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Nel taccuino di Lepre, la maestosa foresta del Cansiglio

maggio 27, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Nome di battaglia: Lepre. Perfetto per un giovane partigiano che corre come il vento, di­ven­ta una tragica ironia quando una ferita di guerra lo costringe ad arrancare per sempre, azzoppato nel passo e nella vita. Tanti anni dopo, il vecchio Lepre conduce un’esistenza grama, alleviata solo dalle letture scientifiche e dai ricordi di un tempo migliore. La Re­si­sten­za e l’amico geologo conosciuto sulle mon­tagne, il dolore per la menomazione, un lavoro che gli ha ridato dignità e la scrittura di un quadernetto scientifico: la trama di una vita nel nord-est italiano tra il 1944 e il 2005 si snoda in parallelo con le calamità naturali che si sono accanite sulla regione dal dopoguerra in poi, dall’alluvione del Polesine a quella di Firenze del ’66, dal Vajont al terremoto del Friuli, fino alla frana di Stava di Tesero. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo oggi un estratto del libro “Il taccuino di Lepre” dello scrittore e giornalista Francesco Paloschi, da poco pubblicato da edizioni Dedalo. Il volume racconta il personaggio di Lepre tra passato e presente: il vecchio partigiano infatti custodisce un segreto, un taccuino che è pegno di amicizia e che riapre le porte alla speranza. Un racconto intimo e appassionato che unisce la riflessione sulle catastrofi all’amore per l’ambiente, sensibilizzando il lettore sulla fragilità dell’equilibrio idrogeologico del nostro Paese e denunciando l’incuria criminale responsabile di tante tragedie. Qui sotto pubblichiamo la prima parte del secondo capitolo, in cui l’autore descrive con maestria e sensibilità lo scenario in cui si svolgono le avventure di Lepre: l’altopiano prealpino del Cansiglio, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.

Il dispaccio era ripiegato nella tasca posteriore dei pantaloni, lo sentiva adeguarsi alla curvatura del gluteo. Aveva natiche esplosive e prominenti come quelle di Jesse Owens sulla pista di Berlino, quelle favolose natiche nere passate per prime al traguardo sotto lo sguardo impietrito di Hitler. A guerra finita sarebbe tornato in pista a misurarsi. Magari dopo qualche pasto normale. Tutte quelle buche gli avevano certamente rinforzato le caviglie, e le salite avevano potenziato le spinte. Non vedeva l’ora di farsi cronometrare. Alla luce dei progressi ottenuti, magari si sarebbe potuto trasferire a Milano, nella squadra di Orazio Mariani. Si sarebbe unito alla leggenda. Intanto macinava chilometri su e giù per l’altopiano del Cansiglio, facendo la staffetta dal comando ubicato sulla piana alle brigate distribuite nei boschi. Quella lettera nella tasca gliel’aveva consegnata il Pagnoca in persona. Era il nome di battaglia del comandante Giobatta Bittio, una faccia che pareva una lama, la punta della barbetta acuta come l’apice del cappello. Gli aveva allungato la busta accarezzando il binocolo che portava sempre al collo. Vedeva lontano, il comandante, vedeva ilfuturo del paese. «Fai presto, ragazzo. Alla Cairoli». (…)

La strada carreggiabile si sarebbe presentata meno sconnessa sotto le falcate, il fondo sterrato sarebbe stato più simile alla terra rossa della pista. Eppure Lepre preferiva i prati, tagliare diretto verso il bosco. Correre su un terreno naturale, sotto lo sguardo altero degli abeti, e più su tra i faggi slanciati come colonne: questo solo lo faceva sentire l’animale imprendibile che era, macchina pulsante di muscoli e nervi, alito libero sopra la fanghiglia sozza di sangue della guerra.

Attraversata la grande piana del Cansiglio, raggiungeva il bosco e affrontava la salita, dove era costretto ad accorciare il passo e a misurare le forze. Se sulla pista dell’Arcella, a Padova, l’allenatore aveva un difetto da rimproverargli, era che partiva a ritmo troppo sostenuto. Quella spavalderia la pagava sempre nel finale di gara. Raggiungere la Cairoli non era uno scherzo, il comando della brigata stava appostato nel bosco oltre una rampa micidiale e, se non avesse dosato le energie fin dall’inizio, il responso di un immaginario cronometro sarebbe stato penoso. Sentiva il dovere di contenersi e di ragionare sul ritmo, per consegnare alla patria un nuovo dispaccio da primato. Così saliva, a ritmo costante, sospinto da un’energia e da una giovinezza inesauribili, zampettando leggero sulle punte con una tecnica di corsa appresa lassù in montagna. Di tanto in tanto espelleva l’aria con forza, due o tre sbuffi da cavallo, imponendosi di restare decontratto edi non sprecare energie in deviazioni inutili. La corsa doveva essere bella, gli avevano insegnato, ma più ancora era convinto che fosse bello correre.

All’arrivo riceveva un pezzo di formaggio e un sorso d’acqua fresca. Se ne stava seduto nei paraggi del comando di brigata con la schiena appoggiata a un albero, sudato e fiero come uno stallone. Finché non ripartiva, per tornare al piccolo trotto nel fondovalle.
Nella luce tenue del crepuscolo la foresta vibrava di cinguettii e di schiocchi, mentre le prime stelle punteggiavano a oriente il velo incontaminato del cielo. La natura si riappropriava della montagna profanata dalle vampate e dai clamori della guerriglia. La piana del Cansiglio respirava la quiete della sera, come una gigantesca bocca che s’aprisse sulla superficie della Terra quando andava dileguandosi l’odore della morte. Lepre sedeva tra gli abeti sul limitare del bosco, presso una postazione nascosta dove una pattuglia di tre uomini teneva un mitragliatore puntato giorno enotte sulla spianata. Fornivano copertura ai due comandi collocati al centro della vallata: il comando della Divisione Nannetti, alloggiato nella Casa Forestale e punto di riferimento supremo delle forze partigiane distribuite sulle montagne bellunesi, e il comando ad esso subordinato delGruppo Brigate Vittorio Veneto. Quest’ultimo occupava il vicino albergo San Marco assieme alle scorte di viveri ed armi, e a un piccolo ospedale con cinquanta posti letto.

Aguzzando la vista nella penombra, Lepre osservava le pagine di un taccuino denso di appunti e di schizzi naturalistici. Seduto al suo fianco, il partigiano Roccia, autore degli scritti, si spendeva in meticolose spiegazioni. Qualcosa Lepre capiva e da qualcos’altro, con passività, si lasciava piacevolmente attraversare. Il fascino di quelle piccole lezioni serali tra i boschi, e l’amicizia nata spontaneamente con il geologo padovano, gli rendevano più lieve la lontananza da casa. Mentrela voce grave del compagno chiosava le immagini sul foglio, poco oltre la canna del mitragliatore due combattenti muniti di chitarra intonavano in sordina delle canzoni popolari.

«La conca del Cansiglio è una depressione carsica, un “polje”, secondo la terminologia degli studiosi iugoslavi. L’acqua modella il territorio creando nel tempo cavità diffuse e penetrando incessantemente nel sottosuolo». Ascoltandolo con gli occhi posati sul taccuino, sui disegni raffinati e sulla scrittura fitta e spigolosa, Lepre si figurava il compagno sbucato lì per caso da qualche romanzo di Jules Verne. Aveva la stessa barbetta austera, la stessa scientificità incorruttibileche appartenevano agli eroi delle spedizioni al centro della Terra, o dei favolosi viaggi attraverso lo spazio siderale.«Le rocce grigiastre che vedi affiorare in giro per l’altopiano sono calcari, che si sono formati per accumulo di resti animali e vegetali su un antico fondale marino. Dopo l’emersione degli strati rocciosi, la zona è stata esposta all’azione degli agenti atmosferici. Qui come più ad est, verso la Venezia Giulia, verso il Carso, il calcare subisce l’azione corrosiva dell’acqua e del freddo. Hai mai notato, Lepre, come queste pietre sono piene di asperità e di buchi?». Come fosse il dorso di un mulo, Roccia batté la mano sul blocco di pietra scabrosa sul quale stava a cavalcioni. «L’anidride carbonica che arricchisce chimicamente l’acqua piovana la rende acida, cosicché rocce e terreno si sciolgono e lentamente si modellano. Si formano buche ampie decine di metri», disse indicando degli schizzi di doline sulla pagina, «oppure quelle cavità a imbuto in agguato come trappole nel bosco. Si inabissano per centinaia di metri, inghiottendo pioggia, neve, animali incauti, e nell’oscurità anche qualche povero partigiano».

Francesco Paloschi*

*Laureato in Scienze naturali. È stato corrispondente per il quotidiano «La nuova Venezia» e scrive racconti comparsi in numerose antologie. Nel 2012 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Fondamenta della Misericordia.

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