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“Punto di svolta”: i giuristi come responsabili del disastro ecologico dell’Antropocene

febbraio 12, 2019 Racconti d'Ambiente, Rubriche

È possibile che il diritto privato possa assumere un significato ecologico? Possiamo difendere la natura e i beni comuni tramite la proprietà privata e lo strumento del contratto? Disponiamo davvero di regole di responsabilità sufficienti a garantire e proteggere il diritto alla salute delle generazioni future? Il nostro ambiente, i nostri territori sono davvero al riparo di fronte alle impetuose trasformazioni tecnologiche dell’era in cui viviamo? In questo saggio “sovversivo” – “Punto di svolta” (Aboca Edizioni, 2018, pag. 252, € 18,00) - Ugo Mattei, giurista contro corrente di fama internazionale, e Alessandra Quarta dell’Università di Torino esplorano queste e altre spinose questioni correlate (la “sovranità”, la “persona giuridica” ecc.) proponendo una discussione degli istituti fondamentali del diritto privato in una prospettiva ecologica. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo qui di seguito un estratto dall’Introduzione.

L’Antropocene ha generato una grave minaccia per la sopravvivenza della civiltà umana sul nostro pianeta. Schiere di scienziati, rappresentanti di tutte le discipline, hanno dimostrato che l’impronta ecologica degli esseri umani sulla Terra ha raggiunto il record storico di quasi 1,5. Questo dato significa che ogni anno consumiamo una quantità di risorse che supera della metà la capacità del pianeta di rigenerarle. Da agosto a dicembre, e sempre in anticipo rispetto all’anno precedente, l’umanità vive a spese del capitale e non dei suoi interessi, per impiegare una metafora particolarmente comprensibile alla mentalità comune neoliberale, contraendo in tal modo, nei confronti degli attuali abitanti umani e non umani della Terra, un debito che non sarà mai in grado di estinguere.

Non avrebbe alcun senso, generalizzando, attribuire la responsabilità di questa situazione agli esseri umani in generale. Oggi, il Nord del mondo esercita un impatto ecologico vicino a 5, e in alcune sue parti, compresa quella tecnologicamente più avanzata, la Silicon Valley, è addirittura prossimo a 6; se tutti vivessimo come a Menlo Park, Cupertino o Palo Alto avremmo bisogno di sei pianeti Terra per sostenere il nostro tenore di vita. Il problema, quindi, non si limita soltanto all’impronta ecologica di 1,5, ma consiste anche nel drammatico squilibrio ecologico tra Nord e Sud del mondo, che vede il Sud vittima, ora come in passato, delle mire predatorie ed estrattive del Nord. La serie di conseguenze quali eco-profughi, carestie, siccità e spaventoso pedaggio di vite umane non farà altro che peggiorare in futuro, poiché la propaganda delle multinazionali occulta la verità dal dibattito generale.

L’impronta ecologica fuori controllo dovrebbe essere la preoccupazione principe di ciascuno, mentre di fatto è un concetto pressoché sconosciuto anche tra le élite colte. Il cambiamento climatico potrebbe mutare tutto, in quanto diverrebbe forse origine di un ripensamento degli obiettivi economici, politici e sociali delle società occidentali. Il primo passo verso la comprensione di questa fase fondamentale richiede una precisa identificazione di responsabilità. I politici e gli economisti occidentali fanno naturalmente la parte del leone, quando continuano a indicare crescita, sviluppo e status quo quali soluzioni della drammatica crisi esplosa circa dieci anni fa e, purtroppo, realtà strutturale dei nostri tempi. Tuttavia, la colpa dell’eco-analfabetismo generalizzato e della mancanza di autentici ed efficaci sforzi per combatterlo non è appannaggio esclusivo di politici potenti. Come indicato nel testo che costituisce la base teorica della presente opera, di carattere più pratico, questo analfabetismo riguarda scienziati, tecnici, operatori dei mezzi di comunicazione, esperti, nonché giuristi rappresentanti del sapere tradizionale.

Questi ultimi oggi, in Occidente, operano in una sorta di compartimento stagno intellettuale, costituito da una forma artificiale di ragionamento che impedisce loro di comprendere realmente le proprie responsabilità. Nello svolgimento delle attività quotidiane, infatti, costruiscono, in un crescendo costante, una gabbia ideologica e politica, che affonda le proprie radici in nozioni mitologiche quali legalità o stato di diritto, e in ultima analisi li emargina e li rende incapaci di affrontare i problemi legati all’attuale drammatica situazione ambientale e di contribuire alla loro soluzione. Creando e riproducendo il proprio sapere professionale, senza metterne in discussione i fondamenti politici e ideologici e rispettando in modo acritico canoni professionali dei quali ignorano del tutto la storia, i giuristi partecipano all’accelerazione del disastro finale dell’Antropocene; anzi, ancora peggio, rendono praticamente impossibile un uso del diritto volto a indirizzare l’umanità nella giusta direzione, o semplicemente a rallentarne la corsa verso la catastrofe.

In altri termini, il diritto ideato al momento dello sviluppo dello Stato sovrano moderno è stato al servizio di una finalità oggi del tutto priva di senso, per non dire letale: la trasformazione dei beni comuni in capitale, del valore d’uso in valore di scambio, dei vincoli e degli obblighi discendenti dalla collettività in diritti individuali e libertà di accumulo. [... ] Nei secoli che, secondo ritmi diversi, portarono la grande trasformazione nella maggior parte del nostro pianeta, i beni comuni, inizialmente abbondanti, divennero vieppiù scarsi e le riserve collettive di risorse, gestite per secoli dalle comunità indigene secondo princìpi di cura e riproduzione, furono assalite dall’estrazione capitalistica, fondata sulle nozioni di diritti di proprietà individuale e sovranità dello Stato. Istituzioni delle comunità, quali gilde, famiglie estese, reti di solidarietà basate su gruppi di età, furono progressivamente sostituite da un sistema di produzione individuo-centrico, adatto all’individuo forte e potente, ma che lasciava indietro i bisognosi e i deboli.

In maniera inversamente proporzionale al declino dei beni comuni (la categoria che comprende risorse gestite in comune, reti di organizzazione sociale collettiva e norme sociali create per prendersi cura sia delle risorse sia dei gruppi), la concentrazione e la quantità di capitale sono aumentate in modo impressionante. In poco più di un quarto di millennio, un mondo caratterizzato da abbondanza di beni comuni e scarsità di capitale si è trasformato nel suo contrario, cioè in enorme abbondanza di capitale (assai mal distribuito) e drammatica penuria di beni comuni.

Mentre gli indicatori ecologici segnalano l’allarme, quasi tutte le relazioni umane sono mercificate e l’individualismo egocentrico e avido ha raggiunto nuovi picchi. Sono chiaramente gli ultimi duecentocinquant’anni responsabili, a un ritmo crescente, dell’attuale crisi dell’Antropocene. Per riprendere quanto espresso da Carlo Maria Cipolla, noto storico dell’economia, è come se alcune generazioni di esseri umani della modernità avessero improvvisamente scoperto le chiavi del forziere segreto in cui la Terra aveva nascosto un tesoro accumulato per milioni di anni, e avessero impiegato parte del capitale ivi trovato per creare una religione dell’estrazione, celebrativa dello sperpero sconsiderato, definito progresso o crescita. Di conseguenza, tutte le istituzioni di condivisione, cura e solidarietà di gruppo hanno finito per essere disprezzate, tacciate di pre-modernità e oscurantismo, e in sostanza non gradite, mentre le uniche auspicabili ed efficienti sono rimaste quelle che incarnano l’individualismo possessivo, sviluppate in Europa durante la prima modernità ed esportate sotto la minaccia delle armi. Da allora, i giuristi al servizio degli imperativi del capitale le hanno ancora perfezionate, in un processo di mercificazione esteso, grazie alle attuali possibilità offerte dalla tecnologia, agli aspetti più intimi della nostra vita, trasformando forse persino i consumatori in merci…

Ugo Mattei*, Alessandra Quarta**

* Docente di Diritto Internazionale e Comparato all’Università della California, Hastings College of the Law, San Francisco e Diritto Civile all’Università di Torino. Attivo nel movimento per i Beni Comuni ed autore di pubblicazioni accademiche tradotte in molte lingue. Nel 2017 per Aboca Edizioni ha pubblicato “Ecologia del diritto”, traduzione italiana del libro scritto a quattro mani con il fisico Fritjof Capra.

** Allieva di Mattei, insegna Diritto Privato all’Università di Torino ed è Direttrice di Ricerca all’International University College di Torino. Fra le sue pubblicazioni “Non-proprietà. Teoria e prassi dell’accesso ai beni” (2016).

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