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Paolo Marchetti: “Non servono altre leggi, ma uno sguardo più consapevole”

dicembre 19, 2014 Rubriche, Very Important Planet

Negli scatti di “Saudade Moon“, sintesi di cinque anni di viaggi nel cuore del Brasile, ha usato la macchina fotografica come un pennello, cercando di immortalare le mille sfumature emotive suscitate da paesaggi e incontri affascinanti. Fotografando gli allevamenti di coccodrilli destinati all’industria conciaria, ha guardato dentro l’obiettivo come fosse il vetro di una finestra, documentando un mestiere senza mai cedere alla tentazione di giudicarlo. Paolo Marchetti è uno dei più promettenti fotogiornalisti italiani: dopo più di dieci anni di carriera cinematografica nel reparto operatori, ha lasciato tutto per seguire “un amore più grande”, la fotografia giornalistica. In questi anni ha dedicato la propria attenzione a temi diversi, dal terremoto ad Haiti ai rifugiati, dal neofascismo in Europa al racket della prostituzione; ha esplorato la “geografia emozionale del Brasile” e dato vita a un grande progetto di lungo termine, ancora in corso, sull’industria delle pelli e pellicce per l’alta moda. Ha collezionato molti premi, dall’ International Photography Award al Grand Prix de Paris, è stato quattro volte vincitore del riconoscimento Best of Photojournalism e con il progetto “Saudade Moon” sul Brasile si è aggiudicato il Leica Photographer Award 2013.

D) Marchetti, com’è nato il progetto “Saudade Moon”?

R) Il progetto è il frutto di un’esplorazione del Brasile compiuta tra il 2009 e il 2013:  periodo in cui ho viaggiato e fotografato dall’entroterra alle coste, dalle grandi città alla foresta Amazzonica, fino alle periferie e le favelas. Il progetto è nato dalla esigenza di affrancarmi, per una volta, dalla committenza giornalistica e credo che abbia il merito di aver innescato altre mie vocalità fotografiche e sovvertire la mia andatura narrativa. Nasce per me e per accorciare le distanze con la paura di non saper più assecondare l’attitudine visionaria ed acquisire un ritmo più lento, facendomi guidare dall’esperienza più che dal progetto. Di fatto, in Brasile ho tentato di manomettere la mia attitudine all’incanto, cercando di accorgermi di altro e quindi di premere quel tasto per altri motivi, probabilmente più intimi del solito…

D) Il Brasile è un Paese pieno di colori, di luce, di vivacità. Perché, per raccontarlo, ha scelto di usare il bianco e il nero?

R) Il Brasile innesca dentro chi lo scopre un innamoramento forte, che non è possibile restituire attraverso l’aspetto visivo. E’ un mondo romantico, con una lingua straordinaria e una musicalità espressa ovunque. Per me la scelta di utilizzare il bianco e il nero, verso il quale provo riverenza, è stata dettata dalla volontà di scrollarmi di dosso la realtà, concentrandomi soltanto sul coinvolgimento emotivo. Scattavo quando ero incantato dalla bellezza, nel senso più ampio della parola, senza dover assecondare a tutti i costi la sua esoticità. Sento spesso dire come il bianco e nero sappia drammatizzare le nostre fotografie ma io non credo affatto in questo, del bianco e nero ho un profondo rispetto e non riesco a ridurlo a strumento ma bensì, posso soltanto tentare di inseguire la oniricità che ci suggerisce.

D) Ha scritto della sua ricerca di una “geografia emozionale” del Brasile: che cosa intende?

R) Viaggiando in Brasile ho scoperto che ci si può innamorare di luoghi così lontani e poco conosciuti. Ho scelto l’espressione “geografia emozionale” con cura poiché è nell’esperienza del viaggio che si scopre quanto sia importante essere cittadini del mondo e proteggere tutti questo pianeta assieme alla sua gente, a prescindere da confini fisici e culturali. “Saudade Moon” parla dell’opportunità di amare in maniera straziante altre terre oltre a quella di origine: è il desiderio di accorgersi dell’altro, la presa di coscienza del territorio e di tutta la terra che calpestiamo per viaggiarlo. Il titolo stesso c’entra con la mancanza e con la luna, l’astro del romanticismo che connota questa urgenza di amore. In questo caso parlo di amore per un luogo, ma soltanto come metafora ideale dello sconvolgimento che l’amore sa imporre. Questo è ciò che mi è accaduto in Brasile.

D) Lei ha fotografato l’Amazzonia sia dall’alto che dall’interno. Di fronte a questo mare di vita vegetale e animale, quale prospettiva l’ha colpita e coinvolta di più emotivamente?

R) L’Amazzonia è un gigante, espresso da una biodiversità incredibile: non è facile rinunciare a scattare di fronte alla vita che germoglia in modo così potente e musicale. La fotografia mi ha insegnato a entrare nelle situazioni e osservarle da vicino. Questo coinvolgimento fisico, quasi materico, è un privilegio. Scattare da così vicino è un’esperienza che conoscevo già da anni, mentre scattare da così lontano mi ha ricordato che si può essere altrettanto profondi ed intimi e che le emozioni sono espresse con altrettanta forza, anche da laggiù. Nel processo di avvicinamento le emozioni cambiano: il viaggio permette di cogliere questa evoluzione.

D) Nel suo ultimo lavoro ha invece documentato l’industria delle pelli di coccodrillo, dagli allevamenti fino alla concia. Cosa ha attirato il tuo interesse su questi temi?

R) Quella di pelli e pellicce è un’industria che coinvolge molte specie di animali e che ha un indotto immenso, con fatturati altissimi. Mi è sembrato un argomento interessante dal punto di vista antropologico, ma anche in grado di ancorarsi ai temi economici, oggi costantemente all’ordine del giorno. Il lavoro sui coccodrilli, prodotto da L’Espresso, è in realtà il primo capitolo di un percorso che ho deciso sarà un mio progetto a lungo termine. Sono da poco tornato dalla Polonia, dove ho fotografato i visoni allevati per le loro pellicce e tra poco dovrei partire per la Thailandia, dove approfondirò l’allevamento di struzzi. Il mio obiettivo è documentare un processo e un’industria con una lunga tradizione, senza giudicare. Voglio creare un documento che racconti cosa avviene: l’uomo si è sempre vestito di pelli, ma trovo curioso che ancora oggi sentiamo l’esigenza di farlo, quando in realtà non sarebbe necessario, e infatti oggi pelli e pellicce sono destinate soprattutto all’industria del lusso. E qui scatta l’aspetto antropologico: mi sembra interessante capire perché oggi c’è bisogno di sacrificare animali per vestirci, voglio raccontare il sacrificio in nome della vanità.

D) Riesce a far convivere questa sua domanda di partenza con una grande obiettività nelle immagini che scatta. Come ci riesce? E quali difficoltà deve affrontare per trovare allevatori e lavoratori disposti a farsi fotografare?

R) Trovare persone disposte a farsi fotografare non è semplice: le fotografie si costruiscono molto prima dello scatto, dietro c’è un lunghissimo lavoro di contatti, incontri, sopralluoghi, telefonate, mail. Ad allevamenti e aziende chiedo la possibilità di fotografare un processo, documentando tutte le fasi del lavoro che, bisogna ricordare, è legale. Non stiamo parlando di attività illecite, ma di un mestiere legalizzato in cui ad essere interessante è soprattutto il fattore culturale che porta le persone a utilizzare gli animali. Credo che non abbiamo bisogno di nuove leggi, ma piuttosto di una coscienza che ci faccia guardare alle cose con uno sguardo più consapevole. Per questo, cerco sempre di fotografare attenendomi ai fatti, in modo che poi ognuno, guardando, possa farsi la propria opinione. Con le mie fotografie non voglio mai dare risposte o esprimere giudizi, ma piuttosto raccontare storie e aggiungere nuove domande al dibattito.

Veronica Ulivieri


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