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Leumann, il villaggio operaio di Biancaneve dove non circolano auto

novembre 15, 2012 Impressioni di viaggio, Rubriche

Proseguono, con il secondo appuntamento, le “divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” di Orlando Manfredi, in arte Duemanosinistra, a spasso per le città d’Italia alla ricerca della densità di significato – umano e ambientale – dei luoghi che ci circondano.

Camminare può essere un piccolo laboratorio tra te e il mondo. Oltre ai luoghi e le persone, in queste divagazioni di mobilità elementare, indago la possibilità che danno i contesti urbani a quelle “simpatie dei sensi” così presenti in ogni viandanza.

Un esempio: quando cammini il tempo si dilata, sfugge al controllo, col risultato che ti ci devi abbandonare, e allora non lo subisci più. Lo svolgi, come un filo al rocchetto. Viceversa, quanto più lo imbrigli, lo conti, lo parcellizzi, tanto più ti sembrerà che il tempo eserciti una pressione che pende sulla tua testa, ogni istante.

Viaggiare a piedi significa abbandonarsi allo spazio e al tempo”, scrive Emeric Fisset, nel suo piccolo manifesto sul camminare. Eppure, nelle nostre vite velocissime, anche il tempo “regalato” a una passeggiata viene assorbito dai ritmi produttivi. E benché non si possa essere allo stesso tempo Achille e la tartaruga, io ci provo ugualmente.

Devo raggiungere – a Collegno, alla cintura ovest di Torino – il Villaggio Leumann e l’Ecomuseo che ospita al suo interno. Decido di partire già da ovest, concedendomi uno strappo in metropolitana. Stazione Paradiso è la mia fermata. E chi non vorrebbe scendere qui? Il viaggiatore, chiuso nel tubo sotterraneo della metro, immagina che Paradiso si stacchi dall’anonimato delle stazioni, e lo accolga come una carezza, un rifugio. Poi scende, e si ritrova nel limbo diafano dei marmi e dei tapis roulant, vestibolo di Paradiso per anime indaffarate. In superficie, allungo il passo su Corso Francia, che attraversa i gradi di separazione tra la città e la costellazione dei centri suburbani.

Collegno inizia così, come una giuntura metropolitana di palazzoni a sciami e disimpegni spelacchiati di aree industriali. In questa no man’s land, riesco a sentirmi come dentro a Mistery Traindi Jim Jarmush , solo che nel film un treno sbarca una coppietta nipponica sulla terra screpolata di Memphis, in Tennesse. E qui siamo a Collegno. Ma ci sono posti al mondo dove i contorni sfumano e tutto si assomiglia. Il fatto è che capita più spesso nei paraggi dell’orrido.

Vado con passo cautelativo, e mi accorgo di una certa inquieta curiosità nei lavoratori diretti ai ristori della loro pausa pranzo, alla vista di un viandante-cantautore, armato di chitarra da viaggio, stretta in un tascone da tavola da snowboard di uno zaino d’alpinismo! Potrei essere l’ultimo fantasma di ritorno all’ex manicomio della Certosa di Collegno, ai loro occhi. “C’ho lavorato lì all’ospedale. L’ex ospedale psichiatrico di Collegno. Come infermiere a quella povera gente. Ma diciamo che più che infermiere ero un guardiano. Poi è arrivata la legge Basaglia e ho preso la pensione. Prima avevo lavorato dieci anni qui al cotonificio”. A parlare è Italo. Sveglissimo e cortese decano del Villaggio Leumann (si pronuncia Loiman ma tutti i suoi abitanti dicono Leumann). Lo incontro dopo aver gironzolato un po’, oltre gli ingressi pedonali che da Corso Francia conducono all’interno del borgo. Ci fermiamo sul cancelletto di casa sua e mi racconta la storia del Villaggio.

E’arrivato qui nel 1961, durante la fase finale della gloriosa attività del cotonificio Leumann e del suo borgo operaio. Italo era uno di quei seicento che ancora lavoravano al cotonificio fino al 1972, l’anno apocalittico per tutto il settore tessile piemontese, in cui anche il suo stabilimento chiuse quasi completamente i battenti. La storia del Leumann si colloca nel contesto storico – a cavallo tra Ottocento e Novecento – dei Villaggi operai.

In un punto d’incontro tra “iper-produttivismo” e “urbanesimo igenista”, prese piede il tentativo di modellare il cuore della vita operaia, dedicandole aree residenziali protette, strettamente connesse alle fabbriche d’impiego. Come a dire: ho bisogno di ottimizzare tempi di produzione e qualità del prodotto? Ho bisogno di impiantare stabilimenti vicino a fonti energetiche (quali corsi d’acqua ecc.), spesso lontane dalle zone più popolose? Bene, allora costruisco un villaggio-cittadella autosufficiente, perfettamente integrato con la fabbrica.

Però qui a Collegno la cosa si fece più interessante, perché arrivò un uomo il cui nome era già tutt’un programma. Napoleone il nome. Leumann il cognome. Che tradotto significa “uomo-leone”. Impresario, svizzero originario della Turgovia (pure la regione è tutta un programma), già esperto nel ramo del tessile, Napoleone venne alla carica nel 1875 per impiantare il suo stabilimento proprio qui, tra le bealera di Grugliasco e quella di Collegno (doveva essere una specie di chiavica a cielo aperto), “con lo scopo di esercitare la fabbricazione e lo smercio dei tessuti di cotone”, puntualizza Italo.

In un arco di vent’anni, ai lati dello stabilimento, Napoleone fece costruire due comprensori di casette operaie. Tutto il Villaggio arrivò ad un’estensione di 60.000 mq. Ma il nostro Napoleone-leone avrebbe prodotto per la sua comunità un Asilo, una Scuola (comprensiva di corsi serali per operai e operaie del cotonificio), dei Bagni Pubblici, un Convitto, un Ambulatorio, una Chiesa, un Teatro e Sport Club, un Circolo dopo-lavoro, un Circolo Impiegati e cooperativa alimentare, uno Spaccio. In più servizi sanitari e previdenziali. Tutti situati nel borgo operaio e quindi veramente a “km. 0“, nel senso esaltato da David Owen in Green Metropolis.

Se può esistere imprenditore altruista, Leumann lo fu senza dubbio. Certo, l’animo esigente e appassionato ne delineò una figura tutta d’un pezzo e, alle volte, intransigente. Sembra che il vecchio s’incazzasse per le frequentazioni operaie di una vicina osteria, che portava spesso gli operai a fare ritorno al villaggio in amabile compagnia e in stati alterati di coscienza. Pare che Leumann avesse a dire: “da quelle riunioni nulla di buono può scaturire.”

Italo conferma che ancora ai suoi tempi ci fosse una piola, poco fuori dal complesso, sul corso Francia. Magari era la stessa che faceva incazzare Napoleone. Chiedo a Italo come si abitasse qui e se si fosse mai sentito in un luogo privilegiato o, al contrario, in un ghetto. “Né uno né l’altro. Non è che non si lavorasse duro. Però ti sentivi in una comunità. Ti conoscevi con tutti. Avevamo anche la squadra di calcio.” Italo mi fa notare come non ci sia neanche una macchina o una moto al suo interno. “C’è una zona in fondo al villaggio, subito qui dietro, che è stata adibita a zona parcheggi per i residenti, ma qui dentro, nelle strade del borgo, non si circola in auto. Ed è giusto. Si sta meglio” “Non si circola perché è vietato o l’avete deciso voi?” “Abbiamo deciso che è vietato.” Chiarissimo. In un baleno mi viene in mente di chiedere a Italo dove si trovi questo Ecomuseo, che ancora non ho visto. “Ce l’hai davanti” mi fa Italo. “Prego?”, domando. “Ce l’hai davanti. l’Ecomuseo è il Villaggio Leumann. Dopo la chiusura della baracca, tutta l’area del complesso Leumann stava finendo in mezzo alle speculazioni delle banche. Poi, per fortuna, il Comune di Collegno ha comprato dai nipoti Leumann tutta la proprietà e ha riconvertito e risanato tutte le abitazioni, destinandole ad allocazioni popolari, gestite direttamente dall’Istituto Autonomo Case Popolari. Poi, a fine anni ’90, il Villaggio è diventato Ecomuseo della Provincia di Torino. Il Villaggio e i suoi abitanti. Dunque ho davanti un pezzo da museo” Per un attimo mi immagino Italo cantare “We are the Village Green Preservation Society” dei Kinks, ma poi si rompe l’incantesimo: “Va beh, vado a fare una partita a carte. La saluto. Arv’dse”. E Italo scompare così, inabissandosi nel giardino di casa.

Ora non posso non cercare i posti del borgo segnalati da Italo, e passo dietro al vecchio Convitto, uno degli edifici più belli e imponenti, ora adibito a Biblioteca e Centro Giovani e d’Incontro. Poi la chiesa di Santa Elisabetta, bellissima, progettata da Pietro Fenoglio, artista di punta del Liberty nostrano. Lungo una pianta delicatamente geometrica, il Villaggio Leumann snocciola palazzi elegantemente Art Deco, sobrie villette operaie ad uso plurifamiliare, reminiscenze mitteleuropee nella costruzione dei locali ad uso ufficio, e giardini, viali alberati, piccole staccionate. E, su tutto, una calma sovrana. Qui davvero la classe operaia è in paradiso. Almeno i reduci.

Katia mi racconta di essere finita qui proprio tramite assegnazione delle case popolari. “Ora che sono qui mi sembra proprio di aver svoltato. Non sai come respiro meglio”. L’ho incontrata e dopo due chiacchiere mi apre casa sua e non manca di farmi trovare un bicchiere di vino. Mi racconta che qui vengono un sacco di osservatori, storici, e persone comuni a visitare il Villaggio. “Poi l’anno scorso hanno girato qui il film con la Litizzetto”. Parleremo per un’oretta e presto saremo raggiunti da una vicina di ballatoio, Mara. Si sta così bene e l’unico modo che ho per sdebitarmi è di suonare loro una canzone. Al termine di una canzone che parla di riconvertire le crisi in rinascite, un po’ come è successo al Villaggio Leumann, Mara corre in casa e ritorna in baleno, e mi stringe tra le mani cinque euro. “Non posso darti di più ma ti prego accettale. Mi fai un favore”. Poco prima di salutarle con addosso una giornata così preziosa, Katia racconta che quando era bambina abitava sul corso Francia, insieme con la nonna. Guardava dalla finestra il complesso Leumann e diceva “nonna, da grande voglio andare ad abitare nel villaggio di Biancaneve”.

Orlando Manfredi


Playlist:

L’ebbrezza del camminare, Emeric Fisset

Mistery train, by Jim Jarmush

E’ nata una star, con Luciana Litizzetto e Rocco Papaleo

La classe operaia va in Paradiso, Elio Petri

The Kinks are the Village Green Preservation Society, Kinks

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