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Palermo, dalla “nuova scena” all’ascesa del promontorio più bello del mondo

novembre 19, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Proseguono, con cadenza mensile, le “divagazioni cantautoriali di mobilità elementare” di Orlando Manfredi, in arte Duemanosinistra, alla ricerca della densità di significato – umano e ambientale – delle città e dei luoghi che ci circondano, indagati rigorosamente a piedi. Questa volta si cammina all’altro capo dello stivale.

Fiorai aperti ventiquattr’ore su ventiquattro li vedi solo a Palermo. Perché non si sa mai: l’amore e la morte non hanno orari (uno spunto magnifico per un cantautore) Questo i palermitani lo sanno bene. Amore e morte sono gli estremi di un sentimento oscillante che la città scatena nei propri cittadini e nei visitatori assidui. Io faccio parte dei secondi e con questo posto ho un legame speciale. Eppure, tutte le volte me ne vado da qui con la sensazione di essere un pivello, al cospetto della città e dei suoi abitanti, così  “scafati”.

Seduti sui divani sotto i dehors arborei del Maloxil “peggiore pub di Palermo” come recita provocatoriamente il claim del locale in Piazzetta della Canna, pasteggio in compagnia di alcuni dei musicisti che animano quella che in Italia è stata definita la “nuova scena palermitana”. Pasteggiatori della nuova canzone globalitaliana sono Fabrizio Cammarata, Angelo Sicurella degli OmoSumo, Antonio Di Martino. Assenti Niccolò Carnesi e Colapesce (da Siracusa) e molti altri, naturalmente.

C’è un primo diradato chiacchiericcio: il garbo piemontese e il garbo siciliano, geograficamente agli antipodi, sono nella sostanza identici. Davanti ad un piatto di panelle o di crocchè, piemontesi e siciliani faranno di tutto per avanzare l’ultimo boccone a beneficio della tavolata. Poi dopo esortazioni, complimenti, convincimenti qualcuno si alzerà a dire: “vabbè, se dobbiamo fare tutti i palermitani, questo lo prendo io”,  garantendosi col salvacondotto universale, sempre.

Quelli della “scena palermitana” hanno sguardi svagati, trasognati, un po’ annoiati. Stanno attorno al tavolo con un fatalismo da Gattopardo. Ed io che mi aspettavo di trovare in loro energia pura, adrenalina e anche un po’ di orgoglio, per essere finalmente al centro dell’attenzione (in un mondo piccolissimo e in estinzione come quello della musica dal vivo, ma pur sempre al centro). Poi inizio a capire.

Molti di questi artisti hanno dato vita negli ultimi anni a sforzi consociativi a favore di un’arte per la cittadinanza, culminati nell’esperienza dell’Arsenale, Federazione Siciliana delle Arti e della Musica, lottando e organizzando a proprie spese eventi, occupando teatri (il Coppola di Catania e il Garibaldi di Palermo), facendo programmazione. Un modello virtuoso per tutti ma che certamente doveva esserlo in primo luogo per la Sicilia. Eppure tutto questo non ha generato altro che vuoto pneumatico nelle amministrazioni, che hanno tollerato le occupazioni dal punto di vista dell’ordine pubblico, ma che non hanno elaborato nessuna offerta o strategia culturale.

La nuova scena palermitana è una “Scena senza Teatro”. Va in giro per l’Italia e per l’Europa e torna alla base dopo i tour con passo da flanerìe , e ritrova amore e morte nell’aristocrazia decaduta dei corsi, nelle piazze diroccate, nella munnizza che rincorre i bordi dei vicoli, nei banchi dei mercati del Capo o di Ballarò, tra le fumate acri delle stigghiole (interiora di vitello) cucinate in ogni angolo della Vuccirìa, il quartiere simbolo della Palermo popolare dipinta da Guttuso, nuovo impèro dello sballo dove si vietano i concerti e si chiudono gli occhi sui rave parties a cielo aperto fino alle sei del mattino.

Il barman del Malox, Peppino, è un personaggio che non si può dimenticare. Si occupa dei cocktails ma non ha niente a che fare con free style e acrobazie assortite. Il gesto è sicuro ma posato. Astemio – così dicono –  e fiero sostenitore della rete Addio Pizzo, Consumo Critico, di cui il Malox fa parte, accompagna ogni gesto con una sobria indicazione, diretta proprio a te che gli hai chiesto un cocktail qualsiasi: “un’oncia di Pimm’s, mezza oncia di Gin, un’oncia e mezza di Tonic Water, ecc. E il Desert Water è pronto. Buona degustazione, bevi responsabilmente”. Ho visto quest’uomo, serafico, almanaccare ingredienti e dosaggio di qualsiasi cocktail a sballoni, fuori di testa, pulcini della notte prigionieri del touch screen. Dall’altra parte il nulla. Ma Peppino se ne frega. E se vede che hai una scintilla di curiosità, ti racconta la storia del Vermouth, o dell’estrazione della Tequila dall’agave azul, degli usi antichi del bere e aneddotiche assortite. Fuori c’è la fila per bere un drink ma lui procede, a “passo d’uomo”, a fare cocktails a regola d’arte, contro l’indistinto della movida, facendo incredibilmente Cultura.

Frutto di stratificazioni storico-culturali mozzafiato, Palermo è un fiore fin dalla fondazione punica – come ricorda il nome fenicio Zaz - passando per conquiste romane e vandale, bizantine e musulmane. Dalla coltivazione degli aranceti ad opera dei musulmani, Palermo diventa Conca d’Oro, gemma di palazzi racchiusa tra i Monti Siciliani e rilucente dei colori dorati degli agrumeti che la delimitano. E poi ancora Normanni, Svevi, Aragonesi e il Regno degli Asburgo di Spagna. La Palermo borbona e la Palermo garibaldina.
Il groviglio complicato di civiltà, di religioni, di stili e di senso del bello è tutto violentemente manifesto in ogni anfratto del suolo e del sottosuolo palermitano.

Le vie dei Tesori, Festival dei Luoghi e delle Idee, organizzato dall’Università di Palermo, inserito nella proposta di candidatura della città a Capitale europea della Cultura per il 2019, parte proprio dal principio che quel groviglio di Arte, Storia, Architettura, può spalancare un’offerta culturale inestimabile a costi tutto sommato  sostenibili, e con prospettive di profitto turistico-culturale. Basta aprire i forzieri, dare luce al sommerso, popolare l’abbandono insomma. Nell’offerta vertiginosa delle “passeggiate dei tesori”, contenute nel programma del Festival, percorro via Vittorio Emanuele, una delle antiche direttrici della città insieme a via Maqueda, e mi ritrovo sulla Piazza Marina, dove già s’indovina in lontananza il Foro Italico e, oltre, il mare abbracciato dal Porto. Sulla Piazza Marina avvenivano le pubbliche esecuzioni dei condannati a morte dal Tribunale della Santa Inquisizione. E non distante da qui, affondavano le Carceri Segrete dell’Inquisizione, situate tra Palazzo Chiaramonte e l’attuale sede del Rettorato dell’Università degli Studi di Palermo. Sembra che in occasione di lavori di ristrutturazione e ri-tinteggio degli uffici del Rettorato, siano saltate fuori disegni e iscrizioni risalenti agli anni tra i primi del Seicento e il 1781, data in cui le carceri e le pratiche carcerarie dell’Inquisizione furono abbandonate. Così sono state riscoperte e ora riportate alla luce le segrete dove, per ordine dell’inquisitore Torquemada, vennero torturati e uccisi diverse migliaia di innocenti in nome di Dio.

Nei sotterranei riportati quasi a colpevole bellezza, ci imbattiamo in un mondo urlante di pietà e disperazione tra disegni, decorazioni, immagini votive, invocazioni messaggi ai compagni di cella (“animo, carcerato!”), preghiere in dialetto, in latino, in inglese antico, provenienti dalla mano di eretici e miscredenti, bestemmiatori, musulmani, ebrei, streghe e stregoni, poveracci, liberi pensatori. Personaggi straordinari – a volte – di cui siamo ora in grado di ricostruire le biografie coraggiose e sfortunate.

Il mio ultimo giorno di permanenza palermitana mi regala il mare. E’ domenica e la spiaggia di Mondello è affollata di centinaia di bagnanti. Anche questa è Palermo, alla voce “paradiso”. L’elegante distretto di Mondello, confetto liberty di villette, edicole e di uno stabilimento balneare ante litteram sempre in stile art nouveau, è solo la ciliegina di un’area geofisica di struggente bellezza, tra la Riserva Naturale orientata di Capo Gallo e il monte omonimo, e la Riserva Naturale del Monte Pellegrino, cui si arriva da Palermo attraversando il Parco della Favorita. Qualcuno penserà allo Stadio del Palermo Calcio. Sì c’è anche quello. Ma la Favorita è l’area verde più estesa della città, creata nel 1799 da Ferdinando III di Borbone, abbandonato al traffico, alle iniziative indomite dei podisti, e alle riserve delle aree attrezzate, mentre potrebbe essere uno dei parchi più rinomati al mondo. All’estremità della Favorita partono le vie di ascensione al Monte Pellegrino (potrei mai non andarci?!), simbolo della città, vero proprio massiccio montuoso, non proprio svettante (609 metri) ma dall’aspetto unico e calcareo, tanto che Goethe lo definì  il promontorio più bello del mondo.

Mi arrampico lungo il sentiero dei pellegrini: una strada spianata in pietra, sullo stile delle vie romane, che costeggia la macchia del monte. Prima della cima a 429 si trova il culmine di questo piccolo cammino santo: il Santuario della Santuzza,  Santa Rosalìa, patrona di Palermo, salvata dalla peste per suo intervento. Affacciato alla balaustra protettiva di uno dei tanti tornanti del sentiero, un uomo contempla dall’alto la città, con una cuffietta nelle orecchie. Per un istante lo immagino perso nell’estasi di un rosario da filodiffusione. Poi sento distintamente le voci retrò dei commentatori della “Domenica Sportiva”. Mi fa simpatia e per spezzare la solitudine del cammino gli chiedo per che squadra tifi. “Nessuna, sono ateo”.

Orlando Manfredi

Playlist:

Alli Traìna, Vicoli Vicoli. Palermo. Guida intima ai monumenti umani, 2008 Dario Flaccovio Editore
Fabrizio Cammarata & The Second Grace, Rooms, 2011, Viaudio
Dimartino, Cara maestra abbiamo perso, 2010, Pippola Music
Niccolò Carnesi, Gli eroi non escono il sabato, 2013, Malintenti
Fratelli Mancuso, Requiem, 2008, Amiata Record
Via Castellana Bandiera, regia di Emma Dante, 2013
Palermo Palermo, regia e coreografia di Pina Baush, 1990
Leonardo Sciascia, Morte dell’inquisitore, 1964, Adelphi

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