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L’importanza di chiamarsi plancton

dicembre 20, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo oggi un racconto della nostra corrispondente dal Sud-Est Asiatico Marcella Segre. Ogni riferimento a fatti accaduti o persone realmente esistite e’ puramente casuale.

“The hallmark of life is this: a struggle among an immense variety of organisms weighting next to nothing for a vanishingly small amount of energy”.

Edward O. Wilson, The Diversity of Life

Maggie Mee e’ tornata; eccola imbronciata e saccente sfrecciare su un motorino ormai graffiato in ogni punto per tutti gli angoli di un isola in qualche angolo di mondo. Eccola che si incazza, perche’ la sorpassano mezzi carichi di persone, animali e cose da ogni direzione, e che si meraviglia ancora all’attraversare variopinti mercati e paesaggi incontaminati.

In questo giorno che si appresta a diventare sera, Maggie Mee sta quindi percorrendo strade incasinate, compiendo uno dei brevi percorsi ormai famosi per farle fare, mentalmente, piroette e capovolte nonche’ ragionamenti malati. E si ritrova a riflettere sulla vita nel terzo mondo. Uno, due e tre. Avete letto bene: terzo mondo. Quel mondo ultimo che, in quanto a spazio e numer,i e’ il primo ma che rimane sempre l’ultimo, in quanto il quarto non esiste. Si puo’ ancora parlare di medaglia di bronzo? Banalmente, le viene da pensare facendo uno stupida associazione di frasi fatte, “faccia di bronzo chi dice che gli ultimi saranno i primi!” Cosi’ pensando, le viene da sogghignare e per ammazzare il tempo che ci vuole per raggiungere la prossima meta, attenta a non uccidersi negli slalom tra mucche, bambini e altri ostacoli inaspettati, prova a fare una lista dei vantaggi e degli svantaggi del vivere nel terzo mondo.

Si mette a pensare, cominciando dai vantaggi, convinta che la lista si snocciolera’ da sola. Vacca miseria! Non gliene viene in mente neanche uno!

Tutto e’ certamente relativo, e viste le differenze culturali e morali e’ probabile che per alcuni possa essere fantastico, per non dire strepitoso, non avere accesso alle proprie risorse, vedere e sapere che oltre la meta’ dei propri concittadini muore di fame o vive ben al di sotto della soglia di poverta’. Che figo pensare che le donne fanno figli come conigli, muoiono di parto come mosche e i bambini sono falcidati dalle malattie piu’ banali. Wow! Quanta energia! Ci sara’ sicuramente un aspetto di godimento a veder depredato il proprio paese di capitale umano e culturale da multinazionali senza entita’ fisica, sentirsi servitori di mondi piu’ forti di cui non capiamo i meccanismi, ma di cui subiamo le violenze economiche e belliche e che vogliamo imitare o combattere. Per non parlare del passaporto, che serve solo a farci rifiutare l’ingresso o a farci penare ogni qual volta proviamo a muovere il culo in un’altra direzione. Ci dev’essere qualche vantaggio.

Non cadiamo in stupidi paragoni mettendoci a fare la lista dei vantaggi del primo mondo o replicando che molti paesi del terzo mondo ora possono essere definiti “in transizione” e tutte le menate di circostanza. Vi prego di non menzionare guerre civili o ribellioni, ne’ la solita solfa che l’evoluzione si e’ sempre basata sulla schiavitu’. Cerchiamo di semplificare l’analisi. Dopo tutto si tratta di un pensiero per far passare il tempo, non un rimuginare per arrivare chissa’ a quale verita’ socio-antropo-economica.

Dicevamo, I vantaggi di vivere nel terzo mondo. Aspettate un attimo! Ma per chi? Di chi stiamo parlando? Maggie Mee ha un’illuminazione. Voglio dire, il gioco era rispondere alla domanda, fare una lista, non si specifica il destinatario nella consegna. Per cui ecco che Maggie Mee gira la domanda a suo favore. “Dipende da chi sei”, sghignazza fra se’.

Ed ecco che finalmente le si apre un mondo di possibilita’, una lista infinita fatta di concessioni e privilegi, nicchie e terre promesse, opportunita’ immense, paradisi perduti e agiatezze comparabili solo a quelle dei patrizi nell’antica Roma. Certo, ci sono anche degli svantaggi a essere un originario del primo mondo con grana che vive nel terzo mondo. Volete mettere la separazione sociale e il razzismo? Ah! Che pena sapere che da un momento all’altro orde degli “altri” abitanti del terzo mondo potrebbero irrompere nell’enorme tenuta in cui viviamo e ammazzarci senza scrupoli! Ah! Che orrore dover vivere sulla nostra pelle le lungaggini della burocrazia per un visto o un permesso di soggiorno per lavoro o la possibilita’ di intestarci case, terreni e risorse naturali e dover magari allungare anche una mazzetta! Che schifo vivere in un paese dove la corruzione dilaga e la popolazione non ha la benche’ minima idea di cosa sia la raccolta differenziata! Cose dell’altro mondo!

Soddisfatta delle sue conclusioni e di essere riuscita a finire il gioco stilando la lista, Maggie Mee rallenta, essendo arrivata a destinazione. Il parcheggio illuminato da misteriose fonti di luce che spuntano dalle aiuole curate la introducono in un gigantesco giardino, al fondo del quale si spalanca l’Oceano Indiano in tutto il suo splendore, le onde che si infrangono sulla scogliera. Maggie Mee si aggiusta il tubino nero di velluto (ma interno cotone, cosi’ non suda e non puzza!) e si infila le scarpe altissime, attenta a non inciampare. Si guarda. Azz, non ha una borsetta, dovra’ trovare un’alternativa per poter trasportare le sue quattro cose in giro per la festa esclusiva alla quale non crede di essere neanche stata invitata.

In un attimo e’ al bancone del bar che sorseggia un cocktail dal color piscio chiaro e, davanti a lei, la linea orizzontale che delimita il verde del prato e il blu del mare e’ occupata da sciami di esseri umani in tenuta da sera. Maggie Mee sorride e scambia due chiacchere con il vicino di turno, una coppia mista dal sorriso smagliante. Poi si alza e si avvicina alla zona musica, dove ancheggiano alte femmine chiare e formose femmine scure, contenta che l’aver ingollato la bevanda sopra citata le permetta di camminare stabile sui tacchi alti almeno 10 centimetri. E’ passato troppo poco tempo quando Maggie Mee gia’ sente puzza di morto. E’ un lezzo forte che le impedisce di ballare e soprattutto di bere, vista la nausea che le invade il cervello. Si allontana quindi dalla folla, sperando che un po’ d’aria fresca la aiuti a stare meglio e finisce in un gruppo composto da manzi rossi e lucenti e vari graziosi esemplari, strizzati e di tutti i colori. Forse e’ la nausea ormai dilagante, ma le orecchie riescono solo a percepire un mormorare confuso di discorsi senza capo ne’ coda e quando i personaggi in questione scoppiano a ridere, l’eco delle risate rimbomba in lei come uno scoppio perforante. Decide a malavoglia di andarsene, perche’ ora e’ sopraggiunto anche il mal di testa.

Ah che peccato. Ha come l’impressione che la serata non l’abbia soddisfatta e di non essere riuscita ad abbandonarsi completamente al divertimento della festa, nonche’ ad aver interagito adeguatamente con i suoi compagni di chiacchere e bevute. Sara’ stata forse la mancanza della borsetta a rivelare la mancanza di stile? O sara’ che nei suoi brevi interventi non ha fatto abbastanza allusioni all’enorme villa con ettari di giardino e piscina olimpionica e alle pecche della servitu’? Oh che tragedia.

Maggie Mee, come si suol dire, alza i tacchi e si allontana velocemente dalla festa. Mentre raggiunge a piedi la spiaggia si sfila le scarpe e, una volta immerse le estremita’ inferiori nella sabbia e poi nel mare, si sfila anche il tubino nero e si tuffa in acqua. In un attimo, nuda a fare il morto in acque tranquille, si sente di nuovo a suo agio; nausea, mal di testa e persino l’odore pestilenziale sono spariti. Forse perche’, si dice, in mare aperto l’acqua e’ chiara; probabilmente perche’, le viene in mente, in pieno oceano non sono le piante o le alghe a permettere la fotosintesi, ma innumerevoli e microscopiche forme di vita, che si muovono per le acque del mondo portate dalle correnti…

Marcella Segre

www.margeye.info

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