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Lo squilibrio ambientale: finanza e beni comuni nel nuovo libro di Paolo Maddalena

novembre 17, 2015 Racconti d'Ambiente, Rubriche

«Si è radicato nella mente di tutti che il proprietario è assoluto padrone dei suoi beni, non tenendo conto del fatto che il fenomeno dell’edificazione produce effetti non solo sui beni in proprietà del privato, ma anche sui beni che sono in proprietà collettiva di tutti, come il paesaggio, che, essendo un aspetto del territorio, è in proprietà collettiva del popolo, a titolo di sovranità». Passione civile e competenza giuridica si fondono in questo densissimo contributo alla riflessione sui beni comuni. Con rigore e lucidità, non perdendo mai di vista l’obiettivo di dare al suo lavoro massima concretezza, Paolo Maddalena, uno dei più importanti giuristi italiani, pone il problema nel quadro sconcertante dell’attuale crisi, mettendo in luce come crisi ambientale e crisi finanziaria abbiano una causa comune: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. «Pochi intendono – sottolinea Salvatore Settis nella sua Introduzione – che solo il rigoroso fondamento sul disegno di società voluto dalla Costituzione e il puntuale radicarsi nel nostro ordinamento possono far uscire le tematiche dei beni comuni dal limbo dell’utopia, e farne invece il manifesto di una politica dei cittadini non solo auspicabile, ma possibile». Un pamphlet appassionante e appassionato, edito da Donzelli Editore, che aiuta a riflettere su come custodire, preservare e ricostituire quello che dovrebbe essere per ogni cittadino uno dei beni più preziosi: il mondo in cui viviamo. Per Racconti d’Ambiente pubblichiamo un estratto dalla prima parte: “Lo squilibrio ambientale”.

Quello che constatiamo è che non viviamo più in una situazione normale: è sotto gli occhi di tutti che la «legge universale dell’equilibrio», che è a fondamento della vita dell’uomo e del pianeta, è stata gravemente infranta. Viviamo, in realtà, in presenza di due grandi «squilibri»: quello ambientale e quello economico finanziario. Il primo squilibrio riguarda le «forze rigenerative» della Terra. Gli scienziati di tutto il mondo sono stati concordi nell’affermare che dal 2 agosto 2012 la Terra non è più in grado di fornire l’ossigeno, l’acqua e il cibo necessari per sette miliardi di abitanti. E ciò è dipeso da una moltitudine di fattori. Immensi territori sono stati devastati, deforestizzati e cementificati; aria, acque e suolo sono stati inquinati oltre ogni limite sostenibile; gli equilibri ecologici, e specie l’equilibrio idrogeologico d’Italia, sono saltati; il buco nella coltre di ozono che circonda la Terra, e che non è ricostituibile, ha assunto dimensioni impressionanti, provocando danni irreparabili per l’uomo, per gli animali e per la vegetazione; il cambiamento climatico ha sconvolto i cicli stagionali, ha aumentato a dismisura la frequenza degli uragani, ha innalzato il livello del mare, ha distrutto gli immensi ghiacciai polari e quelli delle più alte montagne, ha arrecato danni incalcolabili alla vita del pianeta. In conclusione, le«forze rigenerative della Natura» sono state sopraffatte«dall’incoscienza dell’uomo», sostenuta da una dominante«concezione neoliberista» che trasforma i desideri in bisogni e questi in diritti, al di fuori di qualsiasi principio di giustizia e di equità.

L’avidità individuale ha spinto all’accaparramento dei beni, alla sopraffazione dei deboli, alla diseguaglianza, alla miseria generalizzata. Il secondo grande squilibrio a livello globale riguarda l’economia reale. Oggi si calcola che il potere economico finanziario privato supera di diciotto volte il PIL di tutti gli Stati del mondo. Se è vero che il danaro ha una forza impetuosa capace di rompere tutti gli argini, si capisce bene in quale condizione di subordinazione ai cosiddetti poteri forti si trovino oggi gli Stati e i popoli. In sostanza, l’economia è stata «finanziarizzata», poiché le più grandi banche, la cui funzione originaria era quella di raccogliere i risparmi e concedere credito alle imprese a fini produttivi, hanno preferito, invece, investire in titoli di credito, per lucrare gli interessi. In pratica è invalso il sistema di acquistare debiti con debiti, sottraendo liquidità, immobilizzando capitali e producendo, non più sviluppo, ma recessione, disoccupazione, disperazione e morte. Causa di questi squilibri, nessuno lo potrebbe negare, è l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi speculatori ambientali e finanziari.

La cupidigia umana, sorretta da una erronea interpretazione del diritto di proprietà privata e dall’oblio della «proprietà collettiva di tutti», che quella precede, ha provocato, negli ultimi quaranta o cinquant’anni, un progressivo impoverimento di molti e un altrettanto progressivo arricchimento di pochi. C’è un continuo travaso di ricchezza da molti a pochi. Si calcola che il 10 per cento della popolazione mondiale possiede il 50 percento della ricchezza totale, mentre l’altro 50 per cento delle risorse deve servire a sostenere il 90 per cento dell’intera popolazione del globo. Dopo che le teorie neoliberiste hanno preso il sopravvento, invadendo l’immaginario collettivo, la parola d’ordine è «privatizzare», cioè dare a privati beni e servizi pubblici nell’erroneo convincimento che lo speculatore privato, che certamente mira al suo tornaconto individuale, possa meglio servire all’interesse pubblico. Una  vera follia!

Il dramma che viviamo lo aveva ben previsto Roosevelt, il quale, in un suo discorso al Congresso del 29 aprile 1938, affermò: «Eventi infelici accaduti in altri paesi ci hanno insegnato da capo due semplici verità in merito alla libertà di un popolo democratico. La prima verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita di un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso Stato democratico […]. La seconda verità è che la libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un modello di vita accettabile». Questo problema, come molto acutamente osserva Massimo Luciani, ha origini antichissime ed era già stato posto in risalto «da Platone, che aveva collegato la limitazione degli eccessi di ricchezza e la solidità del vincolo politico tra i cittadini, mentre Aristotele aveva precisato che è più la ricchezza dei governanti che il loro numero a segnare il confine tra oligarchia e democrazia». E, al riguardo, non si possono non citare le seguenti illuminanti parole di Papa Francesco, pronunciate il 16 maggio 2013 in occasione della presentazione delle lettere credenziali di alcuni ambasciatori: «La crisi finanziaria che stiamo attraversando ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi antropologica. Nella negazione del primato dell’uomo! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr. Es. 32,15-34) ha trovato una nuova e spietata immagine nel feticismo del danaro e nella dittatura dell’economia senza volto né scopo realmente umano […]. Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole. Inoltre, l’indebitamento ed il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale ed i cittadini dal loro potere d’acquisto reale. A ciò si aggiungono, oltretutto, una corruzione tentacolare e un’evasione fiscale egoista che hanno assunto dimensioni mondiali. La volontà di potenza e di possesso è diventata senza limiti».

Paolo Maddalena*

*Nato a Napoli nel 1936. Dopo una lunga esperienza universitaria come docente di Istituzioni di diritto romano, nel 1971 è passato nella magistratura della Corte dei conti e nel 2002 è stato eletto giudice della Corte costituzionale, presso la quale ha prestato servizio fino al 2011. Si è dedicato, sin dagli anni settanta, allo studio del diritto ambientale; tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Responsabilità amministrativa, danno pubblico e tutela dell’ambiente (Maggioli, 1985) e Danno pubblico ambientale (Maggioli, 1990). Recentemente ha contribuito al volume collettaneo Costituzione incompiuta (Einaudi, 2013).

 

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