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Le regole di Orlando sull’Alta Via dei Monti Liguri

agosto 20, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

E’ l’imprevisto che rende eccitante il viaggio a piedi, ed è l’abbandonarsi ad esso che trasforma, a volte, un rischio in un piacere, un sopruso in felicità, a tal punto che è possibile assaporare la serendipità, quella capacità di fare felici scoperte che non si cercano ma che arrivano, e per di più all’improvviso.” Recentemente ho messo a dura prova le riflessioni di Emeric Fisset – patriarca moderno del viaggio a piedi – contenute nel suo piccolo manifesto sul camminare. Del resto, sto imparando sulla mia pelle quanto la dimensione “avventura” finisca per essermi congeniale: per maldestrezza, non meno che per libera scelta.

Sulla scorta di un ingaggio nell’entroterra ligure, in occasione del CerianaArt il nostro cantautore pellegrino si mette in viaggio (a piedi naturalmente, sennò che pellegrino è?). Ma dovendo fare i conti col budget risicatissimo, decide di inaugurare la sua marcia dal Colle di Nava, valico delle Alpi Marittime, a un passo dal Piemonte. Di qui l’itinerario prescelto prevederebbe un cammino pedemontano di mezza costa, piuttosto sicuro, su strade battute e, soprattutto, non lontane da rifugi e comuni limitrofi.

Prima regola dell’”escursionista avventuriero”: se non conosci le zona che attraversi e sei solo, cerca di fare in modo di non essere troppo isolato dal mondo. Il casino è che se si contravviene alla prima regola, tutto il vademecum dell’escursionista avventuriero se ne va alle ortiche. Ecco dunque che, da un semplice errore inaugurale, la mia via del sale si è trasformata nell’Alta Via dei Monti Liguri, regalandomi migliaia di metri di dislivello, svariati imprevisti e vedute indimenticabili.

Sono le dieci e mezza del mattino: già molto tardi per una giornata al passo. Qui, dal Colle di Nava, mi aspettano  le ore più calde del giorno e venti chilometri di provinciale, prima di arrivare all’imbocco del sentiero. Il rischio è di sprecare un giorno intero su asfalto. A meno di non trovare un passaggio fin su a S.Bernardo di Mendatica. Vedo passare un fuoristrada scabinato con, a bordo, due giovanissimi ragazzi: capelli,  pensieri, e sorrisi al vento, forse diretti al loro buen retiro, per  preparare esami senza ammazzarsi troppo. Allungo il pollice all’ultimo istante, complice io stesso dell’attimo perduto, in modo che ormai sia troppo tardi per fermarli – ma perché sono così idiota? Passano e tirano dritto.

Seconda regola dell’escursionista avventuriero: ricordarsi che la vera stanchezza non viene dall’usura del corpo ma da quella dei nervi. E avanti marsch, un po’ più nervoso di prima.

Quando tutto pare suggerirmi di cedere a un giorno di “avvicinamento” per camminare sul serio il giorno successivo, sbuca da una curva un rimorchio che mi si affianca, senza bisogno del dito: “Ciao! Fai il giro del mondo a piedi? Monta su! Io mi fermo a S.Bernardo.” Saluto Settìmio, camionista altruista, non prima di sentirmi dire: “ma non ti rompi i coglioni a camminare tutto il tempo da solo?”

Il paese è una strada, una locanda e i venti che spazzano i crocevia. Siamo a 1.263 m sul livello del mare. L’orientamento è molto più complesso delle rassicurazioni della locandiera. Alla fine incontro l’imbocco a un sentiero che affonda nel bosco. A questo punto ho già girato abbastanza per non avere più idea della mia collocazione tra i punti cardinali. Dovrei andare a Sud Ovest. Terza regola dell’escursionista avventuriero: premurarsi di avere sempre una bussola con se’.  E qui mi va bene: ho la bussola di default sul telefonino. Per ora.

Dunque ci siamo: di gran lena, aggredendo le rampe, tra i segnavia dipinti sui fusti di castagni, faggi e pochi larici. Il cielo si annuvola e penso alla generosità e alla fatica di coloro che hanno pulito e segnato i sentieri,  come “padri tracciatori” che fanno  il lavoro sporco a beneficio di tutti. Talvolta vecchi alpini, più spesso montagnini e valligiani  (prima ancora che iscritti al C.A.I.) che amano la montagna in maniera semplice, senza alcun compiacimento intellettuale, senz’alcuna posa filosofica.  Evidentemente, però, ci sarà stato qualche montagnino non pervenuto, dal momento che perdo di vista la segnaletica; oppure mi sarò distratto beandomi nelle mie stupide riflessioni. Quarta regola dell’escursionista avventuriero: mai interpretare uno stato di favore o di benessere presenti come permanenti. La sfiga è sempre dietro l’angolo.

Cielo nuvolo, poi plumbeo. Si scatena sul bosco una tempesta d’acqua e fulmini. Mi bardo con il k-way che per pura abitudine ho buttato nello zaino prima di partire. Calma, niente panico. Ma che calma! Sono smarrito tra una direzione e l’altra del sentiero (ora una specie di golfo mistico), terrorizzato dall’eventualità d’essere preso da un lampo. L’istinto mi dice: spegni il cellulare, butta via qualsiasi superficie puntuto-metallica, e allontanati da rocce e alberi. Quinta regola dell’escursionista avventuriero: da bravo, butta via qualsiasi superficie puntuto-metallica e allontanati da rocce e alberi, in caso di tempesta. Vedi, delle volte, l’istinto!

Il diluvio imperversa per una quarantina di minuti. Da quando ho iniziato a perdere le tracce del sentiero, al termine del temporale, sarà passata un’ora e mezza, che m’è sembrata un’eternità. Tanto che il paletto su cui sta incisa la sigla AV, in campo rosso e bianco, pare essere un miraggio. E’ il segnale dell’Alta Via, mitico sentiero di montagna che attraversa tutta la catena delle Alpi Marittime (e parte dell’Appenino), fino alla piana di Sarzana, per un totale di 442 chilometri. Di fianco, un nuovo cartello indica “Rifugio San Remo: 4 ore”. Senza  più copertura telefonica o satellitare, mi trovo di fronte alla scelta che può fare la salvezza o la rovina dell’escursionista avventuriero. Scelta che è anche la sesta regola:  se nel fitto del bosco non capisci più una mazza, sali in cima, dove di strada ce n’è una sola.

L’AltaVia è perfettamente segnalata. Cimento che qualsiasi escursionista esperto liquiderebbe come bazzecola,  non può non suscitarmi una punta d’angoscia:  sarò solo, isolato e senza possibilità di comunicazione. Ma ormai la scelta è presa. E il tempo finalmente mi accompagna, rischiarando mano a mano il cielo e la dorsale sottostante. La visuale si apre,  la luce si distende. Dopo gli ultimi metri nel fitto della macchia, il sentiero si snoda completamente in cresta, tra due versanti che declinano dolcemente. Sono sull’estremità più alta della montagna, sopra le nuvole e il campo aperto della dorsale montuosa e – forse ancora oltre – il mare, da qualche parte. Sto passeggiando sulla cima del mondo (con una chitarrina in spalla!), per arrivare migliaia di metri più in basso, a cantare canzoni tra il calore degli esseri umani.

Scivolo sulla cresta, senza percepire minacce. Tocco la Cima della Garlenda (2141 metri), scendo al Passo del Frontè (2090 m), che scavalla il monte omonimo. In  questo lembo di stagione, la montagna è un’eplosione di fioritura: dalle lavande – flora ancora mediterranea, che riesce a mantenersi a queste quote per la buona esposizione al sole e le temperature non troppo rigide – agli anemoni alpini, rarissimi, che paiono essersi conservati come resti glaciali.

Dopo il Frontè, s’incontra le deviazione per il Colle del Garezzo, lungo la Via Marenca, antesignana via del sale, che dal mare arrampicava le montagne per ritornare alle pianure piemontesi. Questo sarebbe il modo più agevole per scendere a un’altitudine di sicurezza e avvicinarsi più direttamente all’entroterra ligure. Ma tutto è così bello qui e il mio passo è tornato leggero. Decido di rimanere sull’Alta Via e raggiungere il rifugio. Tra le rampe del Monte Cimonasso e la Cima della Valletta, se ne sta piantato, come una casetta di Heidi, il Rifugio San Remo, a 2.054 metri. Oramai siamo vicini alle sette della sera. Oltre non mi posso spingere. E del resto, di benzina non ne ho proprio più.  Intorno al rifugio, nessuno. Lungo il sentiero non ho incontrato anima viva. La casetta di Heidi sembra essere chiusa. Settima Regola dell’escursionista avventuriero: fa il piacere di controllare prima quali i rifugi aperti e quali chiusi.

Al suono del campanaccio, la porta si apre. Un signore attempato, irsuto, dallo spessore siderale delle lenti appuntate al naso, mi fissa per una ventina di secondi, senza dire una parola. “Mi arrendo – gli faccio – devo fermarmi qui. C’è posto?” Dice qualche parola confusa, poi passa ai gesti. Non è italiano. Mi fa cenno di entrare. Con noi una donna. Presumibilmente, la compagna dell’uomo irsuto. Si chiamano Teo e Regula.  Sono svizzeri, neutrali ma disponibili: rispetto al mio arrivo non manifestano disappunto, né – per contro – particolare accoglienza. Forse si stanno attenendo ad un elementare codice di soccorso alpino, ma di fatto saranno i miei salvatori.

Lei parla un poco d’italiano e, con l’inglese a tappare i buchi, ci capiamo perfettamente. Sono arrivati qui passando per la Valle Pesio. Al Rifugio Don Barbera, si sono fatti consegnare – dietro simbolico compenso – le chiavi della casetta di Heidi, normalmente chiusa! Accettano che io dorma la notte al caldo. La camerata, al piano di sopra, non è piccola e i posti letto numerosi. A notte fonda, vengo strappato al sonno dalla sete. Scendo in cucina e tracanno un bicchierone dall’acqua parca del rubinetto. Poi, leggo con terrore la scritta “acqua non potabile”! Come in un vero rifugio di alta montagna, manca l’allacciamento all’acqua. Quella che c’è – quando c’è – è la piovana, raccolta in una cisterna, e destinata alla pulizia delle stoviglie e poco altro. Ottava regola dell’escursionista avventuriero: in montagna l’acqua è rara e preziosa e non sempre è a tua disposizione. La montagna insegna l’umiltà. Così, il sonno che poteva essere davvero ristoratore, sarà invece piuttosto agitato.

La mattina ribollente di luce fa riemergere dall’ultimo sonno. Dalle finestre del rifugio, su entrambi i versanti del rilievo, si offre una vista da Alpenliebe e l’incantesimo di decine e decine di caprioli a pochi passi da noi. Sono quasi le sette del mattino. Mi aspettano quindici o più chilometri in quota,  passando dai 2.200 m del Monte Saccarello (la cima più alta delle Alpi Marittime), lungo una discesa bellissima dalle balze solenni, al passaggio surreale presso il Complesso difensivo di Marta: non una patologia ma un presidio militare abbandonato (risale alla fine dell’Ottocento), a difesa del valico del Tenda, con tanto di casermetta e camerate, osservatorio scavato nella roccia, e batteria degli artificieri.  E poi più giù fino ai 1.920 m del Monte Grai, su cui affaccia lo spettrale Rifugio Grai, bellissimo e diroccato. E poi oltre alla meta di Colla Melosa, dove ricomincia il mondo delle strade, dei paesi spellachiati, dei montagnini .

Saluto i miei ospiti senza riuscire a dire tutta la mia gratitudine, e mi metto in cammino, senza acqua e con un panino avanzato dal giorno prima. Nona regola dell’escursionista avventuriero: mai trovarsi senza acqua o senza cibo. Questa l’ho sgarrata solo a metà. La parete sud tra il Cimonasso e il Saccarello strapiomba violenta, a creare il vuoto più abissale e un silenzio devoto, di fronte all’imponente statua del Redentore, che se ne sta eretto, dall’alto dei suoi 2.164 metri. Mi fermo un po’ a respirare la montagna. Qui, vicino a questo Signore delle Cime, ripenso a Teo e a Regula. Ai loro nomi, e alle circostanze (Theo regula). E, senza che si possa parlare di Provvidenza, mi sento almeno preso per i fondelli da un Agente Superiore, dal benevolo sorriso. Decima regola…

Orlando Manfredi

Playlist:

-       Emeric Fisset, L’ebbrezza del camminare. Piccolo manifesto in favore del viaggio a piedi, 2012 Ediciclo Editore

-       Enrico Camanni, La metafora dell’alpinismo, Laison Editrice, 2013

-       Anne-Laure Boch, L’euforia delle cime. Piccole considerazioni sulla montagna e il superamento di sé, 2011, Ediciclo Editore

-       Nick Drake, Voice from the Mountain da Fruit tree, Rykodisc, 1986.

-       Steve Earle, The Mountain da Steve Earle & DelMcCoury Band, The Mountain, 1999

-       Stephen Stills, Singing call da Stephen Stills 2, Atlantic, 1971

-       www.cerianaart.com

 

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