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Novamont: biopolimeri, Mater-bi e tanta ricerca

luglio 27, 2011 Campioni d'Italia, Rubriche

Una plastica che si comporta come una buccia di mela e si può buttare nel compost con gli scarti alimentari. Molti ne hanno sentito parlare solo di recente, associandola al bando dei sacchetti di plastica non biodegradabili, ma la storia del Mater-Bi, la bioplastica prodotta utilizzando amido vegetale, inizia molto prima della legge sugli shopper e non si ferma alle buste per la spesa.

Tutto è cominciato addirittura alla fine degli anni Ottanta, con il brevetto depositato da Catia Bastioli, scienziata e attuale amministratore delegato di Novamont. L’azienda, che oggi produce 150.000 tonnellate di Mater-Bi, è un’eccellenza italiana nel campo delle plastiche di ultima generazione. Dalla sua nascita, nel 1990, la ricerca ne ha fatta di strada, e nel frattempo sono nate le stoviglie, gli imballaggi per la frutta, i pannolini e gli pneumatici realizzati con biopolimeri. Oggi l’azienda fornisce la materia prima per i manufatti biodegradabili e compostabili a 25 partner e ha all’attivo collaborazioni con università e joint venture con gruppi come Eni.

Qual è il segreto di questo successo? «E’ importante focalizzarsi sugli obiettivi ed essere pronti a cambiare modello di business, recependo le difficoltà come sfide», risponde il direttore commerciale Alessandro Ferlito. Ma al di là di concretezza e flessibilità, a favore di Novamont sta giocando un vero e proprio cambio culturale, che la stessa azienda ha contribuito a determinare: «Si sta passando da un modello di sviluppo dissipativo, senza curarsi del fine vita dei prodotti, a un’economia conservativa, che ha a cuore anche la tutela dell’ambiente».

Vero core business dell’azienda novarese, che nel 2006 ha aperto anche uno stabilimento di bioraffineria a Terni,  è la ricerca: «Investiamo in ricerca e sviluppo il 10% del fatturato annuale. Il 30% dei 200 addetti lavora nella ricerca». Nel settore delle bioplastiche, «costantemente in espansione», fermarsi è vietato. Oggi, le strade per il futuro sembrano diverse: «Dal packaging alimentare, un settore ancora in buona parte inesplorato (inclusa la pellicola alimentare biodegradabile, che oggi è già realtà) a ricerche sugli imballaggi per le bevande. Si registrano anche sviluppi interessanti nel settore delle gomme, come quelle per pneumatici. In questo caso, le nanoparticelle di amido di mais garantiscono più leggerezza e minor resistenza al rotolamento: in questo modo, l’auto consuma meno e si limitano le emissioni di Co2». Nel tempo è cambiato anche il classico sacchetto biodegradabile, che in molte città italiane ha accompagnato l’avvio della raccolta dell’organico: nel 2005 è stato lanciato Pneo, un innovativo sacchetto con alte capacità traspiranti, che «permette di ridurre l’odore e il peso dei rifiuti favorendo l’evaporazione dell’acqua presente nella frazione putrescibile». E dopo il bando delle buste non biodegradabili, la diffusione della raccolta differenziata è uno dei punti che più sta a cuore all’azienda: «Dopo la legge sugli shopper, è importante far passare il messaggio che la riduzione dei rifiuti inizia a casa, e visto che i rifiuti organici rappresentano circa il 40% del totale, è importante puntare sulla raccolta dell’umido. In quest’ottica, le bioplastiche giocheranno un ruolo fondamentale», sottolinea Ferlito.

I biopolimeri potranno dunque supportare il cambiamento verso una maggiore sostenibilità ambientale, anche se, denuncia il manager di Novamont, «c’è una resistenza di certi sistemi al cambiamento». Ma, al contrario di quanto sostengono alcuni, rimane il fatto che le plastiche biodegradabili non potranno sostituire in tutti i campi quelle tradizionali: «In realtà, non c’è una plastica buona e una cattiva, c’è solo una cattiva gestione del fine vita di questo materiale», spiega Ferlito. «Le bioplastiche, possono essere prodotte con materie prime rinnovabili o sintetiche, ma sono tutte accomunate da biodegradabilità e compostabilità.  Risultano particolarmente adatte per produrre manufatti che tendono a sporcarsi, come gli imballaggi per il cibo, posate usa e getta o i pannolini, e che a causa di queste impurità creerebbero problemi alla raccolta differenziata. Al contrario, esistono diversi tipi di plastiche tradizionali perfettamente riciclabili e che hanno performance migliori. Insomma, non chiedeteci di produrre il paraurti di un’auto o la cover del telefonino con il Mater-bi!».

Veronica Ulivieri

 

 

 

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