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“La tua impronta”: una guida per scoprire il peso ecologico dei gesti quotidiani

gennaio 21, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Un libro inquina come 12 ore di tv, un anno di email come 300 chilometri in auto, un cheeseburger equivale a 30 chilometri in treno, una fetta di formaggio a 12 chili di carote. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un estratto del volume “La tua impronta“, di Mike Berners-Lee, esperto di cambiamenti climatici. Il libro, da poco pubblicato dalla casa editrice Terre di Mezzo, con solide basi scientifiche e gli esempi più disparati e divertenti, ci insegna a calcolare a occhio quanta anidride carbonica consumano, e quindi quanto contribuiscono al riscaldamento globale, le cose che facciamo e compriamo ogni giorno. Sarà, così, più facile rendere più sostenibile il proprio stile di vita con il minimo sforzo e la massima resa. Di seguito un estratto dell’introduzione e l’analisi del peso ecologico di una mela.

Qualche anno fa accompagnai in un supermercato una giornalista che voleva scrivere un articolo sugli alimenti la cui produzione era responsabile di basse emissioni di anidride carbonica. Percorremmo le corsie in lungo e in largo con in mano un dittafono acceso, mentre la mia accompagnatrice mi subissava di domande alla maggior parte delle quali fui penosamente incapace di rispondere.

“Che mi dice delle banane?… E questo formaggio?… È biologico. Deve essere meglio… non è vero? O sì?… La lattuga sarà per forzainnocua, giusto?… Saremmo dovuti venire qui in autobus?… Per lo meno non siamo arrivati in aereo! Quanto conta il cibo, alla fine?”

Non era affatto chiaro cosa dovesse fare il consumatore attento alla propria impronta di carbonio: era evidente che le informazioni erano lacunose e che, al momento, non eravamo in grado di colmare il vuoto. L’articolo non andò mai in stampa, il che forse è un bene. Da allora ho analizzato in lungo e in largo tutti i tipi di impronta di carbonio, e ho condotto numerosi studi, fra cui un aricerca per una catena di supermercati.

Questo libro è pronto a rispondere alle domande di quella giornalista e a molte altre. Non si tratta solo di un libro sul cibo e i viaggi: il mio intento è quello di darvi un’idea dell’impatto dell’anidride carbonica – in altre parole, del cambiamento climatico- di tutto ciò che fate e a cui potete pensare. Voglio farvi acquisire un istinto per l’anidride carbonica. Pur avendo esaminato l’impronta di carbonio di meno di un centinaio di cose, mi auguro che, quando avrete letto tutte le schede, avrete sufficienti elementi per stimare l’impronta di carbonio di quasi tutto ciò in cui vi imbattete. Magari non farete una stima esatta, ma spero che riusciate almeno a indovinare il numero di zeri nella maggior parte dei casi. Questo libro ha qualcosa da dire alle persone normali, alle aziendee – di tanto in tanto – anche ai politici.

Presupposti di base Spero di poter dare per scontate tre cose: il cambiamento climatico è una questione seria, è causato dall’uomo e possiamo affrontarlo. Tuttavia, in ossequio alla confusione ancora molto diffusa su questi presupposti di base, ho approfondito questa tematica in appendice, nel caso vogliate darle un’occhiata prima di proseguire.

Prospettiva Di recente un amico mi ha chiesto quale sia il modo migliore per asciugarsi le mani e ridurre la propria impronta di carbonio: asciugamano di carta usa e getta o asciugatore elettrico? La stessa persona fa ogni anno decine di viaggi in aereo da una sponda all’altra dell’Atlantico. Qui occorre senso delle proporzioni: dal punto di vista dell’impronta di carbonio, i voli aerei sono decine di migliaia di volte più significativi dell’asciugarsi le mani. Il mio amico stava perdendo di vista il punto cruciale. Voglio aiutarvi ad acquisire la capacità di valutare quanta anidride carbonica c’è in ballo quando fate le scelte più semplici: qualè la meta del vostro viaggio, che mezzo di trasporto usate, se acquistate qualcosa, se lasciate la tv in stand-by o no, e così via.

Scegliere le proprie battaglie Non è mia intenzione darvi un elenco delle 500 cose che potete fare per salvare il pianeta: credo che sareste già in grado di redigerlo da soli. Qui troverete almeno 500 possibilità, ma questo libro serve adaiutarvi a scoprire come ottenere il miglior rendimento dal vostrosforzo, come scegliere le vostre battaglie. Se questa lettura vi piace e, alla fine, avrete pensato ad alcune cose che possono migliorare la vostra vita tagliando al contempo una fetta significativa della vostra impronta di carbonio, sarò soddisfatto. Questo libro nonvuole dirvi cosa fare né quanto essere intransigenti. Queste sono scelte personali.

L’anidride carbonica è come il denaro? In un certo senso, sì. L’anidride carbonica somiglia al denaro nel senso che non è possibile gestirla se non la si comprende, almeno in termini generali. Nella maggior parte dei casi sappiamo qual è il prezzo di un prodotto anche senza guardare il cartellino. Con questo non voglio dire che indoviniamo il prezzo al centesimo, ma che sappiamo che una bottiglia di champagne costa di più di un tazza di tè, ma molto meno di una casa. Pertanto, la maggior parte di noi non acquista una casa per capriccio. Il nostro senso delle proporzioni finanziarie ci permette di fare scelte assennate. Se davvero voglio dello champagne, so di poterlo avere, a patto che io rinunci a qualcosa di altrettanto costoso ma meno importante per me. Quando si tratta di anidride carbonica, il nostro istinto deve essere simile a quello che usiamo per gestire il denaro. E qui finiscono le analogie. A differenza di quanto facciamo col denaro, non siamo abituati a pensare al costo dell’anidride carbonica; inoltre, è molto più difficile stabilire quanto stiamo spendendo perché non lo vediamo né è scritto da qualche parte. Per di più, a differenza di ciò che accade quando spendiamo molti soldi, non facciamo esperienza diretta delle conseguenze del nostro impatto, perché esso è suddiviso su quasi sette miliardi di persone e molti anni. (…)

Una mela

Zero CO2e raccolta dall’albero

10 g di CO2e locale e di stagione

80 g di CO2e di media; pari a 550 g al chilo

150 g di CO2e importata, refrigerata e prodotta in maniera inefficiente

Le mele sono un alimento a basse emissioni di anidride carbonica a prescindere dalla loro provenienza. Detto questo, è difficile essere certi sui dettagli.

Uno studio di un’università neozelandese ha scoperto che le mele coltivate in quella nazione e importate nel Regno Unito erano responsabili di appena 185 g di CO2e per chilo, una cifra notevolmente inferiore a quella delle mele inglesi destinate al consumo locale, che corrispondono a 271 g per chilo. Secondo lo studio, la produzione britannica fa uso di quantità maggiori di combustibili fossili in agricoltura e necessita di più refrigerazione. La ricerca citainoltre il maggior ricorso da parte neozelandese di energia pulita.Questi fattori, a quanto pare, controbilanciano le emissioni derivanti dalla spedizione della produzione attraverso mezzo mondo. Un analogo studio comparativo commissionato dal Dipartimento per l’ambiente, gli alimenti e gli affari rurali del governo britannico(Department for Environment, Food and Rural Affairs, Defra) è giunto a conclusioni analoghe, ma ha scoperto di converso che per la Germania (che dovrebbe essere simile alla Gran Bretagna) le mele locali erano responsabili di emissioni minori rispetto a quelle neozelandesi. Non è facile analizzare punto per punto le argomentazioni e determinare chi si è avvicinato di più alla verità; i due studi hanno affrontato la questione in maniera diversa e sono partiti da presupposti differenti. Questa storia illustra un punto importante: questo tipo di ricerche è sempre insidioso e inficiato da molte più incertezze e giudizi soggettivi di quanti la maggior parte delle persone è disposta ad ammettere.

Com’è facile intuire, le mele prodotte localmente e in stagione sono le migliori, ma non è troppo grave acquistarle di importazione, perché viaggiano per nave e non in aereo. Addirittura, all’inizio dell’estate, quando le mele locali sono state nelle celle frigorifere per mesi, l’importazione potrebbe essere l’opzione a minori emissioni di anidride carbonica.

Un’ultima cosa: quando comprate la frutta e la verdura, è buona norma acquistare quella più deforme, un’abitudine che incoraggiala filiera a non gettare nel pattume la produzione ancor prima che raggiunga i negozi.

Mike Berners-Lee*

* E’ il fondatore e direttore di una azienda specializzata nelle risposte ai cambiamenti climatici, associata all’Università di Lancaster. Ha scritto anche “The Burning Question”.

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