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“Mai dire bonsai”. Cosa direbbero le piante se potessero parlare

settembre 3, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Che cosa direbbero le piante da appartamento o da giardino se potessero parlare? Probabilmente si lamenterebbero delle cure sbagliate, dei maltrattamenti, e chiederebbero ai tanti pollici neri più attenzione. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente, pubblichiamo oggi un estratto del libro “Mai dire bonsai” (Sironi editore), di Eugenio Melotti. Nel volume Pino, giardiniere in pensione votato alla difesa del verde, dà voce ai vegetali maltrattati attraverso lettere garbate ma ferme, indirizzate ai tanti “amanti delle piante” che compiono spesso, ma involontariamente, tante malefatte. Le piante dettano anche agli umani delle regole: poche informazioni semplici e pratiche che aiuteranno gli aspiranti pollici verdi a trattare bene le loro creature. L’estratto che pubblichiamo, preso dal capitolo “Errori fatali”, è la lettera formulata idealmente da un limone alla signora Lia.

Verona, 8 maggio

Cara signora Lia,

se le scrivo questa lettera, è solo per fame. Da più di un anno vivo con lei, inebriandola con il profumo dei miei fiori e regalandole splendidi limoni per i suoi tè e i suoi piatti di pesce. Avrà sicuramente notato, però, che le mie foglie, da un po’ di tempo, non sono più di un bel verde brillante come una volta. Stanno rapidamente ingiallendo e cadendo una dopo l’altra: un fatto increscioso e di certo non fisiologico, per un sempreverde come me!

Se crede che sia in stato di sofferenza, ha ragione, glielo confermo. Ma la sua diagnosi è completamente sbagliata e i suoi rimedi, più che essere inutili, rischiano di darmi il colpo di grazia. Pensando che avessi sete – deduzione curiosa, dal momento che il mio terriccio è sempre impregnato d’acqua e il sottovaso straripa! – ha intensificato le innaffiature.

In realtà, ahimé, il problema non è la mancanza d’acqua, ma di cibo. In altre parole, sto morendo di fame! Le poche sostanze nutritive che erano contenute nel vaso in cui sono costretto a vivere sono quasi esaurite e non mi bastano più.

A differenza delle piante che crescono in terra, infatti, non posso estendere le radici a piacimento, per procurarmi il cibo da solo. Dipendo interamente da ciò che trovo nel poco terriccio disponibile, o da concimazioni regolari che lei, però, non mi ha mai somministrato. Se i nutrienti scarseggiano, non riesco a svolgere normalmente la fotosintesi, perché la scarsa o assente assimilazione di elementi dal terreno impedisce la corretta sintesi della clorofilla (il pigmento che colora di verde le foglie).

Non deve allarmarsi troppo: la mia malattia, nota come clorosi fogliare (dal greco chloròs, gialloverde), è piuttosto frequente in piante che, come me, in inverno devono essere messe al riparo dai rigori del clima, e perciò vengono tenute in vaso. Ma si riscontra anche in altre piante acidofile – cioè amanti dei terreni acidi – coltivate su terreni troppo calcarei, come azalea, rosa, cotogno, lauroceraso, ortensia, glicine, pesco, rododendro, fragola e lampone.

I sintomi tipici sono quelli che vede: un graduale ingiallimento delle foglie, in particolare tra le nervature, e la loro precoce caduta. Tutto l’organismo, in realtà, deperisce in modo progressivo: cresce in modo stentato e spesso, come nel mio caso, smette di fiorire e di produrre frutti.

Lasci che le spieghi qual è il menu standard di una pianta, anche se ciascuna specie, in realtà, ha i suoi gusti personali, e predilige una portata piuttosto che un’altra.

Gli elementi nutritivi indispensabili a tutte, che devono essere sempre presenti in quantità più o meno abbondanti nel terreno, si dividono a seconda della loro importanza in: macroelementi principali (azoto, fosforo, potassio), macroelementi secondari (calcio, ferro, magnesio, zolfo) e microelementi (boro, cloro, manganese, molibdeno, rame, zinco); questi ultimi, quindi, sono richiesti in concentrazioni molto più ridotte.

La carenza di ferro (e in misura minore di potassio, zinco e azoto) è una delle cause più frequenti di clorosi, tanto che si parla in modo specifico di clorosi ferrica. Questo elemento, infatti, viene accumulato nei cloroplasti dove partecipa alla sintesi della clorofilla. Inoltre, è parte integrante di vari enzimi coinvolti nelle reazioni di ossidoriduzione della fotosintesi, del metabolismo dei carboidrati, della riduzione dei nitrati e dei nitriti, della respirazione, e partecipa attivamente al processo di fissazione biologica dell’azoto atmosferico in ammoniaca.

I terreni contengono quantità rilevanti di ferro (elemento chimico il cui simbolo è Fe) nella forma ossidata Fe3+ (ione ferrico). Tuttavia, per poter essere assorbito dalle radici e successivamente trasferito alle foglie, deve prima essere trasformato (ridotto) nella forma Fe2+ (ione ferroso). Nei terreni caratterizzati da pH elevato (7,8-8), ricchi di calcare, la riduzione dello ione ferrico in ferroso non avviene, quindi il ferro, pur essendo presente, non è disponibile per la pianta.

E questo, cara signora Lia, è proprio il mio caso. L’acqua del rubinetto che usa per innaffiarmi è troppo dura, cioè ricca di calcare, e con il tempo ha reso il pH del mio terriccio così elevato da impedirmi di assimilare il ferro. Anche il ristagno idrico favorisce la clorosi, così come il terreno sabbioso, la scarsa presenza di sostanza organica, la presenza di microelementi antagonisti al ferro (manganese, rame, zinco, molibdeno), un eccesso di fosforo e per finire condizioni climatiche sfavorevoli, per esempio temperature insolitamente alte o basse, che a casa sua non sono rare.

Quindi, per cortesia, per prima cosa sospenda subito le irrigazioni e mi tolga dalle radici quel sottovaso pieno d’acqua. Noi limoni amiamo innaffiature abbastanza regolari, anche tutti i giorni nei periodi più caldi, ma solo se il terreno è asciutto: possiamo sopportare brevi periodi di siccità, mentre detestiamo i ristagni idrici. In autunno e in primavera, perciò, quando mi colloca in giardino dove prendo acqua quasi ogni santo giorno, può anche dimenticarsi di darmi da bere.

In ogni caso, eviti sempre l’acqua calcarea del rubinetto: usi piuttosto quella piovana (lei che ha il giardino, può raccoglierla in una botte) o quella demineralizzata per ferri da stiro.

In secondo luogo, per curare la mia anemia, mi dia subito da mangiare del ferro, prima che la clorosi mi lasci senza foglie. Si tolga però dalla testa qualche improbabile rimedio casalingo per rinverdire le piante, come l’inserimento di lamine o pezzettini di ferro all’interno del mio terriccio. Sarebbe inutile, perché posso assimilare il ferro solo in forma solubile.

L’unica cura davvero efficace consiste in una bella concimazione mirata: si procuri un fertilizzante a base di chelati ferrici, più adatto ai terreni calcarei rispetto ai concimi a base di sali di ferro, che in queste condizioni sono meno solubili.

Una volta finita la terapia intensiva, può attenersi a qualche utile consiglio per evitare che la clorosi si ripresenti in futuro. Mantenga il terreno del vaso ben arieggiato, drenato e ricco di sostanza organica, rimuovendone ogni primavera una parte e sostituendolo con una miscela a base di torba bionda, pomice e humus (se preferisce, esistono in commercio ottimi terrici dedicati agli agrumi con queste caratteristiche, e già concimati).

Per arricchirlo di sostanza organica, può anche aggiungere a primavera un mix di lupini sminuzzati (che si degradano lentamente fornendo amminoacidi utili), terriccio di foglie, letame di cavallo maturo e cornunghia tritata, dopo aver asportato i primi due o tre centimetri del vecchio terriccio. Nei mesi successivi, fino all’autunno, solo in caso di eventuali carenze nutritive potrà intervenire con concimi chimici specifici, da diluire nell’acqua ogni due settimane.

Badi bene, ho detto specifici, cioè per agrumi. Non faccia come tanti coltivatori dilettanti, che pasticciano con ammoniaca diluita, fondi di caffè e perfino pipì. E non pensi che i concimi siano tutti uguali: ognuno ha la sua composizione di macro e microelementi ed è studiato per soddisfare le esigenze di un particolare tipo di pianta.

I principali macroelementi, sempre presenti, sono tre: azoto (N), fosforo (P), e potassio (K) (le iniziali sono quelle dei nomi latini Natrium, Phosphorus e Kalium). I tre numeri a fianco della sigla NPK indicano il titolo (cioè la quantità) dei tre elementi presenti nel concime. Quelli adatti per agrumi di solito hanno un titolo 10-5-10, che significa tanto azoto e potassio (entrambi 10 parti su 100) e poco fosforo (5 parti su 100). Nei diversi concimi, si trovano differenti combinazioni e concentrazioni, per esempio 20-20-20, 10-10-10, 12-8-11 o 4-2-4 (di solito, più bassi sono i numeri, minore è la qualità).

Un buon fertilizzante, poi, oltre a questi tre elementi contiene anche molti altri macro e microelementi espressi in percentuale come ferro, manganese o boro, che vengono indicati di seguito in questo modo: NPK 10-5-10+Fe+Mn+B. Mi raccomando, se lo compra per me, si accerti che la confezione riporti sempre il ferro!

In caso non si senta troppo ferrata nei calcoli per preparare le giuste diluizioni, un’alternativa più semplice è spargere sulla superficie del vaso un paio di cucchiai di concime granulare per agrumi, che contiene ferro chelato a lenta cessione ed è privo di fosforo.

E già che c’è, faccia qualcosa anche per le sue povere ortensie, che in quanto a pallore mortale, mi fanno concorrenza. Ha indovinato, anche loro soffrono di clorosi ferrica. Per forza! Le ha piantate in quel duro terreno argilloso e calcareo che si ritrova in giardino, loro che sono piante acidofile per eccellenza.

Ecco cosa deve fare: scavare una bella buca da impianto, riempirla di terriccio specifico per piante acidofile, piantarci le sue ortensie e concimarle regolarmente con fertilizzanti adatti.

Se tutto questo le sembra troppo pretenzioso, le ricordo che ogni giorno sfama con amore i suoi cani e i suoi gatti con bocconcini prelibati, senza mai lamentarsi. Loro, tra l’altro, non profumano certo come me, e al posto di limoni succosi, le fanno ben altri regali…

Con affetto,

il suo Limone

Eugenio Melotti*

*Biologo, è redattore e giornalista scientifico freelance. Naturalista per vocazione, scappa appena può dalla città per dedicarsi alla fotografia e ai viaggi naturalistici

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