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Nella bocca della montagna: Orlando sul monte Tre Denti

maggio 20, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Ogni tanto la montagna – sempre distante dalle umane piccolezze – si diverte ad assomigliarci e imita i contorni nascosti che abitano le nostre bocche:  le forme dei denti. Da qui tutto un repertorio di nomi suggestivi: denti della Vecchia, denti del Gigante, Tre Denti, e chissà quanti altri ancora potrebbero comporre la mappa di questa bizzarra odontoiatrìa montana.

In quelle zone della provincia del Piemonte tra Torino e Pinerolo dove  ancora si possono percepire i ritmi di una vita secondo lentezza, al confine tra i comuni di Cumiana e Cantalupa, non passa inosservato fra i rilievi delle  Alpi del Monginevro il Tre Denti, il monte emblematico che rapisce gli occhi e gli spiriti, seppur coi suoi modesti  1.360 metri e rotti. Questione di dentatura: dalla piazza del mercato di Cumiana si vedono distintamente i tre dentini che costituiscono le cime venerabili del monticciolo.

Il Monte Tre Denti regala al viandante un lungo respiro, immerso com’è nel Parco Naturale del Monte Tre Denti e del Freidour (1445 m), e un’ascensione alla vetta (anzi alle vette) facile e incantevole, tra il volo dei falchi pellegrini e una vegetazione sottostante esplosiva, vicina a quella di certi paesaggi andini.

Dal paese di Cumiana, si attraversano borgate , scandite da chiese e vigne, croci e madonne, fino all’ultima borgata, detta Bastianoni, già a ottocentotrenta metri sul livello del mare.
La borgata è una casa di pietra sbrecciata, dalle finestre come occhi sul passato e un tetto di lose.

Accade ogni tanto in montagna di trovarsi più o meno simbolicamente davanti a un limite, uno spartiacque, una porta d’accesso a un altro mondo, un altro ritmo, un altro ruolo per i passi invadenti dell’uomo.  In questo caso, quella porta – neanche più inchiodata ai suoi cardini – è qui, a borgata Bastianoni.

Un’indicazione nascosta suggerisce la via maestra verso il Tre Denti.
Prima di ramificarsi in trivio, il  sentiero conduce all’interno del Parco Naturale di interesse provinciale del Monte Tre Denti e del Freidour, una delle aree naturali protette della Regione Piemonte, estesa per più di ottocento ettari di territorio, a un dislivello compreso tra i 500 metri delle zone più basse e i 1445 m del monte Feidour.

Il Parco Naturale custodisce una vegetazione arborea rigogliosa.
Oltre al consueto castagno, il faggio che storicamente ha rappresentato insieme con il frassino il legno principe per la tradizione del trasporto di legname.
E poi querce, betulle, e anche pino silvestre e robinie.
Il bosco è fitto ma non mancano specie anche rare di vegetazione erbacea, come il Giglio di San Giovanni, robusto e aranciato,  il giglio martagone, le campanule e il fior di stecco, più diffuso perché cresce su arbusti di forma cespugliosa che riescono a formarsi anche nelle zone coperte del bosco.
Da quei cespugli e dalle fronde degli alberi arrivano i più svariati fruscii e trilli, strida e scalpiccii: il mondo animale fa il suo corso, parallelo a quello degli escursionisti.
Il parco è frequentato nelle parti più boscose da cinghiali, gufi, picchi rossi, caprioli e camosci.

Ma la presenza animale più vivida viene segnalata da un cartello appeso alla palizzata d’ingresso del Parco Naturale: “Sono state smarrite tre mucche dalle parti del Freidour. Una grigia, una marrone e una terza pezzata rossa.”
Una volta a teatro vidi uno spettacolo bellissimo che si chiamava Mucche Ballerine. Protagoniste tre mucche, che riuscivano a testimoniare dal loro punto di vista la lotta di resistenza all’occupazione nazista.
E adesso queste povere mucchette smarrite. Spero che si siano almeno messe d’accordo come quelle là.

Dal sentiero David Bertrand (007), si segue il sentiero 005 (Monte Tre Denti) fino alla fonte del Pieu,sorgente
del Chisòla.
La pendenza non molla mai o quasi, ma il passo è accompagnato dal riparo e dal fresco del bosco.
Dopo la fontana,  il sentiero che devia a sinistra arriva dritto al Tre Denti; quello che continua dritto va in direzione Freidour.
Il tratto di mezza costa fino alle cime è fresco, incantatorio, sicuro.

Fuori del bosco spiccano i Tre Denti, che dalla radice del monte si staccano come piccoli parallelepipedi verso il cielo. Gli ultimi metri di dislivello sono assistiti da corde e scalini ferrati.
Ecco il Dente Occidentale (1365 metri), il più alto dei tre: regge sulla propria cuspide la Madonnina, una piccola statua di ferro assicurata ad un traliccio di sostegno.
Il Dente Occidentale fronteggia il Dente Orientale, cui si giunge passando per un piccolo rilievo intermedio: lo Sperone Dimenticato.

Le due alture si guardano, si osservano e specchiano le testimonianze coraggiose della Devozione: sul Dente
Orientale (1342 metri) si aggrappa miracolosamente la piccola cappelletta della Madonna della Neve.
All’interno della cappella, centinaia e centinaia di testimonianze. Talvolta pensieri di Fede, altre volte piccole vicende che hanno caratterizzata la scalata al monte di questi o di quelli. Tutti raccolti intorno ai segni tra più strabilianti del credere umano: quelli che sfidano le altezze delle montagne.

Però qualcosa non torna: c’è un dente occidentale e uno orientale. E in mezzo uno sperone dimenticato. Ma dov’è finito il terzo dente? Ah, eccolo là, più a Nord. Senza segni, cimeli, o monumenti del sentimento umano. Praticamente un dente devitalizzato.
A sei metri da me, si posa sul tetto della cappelletta il falco pellegrino, a silenziare ogni pensiero.
Il tempo di accorgermi di essere completamente senza fiato e il falcone è già ripartito lungo le piste del cielo.

Orlando Manfredi

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