolto, per pensare, per riempirsi gli occhi di paesaggi, di albe e di tramonti, e per godere dei profumi della terra nelle diverse stagioni. E quelle impressioni si sono fatte posto nei racconti. Sono stati incontri personali, di tempo buono per conoscersi davvero, per mettere le storie in dialogo. Sveva Sagramola, per esempio, raccomandandoci di percorrere il Col di Tenda anziché l’autostrada, ci ha accolte tra amici, nell’entroterra ligure. Così, affiancando le rotte dei passeurs, coloro che aiutano i migranti a passare il confine, dove la terra è sfida e speranza, ci preparavamo a incontrare una grande viaggiatrice. Abbiamo chiacchierato di terra ai piedi di una roccia, fra gli ulivi che guardano il mare, mentre due caprette tentavano di mangiucchiare i fiori che Sveva teneva in mano.
Roberto Moncalvo ha affrontato gli aspetti politici della terra nel meraviglioso giardino di Palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma, sui colli del Quirinale, dove ha sede Coldiretti. Tiziano Guardini è arrivato da Federica Trotta, ideatrice di «Mia Le Journal», dopo una chiacchierata sul mondo della moda che all’epoca ci sembrava distantissimo dalla terra. Con Tiziano abbiamo conversato per ore seduti nell’erba alta di un piccolo parco nel cuore della capitale, e il suo entusiasmo ha contagiato Livia Firth e il Maestro Michelangelo Pistoletto; ma anche Paola Deda e Maria Teresa Pisani, con cui abbiamo parlato a Ginevra nel giardino delle Nazioni Unite, con lo sfondo di un enorme Terzo Paradiso di pietre, opera proprio del Maestro.
Per sentieri e remiganti ci ha regalato ospiti come Alexander Vilenkin, Jean-Claude Carrière e Nahal Tajadod. Purtroppo non abbiamo potuto raggiungere il cosmologo a Boston, ma una serrata corrispondenza ci ha uniti e i momenti in cui, con chiara pazienza, ci ha spiegato e rispiegato le fluttuazioni randomiche sono stati un viaggio egualmente esaltante. Tajadod e Carrière ci hanno invece invitate nella loro luminosa casa del Sud della Francia, in un pomeriggio caldo e ventilato, condividendo un tempo di confidenze, risate e buona tavola.
Di Daniele Nardi ci ha colpite un’intervista, la sua voce così umana che parlava di terre estreme. La citazione da “I sogni segreti di Walter Mitty” – film che abbiamo adorato – sul suo sito ci ha poi persuase a tentare un contatto. In poche settimane eravamo a Roma a intervistarlo e a firmare l’Alta Bandiera dei Diritti Umani di cui è portavoce. Andrea Loreni, invece, l’abbiamo scoperto per caso, mentre parlava del vuoto e dei fiori di ciliegio in un video su Facebook. Con lui, non essendo assolutamente in grado di dialogare sospese fra due alberi, abbiamo trascorso una spassosa mattina al parco della Tesoriera di Torino, testimoni i vecchissimi platani.
Durante una fuga estiva al Moncenisio, cariche al solito di fogli da rileggere, un’amica ci ha parlato della band Eugenio in Via Di Gioia trascinandoci a un travolgente concerto di piazza. In poche settimane, le loro voci, direttamente dal parco del Valentino, entravano nel libro. Correre fra Piacenza e Parma, guidate dallo storico Franco Sprega, per vedere i terreni che Giuseppe Verdi acquistò con i soldi delle sue opere più famose, è stato sorprendente ed emozionante, come entrare nella carrozza del compositore e trovarci un badile. La musica si è subito legata al libro in modo speciale. Mentre risalivamo l’Olanda per raggiungere Jorge Bakker, l’artista che ha progettato il modello della Bobbing Forest, ascoltavamo l’elettropop inglese dei Depeche Mode e quello italiano dei Pase, Piccoli Animali Senza Espressione. E quando Bakker volle che fossimo noi a scegliere il luogo più adatto per l’intervista, fu Tenedle, musicista e produttore artistico dei Pase, a suggerirci un orto urbano nel centro di Amsterdam.
Probabilmente questo libro ha bisbigliato anche nelle orecchie di Nahal Tajadod, perché una notte di agosto ci ha mandato un messaggio che non poteva attendere: aveva letto di un uomo che da quarant’anni, ogni giorno, pianta alberi in India. È Jadav Payeng, The Forest man of India. Il mattino successivo lo abbiamo contattato in costume e infradito, in piena spiaggia agostana e in pochi minuti ci siamo trovate in una elefantiaca telefonata con l’India. Beppe Tenti invece lo abbiamo conosciuto in Calabria, a una conferenza sulla Via della Seta: un uomo che ha girato il pianeta in lungo e in largo, nel libro non poteva mancare.
Durante la partecipazione del Gruppo del Cerchio al Fringe Festival di Edimburgo del 2014 abbiamo incontrato Catriona Patterson di Creative Carbon Scotland. Con il nostro folk musical Song of the Earth – co-prodotto dall’Istituto Italiano di Edimburgo – che invitava a diventare giardinieri ribelli, siamo state finaliste del Fringe Sustainable Practice Award, il premio di CCS per la sostenibilità nelle arti. Includere nel libro il loro impegno per favorire la riconversione delle città industriali attraverso gli artisti ci è parso necessario. A questo punto eravamo pronte per tornare da Pierre Rabhi, trovandolo più determinato che mai a sostenere la causa del Pianeta.
Con questo libro abbiamo cercato di scomporre il concetto di terra, declinandolo attraverso la sensibilità di persone molto diverse, ma accomunate dal profondo legame con lei. L’intento era di ricostruirne una nuova idea, autentica, viscerale, spirituale e umana, e per questo di tutti. Terra e sociale, terra e politica, terra e spirito, terra e arte, terra e confini, terra e identità sono alcuni dei modi in cui si può concepire la terra, creando una sorta di grande giardino della reciproca conoscenza. Assecondando la sua natura che è viva proprio perché composta da un insieme di elementi non solo diversi ma anche in diverso stato, dal minerale all’organico, dal decomposto al vivente, abbiamo scelto di conservare la voce di ogni autore, e di intervenire il meno possibile.
Nel libro abbiamo lasciato spazio per l’inatteso, quella parte di giardino che appartiene all’incolto, che si fa da sé, per permettere alla voce della terra di sorprenderci con quello che di urgente aveva da dirci e ritrovare così il mistero del mondo. In ogni pezzo “coltivato” dalla vita e dalla sensibilità dei singoli ospiti, tra le fila ordinate delle piantine della loro terra, si intravede un terreno “selvatico”, aperto alla curiosità, al disordine, alla libertà. È la parte nascosta di sé, la meno facile da spiegare, che però definisce e rende più chiaro tutto il resto. Forse il libro stesso chiede che ciascuno, sia chi lo ha scritto sia chi lo vorrà leggere, esca dalle sue pagine con la consapevolezza confortante che, per quanto ci si sforzi di tenere ordinato un giardino, la terra si riserverà sempre un suo spazio, e un pezzo di incolto, visionario e irriverente, si farà strada.

Carola Benedetto e Luciana Ciliento
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