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Matteo Sametti: da Lusaka a Londra su una bici di bambù

novembre 22, 2013 Rubriche, Very Important Planet

8.371 km dal cuore dell’Africa Nera alle Paralimpiadi di Londra. Matteo Sametti, direttore e fondatore di Sport2build, ha raccontato la sua avventura in un libro dal titolo “La bicicletta di bambù” edito da Ediciclo. L’idea del viaggio nasce dopo che Nkomeshya Mukamambo II, “chieftness” di una tribù zambiana che amministra una regione grande come la Lombardia, si rivolge a Matteo Sametti, e a Sport2build, per trovare i finanziamenti per costruire una scuola per uno dei suoi villaggi sperduti. Matteo decise che quella era l’occasione che aspettava da anni: un viaggio in bicicletta attraverso l’Africa per far conoscere il progetto e per raccogliere fondi per finanziarlo. Con un mezzo speciale: una due ruote costruita in bambù. Una simile è presente in questi giorni alla Conferenza sul Clima di Varsavia, dove le Nazioni Unite ne hanno sottolineato gli aspetti positivi: la sua produzione genera meno emissioni, utilizza meno energia e non ha bisogno di sostanze chimiche pericolose.

D) Sport2build opera principalmente in Zambia. L’organizzazione, come si legge nella presentazione, «lavora per migliorare e rafforzare i giovani e i bambini meno privilegiati usando lo sport come strumento di cambiamento di comportamenti e società». In base alla sua esperienza, lo sport stimola anche il rispetto verso la natura e l’ambiente che ci circonda?

R) Lo sport ha dei valori intrinsechi e di conseguenza un buon sportivo dovrebbe avere un occhio di riguardo nei confronti dell’ambiente. Nella nostra attività cerchiamo di trasmettere il rispetto nei confronti dell’ambiente. Faccio un esempio pratico: quando organizziamo le corse campestri arriviamo ad avere più di 300 bambini. Un numero consistente. Alla fine della corsa facciamo un momento di ristoro. Una volta terminato il pasto, gli allenatori fanno raccogliere tutte le bottiglie e le stoviglie di plastiche che sono state utilizzate.

D) In molti Paesi dell’Africa i rifiuti costituiscono un problema ambientale…

R) La gestione dei rifiuti in Zambia, ma anche in altri Stati, non è regolata. Non c’è un servizio di raccolta da parte delle autorità pubbliche. In qualche caso si realizzano buche per il compost, ma il resto dei rifiuti finisce in discarica in modo indifferenziato. Ci sono discariche che vengono periodicamente azzerate da “grandi fuochi”. La maniera più comune per disfarsi dei rifiuti è infatti quella di bruciarli.

Sui rifiuti mi viene in mente un aneddoto: stavo guardando una partita di calcio in televisione insieme ad alcuni amici zambiani.  Durante l’intervallo cambiai canale per vedere il telegiornale su Rai International. In quell’occasione andò in onda un servizio sui cumuli di rifiuti a Napoli. Loro mi chiesero: “Ma cos’è tutta questa roba?”.  Io risposi: “Non riescono a smaltire i rifiuti e li porteranno in altri Paesi europei”. Un ragazzo rispose: “Dovrebbero mandarli qui da noi che sapremmo cosa farne”.

D) In Zambia la bici è un mezzo di trasporto diffuso tra la popolazione?

R) In Zambia è mezzo di trasporto molto diffuso, che viene caricato all’inverosimile: ho visto biciclette che trasportavano persino divani o materassi. In base alla mia esperienza di viaggio, inoltre, la bici è molto diffusa anche in Malawi e Tanzania (Paesi dov’è utilizzata anche come taxi). Un po’ meno in Kenya e poco in Etiopia e Sudan. Qualcuna di più se ne vede in Egitto.

D) La sua bici di bambù è un “pezzo unico” oppure viene prodotta e commercializzata?

R) La mia bicicletta è un “pezzo unico” perché è stata concepita per il viaggio (compresi gli accessori). Tuttavia le bici in bambù vengono prodotte in Zambia. Si tratta di prodotto tipico zambiano che, tuttavia, viene esportato. Infatti non viene venduta molto in Zambia perché ha un prezzo non accessabile a tutti (400 dollari). Viene venduta molto all’estero, in particolare in Giappone, Nord Europa, Germania e Svizzera.

In una tappa del mio viaggio, ricordo che alcune signore zambiane mi chiesero la provenienza di questa bici. Quando dissi a loro che la bici era stata fatta in Zambia, non mi credettero: pensavano che arrivasse dall’Europa. Putroppo, capita che gli zambiani non siano consapevoli delle loro potenzialità.

D) Quali sono le differenze che ha incontrato nel suo viaggio da ciclista, pedalando prima in Africa e poi in Europa?

R) In Africa c’è sempre tantissima gente in strada. Ho infatti avuto un “pubblico” costante lungo il percorso: si creava un tifo spontaneo molto caloroso.  E se ti capita di avere un incidente meccanico, l’Africa è il posto migliore: trovi sempre qualcuno che ti dà una mano e ti aiuta. In Europa, invece, ti senti più isolato e qualche volta mi è capitato che la gente non abbassasse il finestrino quando chiedevo informazioni al semaforo.

D) E il traffico?
Ne ho trovato poco nei primi 7.000 chilometri. Tuttavia entrando al Cairo, dopo tanti chilometri senza aver incrociato molti mezzi, devo dire che ho provato una sensazione “bellissima”. Il caos, il traffico, mi sembrava di stare a Milano…

Giuseppe Iasparra

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