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Libro verde dello spreco: l’energia che buttiamo insieme al cibo

novembre 12, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Quando consideriamo gli sprechi di energia, alla maggior parte di noi vengono in mente lo stand-by degli elettrodomestici o le lampadine a incandescenza. In pochi pensano al cibo come possibile causa di inefficienze. In realtà, il settore agroalimentare consuma e spreca enormi quantità di energia, anche per smaltire quegli scarti che con tanta indifferenza prendiamo dalla tavola e buttiamo nella pattumiera. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un estratto del volume Il libro verde dello spreco in Italia: l’energia“, a cura di Andrea Segrè e Matteo Vittuari, appena pubblicato da Edizioni Ambiente. Qui sotto le conclusioni del libro.

Come sottolineato da un report del Post Carbon Institute, The Food and Farming Transition: Toward a Post Carbon Food System (Heinberg, Bomford, 2009), una delle sfide future dei sistemi alimentari sarà costituita dal ripristino del bilancio energetico positivo che ha sempre caratterizzato l’agricoltura tradizionale. Questa transizione richiederà scelte finalizzate ad aumentare l’autosufficienza dei consumi energetici attraverso una maggiore efficienza e la sostituzione degli input basati su energia fossile con altri da fonti rinnovabili.

Il Libro verde dello spreco in Italia: l’energia analizza la relazione tra sprechi ed energia lungo la filiera agroalimentare all’interno di questo quadro di riferimento. Infatti, come menzionato, se da un lato gli sprechi alimentari hanno ricadute negative in termini di consumi energetici, riducendo l’efficienza complessiva del sistema, dall’altro, proprio dagli sprechi e dagli scarti, è possibile produrre energia rinnovabile, valorizzando prodotti spesso smaltiti come rifiuto.

La scelta di proporre un approccio ispirato all’analisi di filiera è stata dettata soprattutto dalla necessità di tenere in considerazione due complessità: quella della filiera agroalimentare e quella dei sistemi energetici. In questo modo è stato possibile evidenzia re numerosi aspetti di una relazione – tra energia e sprechi appunto – ancora largamente inesplorata sia in termini qualitativi che quantitativi.

Il Libro verde non fornisce – e non vuole fornire – risposte univoche, ma pone domande importanti sulla sostenibilità – energetica e non – dei diversi segmenti dell’attuale sistema agroalimentare. Il confezionamento e le lavorazioni cui sono sottoposti gli alimenti – per esempio – possono portare a bilanci energetici largamente negativi: le insalate in busta richiedono un input energetico elevato, a fronte di un quantitativo relativamente ridotto di kcal alimentari.

Considerazioni simili possono essere estese anche alla logistica. Il trasporto di alimenti su lunghe distanze e prevalentemente su gomma può rivelarsi, oltre che inefficiente, anche altamente inquinante: il trasporto di un melone dal Guatemala, realizzato principalmente per via marittima e ferroviaria, genera circa 200 grammi di CO2eq, mentre nel caso di un prodotto di origine spagnola che viaggia su gomma, sebbene il tragitto totale sia più breve, le emissioni totali ammontano a 280 grammi di CO2eq. Tra i risultati principali del lavoro va incluso il tentativo di quantificare il doppio spreco di energia, degli input produttivi e dell’energia alimentare non consumata, causato dallo spreco di cibo.In realtà, si potrebbe parlare anche di triplo spreco, includendo l’energia necessaria per la gestione e lo smaltimento dello spreco diventato rifiuto. Webber (Università del Texas) ha stimato che, negli Stati Uniti, il consumo energetico attribuibile al rifiuto alimentare (che include anche lo spreco di cibo) è pari al 2,5% del totale nazionale. In Italia, ipotizzando una percentuale di cibo sprecato del 20% – in realtà relativamente bassa – la quota di spreco energetico sarebbe pari a circa il 3% del consumo finale di energia, un dato equivalente ai consumi energetici finali di circa 1.600.000 italiani.

Il doppio spreco emerge anche limitando l’analisi a singoli segmenti della filiera agroalimentare. Se si considera che, nel 2010, la produzione agricola italiana lasciata in campo è stata di oltre 1,5 milioni di tonnellate, pari al 3,2% della produzione totale, e che i relativi consumi dell’agricoltura sono stati, nello stesso anno,pari a 3,06 Mtep, il costo energetico dello spreco di cibo in agricoltura è stimabile in circa 98 Ktep (0,098 Mtep). Teoricamente, per usare un’immagine simbolica, con quest’energia, nonostante quella consumata in agricoltura non sia soltanto termica,sarebbe possibile riscaldare circa 67.000 appartamenti da 100 metri quadrati di classe G, o 172.000 di classe C, o 400.000 di classe A per un anno. Nella trasformazione, se si considera che lo spreco di cibo nell’industria alimentare è pari a circa il 2,6% del prodotto finale e che i consumi energetici corrispettivi sono stati, nel 2010, pari a 3,1 Mtep, il costo energetico dello spreco di cibo è stimabile in circa 80 Ktep (0,08 Mtep). In questo caso,sarebbe possibile riscaldare circa 55.000 appartamenti da 100 metri quadrati di classe G, o 140.000 di classe C, o 330.000 di classe A per un anno. Sebbene le stime sul doppio spreco nella distribuzione e nel consumo non siano state eseguite, poiché in entrambi i casi non è stato possibile reperire dati disaggregati sul relativo consumo energetico, è ragionevole ipotizzare che, essendolo spreco al consumo più elevato rispetto agli altri segmenti della filiera, anche il corrispondente costo energetico risulterà più elevato. In una prospettiva di ciclo di vita, lo spreco alla fine della filiera comporta impatti maggiori perché il cibo ha già attraversato tutti i segmenti.

Inoltre, gettare cibo ancora consumabile non significa soltanto aver utilizzato inutilmente le risorse impiegate nei processi produttivi, ma anche sprecare l’energia chimica contenuta negli alimenti. In uno studio condotto in un ipermercato di Bologna, è stato rilevato che in un anno vengono smaltiti come rifiuto fino a 92.000 chilogrammi di cibo commestibile, ossia una media di 252 chilogrammi al giorno, su cui pesano in larga parte frutta, verdura e carne. Tale quantità, tradotta in termini di energia chimica (alimentare), equivale a perdere circa 310.000 Kcal al giorno, di cui quasi un terzo è rappresentato dalla carne. Si è stimato che con questi 252 chilogrammi di cibo sarebbe possibile fornire una dieta completa ed equilibrata per 18 persone al giorno, soddisfacendo a pieno il loro fabbisogno energetico. Allo stesso tempo, sarebbe possibile fornire una dieta parziale ad altre 323 persone al giorno.

Come evidenziato nel Libro verde le considerazioni possono essere estese anche alle emissioni di gas serra. Gli sprechi alimentari corrispondono, infatti, a circa un terzo della riduzione prevista con il Protocollo di Kyoto.

Oltre ai possibili risparmi in termini di efficienza energetica derivanti dalla prevenzione o dal recupero degli sprechi, un’altra transizione investirà la sostituzione degli input fossili con energia da fonti rinnovabili. Come discusso nel Libro verde, l’uso dei residui agricoli come risorsa energetica presenta notevoli potenzialità. Per quanto riguarda il segmento agricolo, si potrebbero per esempio ricavare circa 0,3 Mtep dai residui fruttiferi, 0,2 Mtep dai sarmenti e circa 0,25 Mtep dai residui dell’olivicoltura, equivalenti al riscaldamento di 56.000 appartamenti di classe G da 100 metri quadrati, o 127.000 di classe C, oppure 297.000 di classe A. Da alcuni scarti di lavorazione (mais, pomodoro, patate,leguminose), nella sola regione Emilia Romagna sarebbe possibile ricavare circa 11 milioni di metri cubi di biometano, utilizzabili per scaldare per un anno: circa 5.800 appartamenti da 100 metri quadrati di classe G, circa 14.900 di classe C o circa 34.900 di classe A.

Nella fase di consumo, inoltre, i rifiuti alimentari potrebbero essere recuperati a fini energetici, diminuendo la quantità di Rsu da smaltire. Per esempio, se nella città di Bologna si recuperassero le circa 46.000 t/anno di rifiuti alimentari prodotte e venissero opportunamente trattate in un impianto per la produzione di biogas, sarebbe possibile ricavare circa quattro milioni dimetri cubi di biometano, che potrebbero sostituire quasi interamente il metano di origine fossile (o un terzo del gasolio) consumato dall’azienda di trasporto pubblico locale. Altra energia potrebbe essere ricavata anche da rifiuti alimentari particolarmente inquinanti come gli oli vegetali esausti. Teoricamente, se si raccogliessero e trattassero le circa 280.000 tonnellate di olio vegetale esausto prodotte annualmente, sarebbe possibile ricavare 238 milioni di litri di biodiesel.

Il settore agroalimentare necessita di una transizione verso produzioni meno intensive e filiere più efficienti. Ogni giorno infatti si utilizza indirettamente una grande quantità di energia per coltivare, allevare, trasformare, conservare, trasportare e preparare il cibo. Allo stesso tempo sono necessarie nuove soluzioni per ridurre l’energia utilizzata per gestire e smaltire rifiuti, scarti e sprechi, e per sfruttare le potenzialità dei residui agricoli come risorsa energetica.

Sistemi agroalimentari virtuosi potrebbero quindi rivestire un ruolo importante per un utilizzo più sostenibile ed efficiente dell’energia, attraverso l’impiego dei residui agricoli e produttivi come fonti di energia, il recupero dello spreco alimentare e la sensibilizzazione verso scelte di consumo individuale più responsabili.

Andrea Segrè*, Matteo Vittuari**, Fabio De Menna***

* E’ docente di Politica agraria, politiche dello sviluppo agricolo e Agricultural policies presso il Dipartimento di scienze e tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna. Presidente di Last Minute Market, nonché promotore della Carta Spreco Zero, è autore di Libro nero dello spreco in Italia: il cibo (2010), Il libro blu dello spreco in Italia: l’acqua (Edizioni Ambiente, 2012) e Vivere a spreco zero. Una rivoluzione a portata di tutti (Marsilio, 2013).

** Ha un dottorato in Cooperazione internazionale e politiche per lo sviluppo sostenibile presso l’Università di Bologna. È stato visiting researcher presso diverse università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti, tra cui il Center for International Development dell’Università di Harvard. Si interessa di sostenibilità delle politiche agricole e rurali, bioenergie e spreco alimentare.

*** Ha un dottorato di ricerca in Diversity Management and Governance presso l’Università di Bologna. È assegnista di ricerca presso il Dipartimento di scienze e tecnologie agroalimentari dell’Università di Bologna, dove si occupa di Analisi del ciclo di vita (LCA) dei sistemi agroalimentari e di bioenergie.

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