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No Limits. Montagna e natura secondo Manolo

agosto 27, 2010 Rubriche, Very Important Planet

Manolo su una parete a Feltre, Courtesy of Montagna.orgPer molti Maurizio Zanolla, in arte Manolo - l’uomo senza limiti verticali, in grado di scalare pareti del 10° grado con la sola forza dei piedi e delle mani – è un mito. Ma ciò che veramente conta è che Manolo è un puro. Parlare con lui, al termine della solita estate italiana, tutta gossip e pettegolezzi politici, ha l’effetto salutare di una boccata d’aria fresca dopo una giornata in mezzo al traffico. Umiltà, concretezza, volontà. Doti umane sempre più rare, che vengono troppo spesso associate a personaggi “d’altri tempi”, quasi fossero monumenti da ammirare invece che valori da incarnare, necessari per produrre quel cambiamento che tutti auspichiamo, ma al quale facciamo fatica a contribuire.

Maurizio, di rientro dal Gressoney Walser Festival, dove ha incantanto la platea con la sua grandiosa genuinità, ha accettato di parlare con noi dei suoi inizi, del rapporto con la natura e dei problemi, sempre più urgenti, dell’ambiente.

D) Come è nata la passione per l’arrampicata libera? E’stata una scelta sportiva o la ricerca di un legame più diretto con la natura?

R) Quando ho cominciato a scalare, a 17 anni, non avevo nessuna idea di cosa fosse l’arrampicata. Nella mia famiglia non ho vissuto un ambiente alpinistico, anzi, la montagna era vista – com’è normale che sia pensando razionalmente – come qualcosa pieno di pericoli, da cui stare alla larga. Non conoscevo nemmeno i nomi delle montagne, non me ne parlavano proprio, come quasi sempre avviene nelle famiglie italiane, dove non c’è questo tipo di educazione, ma un maggiore orientamento verso il mare. Io mi sono avvicinato alla montagna, da adolescente, per cercare l’evasione. Non riuscivo a trovare degli argomenti convincenti nel bar, nella piazza, ma nemmeno nell’attività sportiva agonistica. Non sarei mai riuscito a fare semplicemente l’atleta chiuso in una palestra a scalare sulla plastica, ho bisogno del contatto con l’ambiente, che per me è fondamentale.

D) E’stata dunque un’attrazione fatale verso la montagna e i suoi spazi…

R) Sì, soprattutto quello. Non sono andato in montagna perché scalavo, ma ho sentito innanzitutto la necessità di andare in quei luoghi perché mi attraevano e mi facevano sognare pensando cosa avrei trovato lassù. Ho iniziato a scalare quasi per scherzo, nelle montagne vicine a casa, a Feltre, chiamate I Monti del Sole, che dal punto di vista alpinistico non avevano certo la fama delle Pale o della Marmolada, ma erano molto selvatiche: in due anni di frequentazione non ho mai incontrato nessun altro! Erano posti dove i sentieri erano pochi e mal segnati e non c’erano rifugi. E’stata una buona scuola per capire molte cose della montagna… Prima di tutto che in quei luoghi c’era una regola e andava rispettata: comanda la natura. C’era poco da essere arroganti, bisognava imparare in fretta dagli errori e non bisognava fare il passo più lungo della gamba. Per fortuna ho avuto l’intelligenza…no, non userei questo termine; la prudenza di far tesoro di questi insegnamenti. E’stato comunque tutto molto semplice: vivevo vicino alle montagne e mi sono appassionato a quell’ambiente, ecco. Se fossi nato vicino al mare forse avrei esplorato il mare. Mi sarei potuto appassionare a qualsiasi ambiente naturale, il deserto, ma anche la campagna, perché no?

D) Da un lato quindi un rapporto strettissimo, primordiale e reverenziale verso la natura, dall’altro la voglia di superarne continuamente i limiti. Come si conciliano queste due tensioni?

R) Come dicevo, quando ho iniziato a scalare non avevo alcun rudimento di cultura alpinistica. La mia fortuna è stata quella di vivere per un certo periodo in una sorta di “bolla”, isolato dagli altri. Mi sono quindi inventato un modo mio di “sconvolgere” le regole. Mi sono semplicemente chiesto se era veramente sensato che l’uomo si ponesse dei limiti nella scalata. All’epoca le difficoltà erano racchiuse in sei gradi: in sei gradi doveva starci tutta la possibilità dell’uomo di migliorare. La mia condizione adolescenziale ha fatto sì che io non accettassi questo limite. Ho iniziato quindi a togliermi gli scarponi, che trovavo inutili e non idonei a progredire, e ho cominciato a scalare con un paio di blue jeans e le scarpe da ginnastica. Nel giro di un anno ho compresso notevolmente le difficoltà e ho abbandonato i chiodi, cercando di avere un rapporto eticamente più corretto verso la montagna. Non era tanto importante per me arrivare in cima, ma la qualità, il modo, in cui scalavo. Questo ha innescato una scintilla che mi ha portato all’arrampicata libera e a qualcosa che non è più solo alpinismo, ma molte altre cose insieme…

D) Lei ha arrampicato anche su grattacieli, ma mi risulta che in un’altra intervista le abbia definite pareti “più fredde, senza un’anima” rispetto alla montagna. Condivide ancora questo giudizio?

R) No, forse mi sono espresso male o forse ho rivolto questa definizione ad altri edifici. Quando ho accettato di scalare dei monumenti per una trasmissione televisiva non l’ho fatto come impresa fine a sé stessa, ma per far conoscere meglio l’arrampicata (che all’epoca non era ancora così diffusa) attraverso quei monumenti e viceversa. Non ho arrampicato, in quel caso, su strutture “fredde”, ma su storia e cultura della nostra Italia, qualche volta su mattoni vecchi di mille anni, che hanno “un’anima”e fanno parte di un paesaggio che l’uomo ha inserito, in qualche modo, in armonia con l’ambiente. E’la costruzione moderna ad essere spesso “fredda”, un inutile riempimento di spazio. Sembra quasi che l’uomo non riesca più ad apprezzare il vuoto della natura e dell’ambiente. Ogni tanto si rimpiangono le costruzioni del passato perché erano molto più “quiete”, più integrate nel paesaggio.

D) Quale pensa che sia oggi il più urgente problema ambientale?

R) Credo l’acqua. L’acqua è vita e le montagne sono la fonte di questa indispensabile risorsa. Purtroppo, viste le condizioni attuali dell’ambiente, diventerà un problema sempre più grave e una risorsa sempre più preziosa.  Non sono all’altezza di valutare le politiche dei governi, ma vedo com’è cambiata la montagna, rispetto a quando ho cominciato a frequentarla: la mia è una semplice testimonianza di chi ha visto le cose cambiare con i suoi occhi. E’cambiato qualcosa anche nel cielo: oggi vedo più scie di aerei che nuvole…

D) Il turismo di massa ha, secondo lei, rovinato la montagna?

R) Il turismo di massa si ferma sotto la montagna. La montagna vera e propria, quella impervia, difficile non ne ha risentito molto. Anzi, mi sembra di vedere sempre meno gente avventurarsi sulle cime. Pensavo proprio l’altro giorno: quando ero giovane e andavo nei rifugi erano pieni di alpinisti. Oggi i rifugi sono pieni di escursionisti… Questa, di per sé, non è una cosa grave, ma è una trasformazione. Del resto non si può pretendere che tutti scalino, sono già abbastanza folli gli alpinisti che vanno in quei luoghi senza apparente giustificazione. E’qualcosa di difficile da spiegare. Come dice un mio amico: l’alpinismo, per il rischio di morte a cui sottopone l’uomo, non è forse solo immorale, ma potrebbe addirittura essere qualcosa di illegale…

D) C’è anche un alpinismo immorale dal punto di vista ambientale, quello delle grandi spedizioni himalayane che lasciano sul campo quintali di rifiuti. Pensa che siano casi isolati o che il problema, denunciato già da tempo, esista?

R) Non conosco così bene la situazione himalayana perché non frequento l’ambiente da tempo e preferisco parlare di quello che vedo con i miei occhi, ma sicuramente il problema dei rifiuti c’è ed è grave. E’ già qualcosa che ve ne sia consapevolezza ma, a mio avviso, la coscienza dei problemi ambientali è arrivata un po’tardi – ed è un po’poca! Nelle questioni ecologiche in genere, se devo essere sincero, mi sembra che siamo ancora ad un cambiamento “di facciata”, anche se si spera che da piccoli gesti poi ne seguano altri.

D) Lei è abituato a non fermarsi ai limiti. Ha qualche consiglio – anche solo di metodo e forma mentale – per una classe politica che sembra incapace di pensare un futuro differente e che, nei fatti, si arrende troppo spesso in partenza alle sfide poste dalla green economy?

R) Sarei molto contento se avessi una risposta concreta a questi problemi. Ovviamente dobbiamo rinunciare a qualcosa per poter cambiare e ci vuole una distribuzione più equa di quello che consumiamo. Questo dipende sicuramente anche da noi e non solo dai politici – nei quali francamente non ho molta fiducia, perché vedo poca passione e perché si comportano troppo politicamente – ma senza un intervento serio “dall’alto” non si va da nessuna parte. Se non facciamo un passo indietro non ne potremo fare uno in avanti, questo ormai è inevitabile. Non sono particolarmente ottimista da quello che vedo, ma non posso abbandonare le speranze, non posso farlo anche per i miei figli.

Andrea Gandiglio

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