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Pasquale Scimeca, regista ribelle nell’ex granaio dell’Impero

novembre 21, 2014 Rubriche, Very Important Planet

Regista siciliano con più di venti anni di esperienza alle spalle, fondatore della casa di produzione cinematografica indipendente Arbash Film, Pasquale Scimeca si distingue per il suo linguaggio filmico crudo e poetico al tempo stesso. La sua ultima opera, Biagio, è stata premiata con il Green Movie Award alla IX edizione del Festival Internazionale del Film di Roma – svoltasi dal 16 al 25 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica – perché ritenuta come la più rappresentativa per l’attenzione e la sensibilità mostrate verso la sostenibilità ambientale.

Courtesy of Palermo LaRepubblica.itD) Pasquale, quali sono i temi che hai voluto affrontare attraverso la storia del protagonista del tuo ultimo film?

R) Con semplicità francescana e l’umiltà dei comportamenti spesso poetici e carichi di simboli, Biagio vuole farci riflettere sui tre grandi temi che l’umanità deve (ancora una volta) porsi agli albori del terzo millennio dalla venuta del Cristo sulla terra: il rapporto con la natura, la costruzione della società degli uomini, la ricerca del volto di Dio nascosto nella sublime bellezza del creato.

D) Come hai realizzato il film?

R) Come sempre, partendo dall’indipendenza produttiva e dalla libertà dell’anima e del pensiero. Attorno a questi presupposti, per me inalienabili, abbiamo messo insieme un gruppo di professionisti disposti a condividere il valore artistico e morale del progetto. Tutto il resto è conseguenza logica, lavoro e impegno. A partire dalla produttrice (Linda Di Dio), al direttore della fotografia (Duccio Cimatti) alla montatrice (Francesca Bracci) agli attori (Marcello Mazzarella, Vincenzo Albanese, Omar Noto), fino all’ultimo degli assistenti e delle maestranze.

D) Sei nato in un piccolo comune contadino della provincia di Palermo. Quanto il tuo background ha influenzato il tuo rapporto con il territorio, con la terra, con l’ambiente?

R) Sono nato ad Aliminusa, un piccolo paese contadino sulle Madonie, quando ancora “la civiltà del consumismo” non aveva invaso le nostre coscienze. Sono cresciuto per strada in mezzo agli animali (galline, capre, maiali, muli, asini, cani) e nelle campagne che ancora venivano coltivate con l’aratro e le stagioni scandivano i ritmi vitali anche di noi uomini, così come i rintocchi delle campane della chiesa scandivano le giornate. Da allora sono passati solo 50 anni, ma è come se fossero passati secoli o forse millenni

D) Domani apre la “Settimana Europea per la riduzione dei rifiuti”. Cosa pensi del problema rifiuti, particolarmente critico nel Sud Italia e strettamente legato al consumismo?

R) Quando io ero bambino nel mio paese non si produceva “immondizia”, anzi l’immondizia era un bene prezioso che veniva custodito gelosamente perché serviva per concimare i campi prima della semina. Non esisteva la plastica, le strade erano in terra battuta, le case si fabbricavano con le pietre e la calce, le scarpe le facevano i calzolai e duravano anni e anni finché non si consumavano del tutto, così anche i vestiti e ogni cosa che era utile alla vita degli uomini e delle donne. È vero, eravamo poveri (per i criteri economici di oggi) ma il pane non mancava a nessuno, neanche un tetto sotto cui passare la notte. Poi, nei primi anni Settanta è arrivata la Fiat a Termini Imerese (che dista dal mio paese solo 20 chilometri) e le cose sono radicalmente cambiate. I contadini hanno abbandonato le terre, i calzolai hanno chiuso le botteghe, i muratori hanno smesso di costruire con sapienza le case, e così anche i falegnami, i fabbri, e persino i preti hanno smesso di avere conversioni e celebrare le messe. Tutti gli uomini validi sono andati a lavorare in fabbrica, nessuno ha più insegnato un mestiere ai propri figli. Hanno asfaltato le strade, ingabbiato i fiumi con colate di cemento, tutti hanno comprato (a rate) le automobili, i televisori, i frigoriferi e tutto il resto. Il risultato di tutto questo? Oggi la Fiat ha chiuso, gli operai sono stati licenziati, i giovani sono disoccupati e costretti a emigrare, il paese è diventato un deserto che mette tristezza, con le case per tre quarti vuote e i vecchi che muoiono uno alla volta in completa solitudine.

D) Che tipo di sensibilità ambientale c’è in Sicilia?

R) Quasi nessuna, purtroppo, forse proprio perché si è perso il rapporto con la “madre terra”. Hanno costruito case abusive persino nella valle dei Templi. Si bruciano i boschi, i fiumi sono ormai quasi tutti prosciugati, le campagne abbandonate a se stesse. Il 90% della popolazione vive ammassato sulle coste nel 10% del territorio e solo il 10% delle persone vive nel resto del territorio. Ogni anno importiamo quasi dieci miliardi di euro di prodotti agricoli (che pena! per un’isola che i Romani consideravano il “granaio” dell’impero), e la disoccupazione giovanile supera il 60%. Qui il problema non è di avere una “sensibilità ambientale”, ma quello di cambiare radicalmente la cultura della vita, il senso da dare al nostro stare al mondo. E non c’è rimasto più molto tempo per questo.

D) Quanto credi sia importante, per una figura professionale come la tua, diffondere un messaggio ambientale per creare una cultura sostenibile?

R) Cosa posso fare io? Cosa può fare un intellettuale come me? Niente altro che continuare a fare, con coerenza, i film che ho sempre fatto, nella speranza che possano essere utili, che possano servire a farci capire che la vita è un dono e che il pianeta non è nostro, che la “sublime bellezza del creato” dobbiamo meritarcela, altrimenti ci verrà tolta, una volta e per sempre.

D) Quali sono le azioni quotidiane che compi per rispettare l’ambiente?

R) Quello che posso: faccio la differenziata; risparmio l’energia elettrica; consumo l’acqua essenzialmente quando serve; riscaldo la mia casa con la stufa a legna; coltivo i miei campi in modo biologico; proteggo il mio bosco dagli incendi…

D) Se dovessi girare una clip di 5 minuti come messaggio alle generazioni future, cosa vorresti dire loro?

R) Non fatevi fregare. Ribellatevi, ribellatevi, ribellatevi...

Daniela Falchero

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