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Odori, tannini e messaggi chimici: alla scoperta del linguaggio segreto degli alberi

settembre 6, 2016 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Cosa mangiano, quando dormono e parlano, come si riproducono, perché si ammalano e come guariscono gli alberi? La nostra rubrica “Racconti d’Ambiente” riparte oggi con un estratto dal capitolo “Il linguaggio degli alberi” del bestseller tedesco “La vita segreta degli alberi” (Edizioni Macro, pp. 272, € 18,60), nelle librerie italiane dal 1° settembre. L’autore, Peter Wohlleben, sarà presente venerdì 9 al SANA di Bologna, nello stand all’insegna del benessere di mente, corpo e spirito che Macro realizzerà per celebrare i 30 anni della casa editrice.

Secondo il dizionario, il linguaggio è la capacità propria dell’essere umano di comunicare. In quest’ottica, solo noi uomini siamo in grado di parlare, perché il concetto è limitato alla nostra specie. Eppure, non sarebbe interessante sapere se anche gli alberi sono in grado di esprimersi? Ma come? Non si può certo udirli, perché i loro toni sono  decisamente  sommessi.  Lo  scricchiolio  dei  rami  che  il  vento sfrega l’uno contro l’altro e il fruscio delle foglie sono rumori passivi su cui gli alberi non esercitano alcun influsso. Tuttavia si fanno notare in un altro modo: tramite le sostanze odorose. Odori come veicolo di comunicazione?

Un fenomeno che non è ignoto nemmeno tra gli umani, altrimenti perché usare deodoranti e profumi? E anche senza il loro impiego, il nostro odore corporeo arriva comunque alla mente conscia  e  subconscia  di  chi  ci  è  vicino.  Alcune  persone  hanno  un odore insopportabile, mentre altre ci attirano fortemente a livello olfattivo.

La scienza afferma che i feromoni contenuti nel sudore sono addirittura determinanti per la scelta del partner, cioè dell’individuo con il quale intendiamo generare discendenti. Noi tutti, perciò, disponiamo di un linguaggio olfattivo segreto, e almeno su questo possono contare anche gli alberi. Risale ormai a quarant’anni fa un’osservazione compiuta nella savana africana. Qui le giraffe brucano la chioma delle acacie a ombrello, che non apprezzano per nulla tale trattamento.

Per liberarsi dei grossi erbivori, nel giro di pochi minuti le acacie depositano sostanze tossiche nelle proprie foglie. Le giraffe lo sanno e si rivolgono agli alberi vicini.

Ma quanto vicini? Non molto, in realtà: i grossi quadrupedi passano davanti a svariati esemplari ignorandoli e riprendono il pasto non prima di aver percorso circa 100 m. Il motivo è sconcertante: l’acacia da loro brucata esala come avvertimento un gas (in questo caso l’etilene) che segnala agli alberi della stessa specie presenti nei paraggi il pericolo incombente.

Come risposta, anche tutti gli individui così preallertati inviano alle foglie sostanze tossiche per prepararsi all’incursione. Le giraffe conoscono il  trucco,  ed  è  per  questo  che  si  spostano  oltre  nella  savana,  dove trovano alberi ancora ignari della loro presenza. Oppure procedono controvento. I messaggi olfattivi, infatti, vengono trasportati dall’aria agli alberi vicini, e se gli animali camminano contro la direzione del vento, trovano presto acacie che non sospettano la loro presenza. Fenomeni simili avvengono anche nei nostri boschi: faggi, abeti e querce, tutti indifferentemente si accorgono con dolore se c’è chi rosicchia le loro foglie.

Quando un bruco ne addenta una voracemente, il tessuto tutt’intorno alla porzione danneggiata si trasforma. Inoltre, la foglia invia segnali elettrici esattamente come avviene nel corpo umano quando gli viene inflitta una ferita. Tuttavia, quest’impulso non si propaga nel giro di millisecondi come nel nostro organismo, ma alla velocità di un solo centimetro al minuto. Poi occorre ancora un’altra ora perché gli anticorpi si depositino nelle foglie così da rovinare il pasto ai parassiti: gli alberi sono lenti, e anche in caso di pericolo la velocità massima sembra essere questa. Ciononostante, le singole parti di un albero non funzionano in isolamento l’una dall’altra.

Se per esempio le radici incontrano un problema, quest’informazione si propaga in tutto l’albero e può far sì che le foglie rilascino sostanze odorose la cui composizione non è casuale, ma creata ad hoc per quello scopo specifico.

È un’altra caratteristica che nei giorni successivi li aiuta a respingere l’attacco perché riconoscono alcune specie di insetti come ospiti poco raccomandabili. La saliva di ogni specie è peculiare e può essere identificata. Ciò avviene con tale precisione da riuscire ad attirare con sostanze “esca” predatori che accorrono in aiuto degli alberi avventandosi voracemente sugli ospiti sgraditi.

Gli olmi o i pini, per esempio, si rivolgono a minuscole vespe. Questi insetti depongono le uova all’interno del corpo dei bruchi che si nutrono delle foglie. Le larve delle vespe vi si sviluppano alimentandosi del bruco che le ospita e divorandolo a brano a brano: una morte non esattamente auspicabile. In questo modo, comunque, gli alberi si liberano dei fastidiosi parassiti e possono continuare a crescere senza danno.

Il riconoscimento della saliva è inoltre una prova di un’altra capacità degli alberi: devono necessariamente essere dotati anche del senso del gusto.

Le  sostanze  odorose hanno  però  lo  svantaggio  di  essere  diluite rapidamente dal vento: a volte non riescono nemmeno a percorrere una distanza di 100 m. Si prestano tuttavia a uno scopo parallelo: mentre la diffusione del segnale all’interno dell’albero è molto lenta, per  via  aerea  avviene  più  rapidamente  e  copre  maggiori  distanze, riuscendo  così  a  raggiungere  e  preavvertire  parti  dell’albero  stesso distanti svariati metri.

Spesso, però, non occorre nemmeno che l’albero lanci lo speciale grido  di  allarme  necessario  a  respingere  un  particolare  insetto.  In linea di massima, il mondo animale registra i messaggi chimici degli alberi, e sa perciò che in un certo luogo avviene un’aggressione e che devono essere all’opera determinate specie predatrici. Chi ha appetito di tali piccoli organismi si sente attratto in modo irresistibile.

Ma gli alberi si sanno difendere anche da soli. Le querce, per esempio, inviano alla corteccia e alle foglie tannini amari e velenosi che uccidono gli insetti parassiti o cambiano il sapore delle foglie non meno di quanto accadrebbe a una saporita insalata che si trasformasse in amarissimo fiele. I salici, per difendersi, sintetizzano la salicina che  ha effetti simili. Non per noi umani, però: una tisana di corteccia di  salice allevia addirittura il mal di testa e la febbre ed è considerata un precursore dell’aspirina…

Peter Wohlleben

 

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