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London walking: camminando sopra e sotto il suolo di Londra

aprile 16, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Proseguono, con il cammino nelle strade, i parchi e le gallerie metropolitane di Londra, le “divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” di Orlando Manfredi, in arte Duemanosinistra, a spasso per le città italiane e straniere alla ricerca della densità di significato – umano e ambientale – dei luoghi che ci circondano.

London Calling – qui parla Londra – furono le prime parole che si udirono in tutto il paese dalle crepitanti radio a galena quando, il 14 novembre 1922, il trasmettitore di quella che sarebbe diventata la BBC, andò in onda per la prima volta […]. Da allora queste parole hanno avuto un profondo legame emotivo con la percezione della capitale”. Parte così il vertiginoso diario sentimentale di Barry Miles, dal titolo London Calling, che riprende il celebre annuncio radiofonico, nonché l’inno immortale dei Clash.

Dalla fine dei Sessanta – gli anni della swinging London – la capitale inglese è rimasta, in un modo o nell’altro, la cruna del mondo, l’osservatorio privilegiato delle nuove tendenze, del modus vivendi e della composizione sociale dell’Occidente in movimento. La bella Londra, a portata di mano e di tasche, è sempre stata la frontiera papabile del cambiamento culturale, il caleidoscopio vertiginoso della velocità, l’unico modo low budget per sentirsi al passo coi tempi, in una sorta di sentimento condiviso di connessione. Di quella componente di avamposto culturale non è rimasto molto (gli avamposti sono tanti, sparsi per il mondo e rimessi in circolo, nell’ovunque del world wide web), se non la sensazione di sconfinata varietà del genere umano, in una babele di abitudini, tendenze, stili, immagini, consumi culturali e sottoculturali, in cui il perfetto cockney si può considerare un genere estinto. Ora è l’esplosione pacificata della civiltà interculturale, dove Londra è, in un certo senso, l’acceleratore di particelle della Globalizzazione. Da questo punto di vista, qui si vive ancora un passo avanti rispetto alla media delle città occidentali ed è questo l’ultimo parametro secondo il quale possiamo considerarla il modello della metropoli contemporanea.

Nei giorni che precedono i funerali della Tatcher, la city è il condensato molto british del battibecco un po’ isterico che si avverte nei media, tra condiscendenti “Maggie” e sprezzanti “milk snatcher!” (“ruba-latte” come la chiamò la sinistra dopo la scelta di decurtare i fondi per la distribuzione del latte nelle scuole). Io mi trovo nell’occhio del ciclone (Eye of London), per vedere quale mobilità elementare possa regalare la capitale del mondo. Questa volta, senza gli strumenti d’ordinanza, i miei strumenti di baratto spirituale: lo zaino e la chitarra di Lilliput. Problemi logistici e di trasporto mi portano qua un po’ a mezzo servizio. Ma con me porto la domanda “in che misura si conosce Londra in bici o a piedi?”. Beh, a fianco alla voce cycle dobbiamo porre un segno netto di passivo, proprio nei giorni in cui i tabloid e le free press locali rimbalzano la notizia di una talentuosa e affermata ricercatrice-geologa investita da un van portavalori, mentre andava al lavoro in bicicletta. Non mancano alcune arterie ciclabili ma il confronto con città come Amsterdam è impietoso. Per non parlare della rete di rent a bike, modesta e con bici che fanno lo stesso effetto delle finte chitarre nelle vetrine delle boutique hard discount – avete presente?

A dispetto del dato sconfortante, non sono pochi i ciclisti che sfrecciano intrepidi per Londra. L’offerta mediocre, a fronte di una domanda crescente, deve aver spinto sindaco e amministrazione a varare un piano decennale, per il valore di più di un miliardo di sterline, che porterà all’inserimento di una corsia preferenziale della lunghezza di 25 chilometri, di una corsia riservata sulla Westway (praticamente un’autostrada!), e alla creazione di numerose piste destinate unicamente alla bici. Sulla carta, una rivoluzione a due ruote, con notevoli benefici in termini di riduzione dell’inquinamento e di salute e benessere dei cittadini.

Il modo perfetto per vedere Londra sembra essere proprio quello di girarsela a piedi. Non per chissà quale improbabile sforzo di pedonalizzazione, quanto per la sua impeccabile rete di trasporti pubblici, tra bus, underground, overground e Docklands Light Railway (ferrovia metropolitana leggera). Questo permette a turisti, pendolari, e abitanti di raggiungere in breve tempo aree a distanze siderali, agli antipodi della città e, al tempo stesso, di effettuare gli spostamenti brevi sulle proprie gambe. E così, io che piombo nella capitale in missione pedonale per conto del green living, non sono più pedone di tutti gli altri. Londra è un immenso calpestìo, di scarpe e zeppe, e pelli di ogni colore, sorta e latitudine, che rintoccano il ritmo convulso dell’istante, sopra e sotto la superficie della city, negli infiniti e affascinanti labirinti della Subway, la prima e più stratificata del mondo (ha 150 anni: non è pazzesco che abbia la stessa età della nostra Unità Nazionale?). Così i passi fendono l’aria, insieme coi passi di migliaia di altri, con precise traiettorie – che qui non sembra ci si possa permettere di improvvisare troppo: tutto deve essere almeno un po’ programmato, per non trovarsi divorati dal caos, a un passo dalla paura. Se venite a Londra per la prima volta, non potrete far altro che assorbire la botta di stimolazioni sensoriali e culturali che questa città ha ancora da dare. Ma dopo il primo eccitante shock, potrete cogliere anche la testimonianza ipertrofica di tante piccole e grandi solitudini, consolate dalle cuffiette di uno smart phone o del giornale della sera, su uno sfondo climatico solitamente grigio, freddo e tagliente.

Iniziando programmaticamente dai bellissimi prati davvero regali di St. James’s Park, a un passo da Buckingham Palace, mi imbatto in ogni sorta di pausa-pranzo, e ingegnosi trasportini, in una deregulation alimentare sfrenata, dall’iper-macrobiotico al Burger King, dal messicano al thailandese: anche questi sono i tanti tasselli del coloratissimo mosaico del mondo che abita il suolo di Londra; e poi mi imbatto in scoiattoli grigi e rossi, e amanti che si scambiano la piuma di un cigno (sarà mica stato l’oggetto di qualche “scientologica” pausa-pranzo?). Londra possiede la più vasta superficie di aree verdi e di parchi, in relazione alle altre metropoli della sua dimensione.  A chi cerca un’esperienza più radicale di comunione con la natura consiglio di raggiungere il Nord di Londra e di fare un giro ad Hampstead heath, situato nel quartiere omonimo. Tra villette vittoriane, tra le quali si nasconde la casa del poeta John Keats, si stende l’enorme macchia verde, punteggiata di stagni, dove nella bella stagione i londinesi vengono a fare i bagnanti (ci sono addirittura stagni maschili e stagni femminili!). In questo polmone di pace e ispirazione, trovarono spazio le passeggiate di William Blake, di Keats, e del cantautore Nick Drake, che scelse Hampstead come quartier generale e osservatorio privilegiato dei propri tormenti. L’osservatorio di nome e di fatto sta dall’altra parte della città a Greenwich. Quella del Meridiano. Signori, qui è dove inizia il Tempo. Un parco sinuoso porta sulla propaggine della collina di Greenwich, sede dell’Old Royal Observatory, nel cui cortile si trova la linea del Meridiano. Naturalmente si gode – anche senza lenti telescopiche – di una vista magnifica sul mondo di qui sotto e sui grattacieli delle Docksland.

Greenwich è stata una delle zone più interessate dai lavori e dai preparativi per i recenti Giochi Olimpici. A sud del National Marittime Museum, il Greenwich Park ha ospitato le strutture delle corse ippiche. All’estremo Nord del villaggio di Greenwich è sorta la North Greenwich Arena, che ha ospitato le gare di badminton, basket e ginnastica, ribattezzata poi Arena O2. Al suo interno si trovano ora un’efficientissima arena-concerti (a novembre gli Stones hanno registrato il sold out in sette minuti di prevendita!), una promenade dell’intrattenimento e del consumo, e il Britain’s Museum of Popular Music: una foto davanti al murale dei Fab Four ci sta. Tutto questo sono riusciti a fare in una manciata di mesi dalla chiusura dei giochi. Pianificazione, rifunzionalizzazione e impiego di un’efficienza titanica. L’Insitute of Tourist Guiding organizza anche delle Olympic Walk, camminate guidate per visitare tutti i luoghi simbolo dei recenti giochi. Mi prenoto per verificarne l’affidabilità. Mi rispondono dicendomi di trovarmi sabato mattina alla fermata di Bromley-by-bow con 9.00 sterline in mano. Naturalmente qualche ora dopo disdico. “Thank you for letting us know, Mr Manfredi. Kind regards”. Cose tra gentlemen.

Ed ecco il nuovo volto di Stratford, nell’East End. La più grande area di costruzione ad uso sportivo e di riconversione produttiva, estesa per un raggio di circa due chilometri quadrati. Qui nasce il Queen Elizabeth Olympic Park, sede del Villaggio Olimpico, riconvertito poi ad uso abitativo (1.379 alloggi destinate alle fasce sociali più deboli), l’Aquatic Centre e lo Stadio Olimpico, luogo ospite delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi. Intorno ai colossi delle imprese sportive e dello spettacolo, si colma il problema del tessuto connettivo e dell’offerta con la costruzione di grandi cittadelle commerciali e di intrattenimento. La sgradevole sensazione è che quando una superficie venga riconvertita genericamente in macchina da profitti, le aree risultino tutte uguali, tra bowling, multisala, mille ristoranti, e marchi di grido. Con qualche (sano) bisticcio tra pianificazione urbanistica “dall’alto” e reinvenzione “dal basso”. Se mai ci sarà una nuova swinging London, non inizierà certo per generosa concessione delle amministrazioni. Bansky docet.

Orlando Manfredi

Playlist:
Barry Miles London, Calling, EDT 2012

Stefano Pistolini, Le provenienze dell’amore. Vita, morte e postmortem di Nick Drake, misconosciuto cantautore inglese, molto sexy, Fazi Editore 1998

William Blake, I canti dell’Innocenza e dell’Esperienza, qualsiasi edizione

Nick Drake, Bryter Lyter, Island 1970

The Beatles, Abbey Road, Apple,1969

Clash, London Calling, CBS 1979

Everything Everything, Arc, CBS 2012

Qualsiasi cosa di Banksy, in giro per Londra

Beat. Beatles,esistenze a tempo. 1962-1970. Uno Spettacolo di O.P.S. Officina per la Scena, Torino Fringe Festival (4-12 Maggio 2013)


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