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Quando sostenibile vuol dire duraturo. L’architettura secondo Cino Zucchi

dicembre 9, 2011 Rubriche, Very Important Planet

Troppo spesso ci si riferisce al tema della sostenibilità senza una precisa cognizione di causa, “ la parola è usata come un passe: tutti ne parlano ma nessuno è capace di articolarla”. Cino Zucchi, architetto di origine milanese che, dopo aver conseguito il B.S.A.D. presso il prestigioso M.I.T. di Boston, è attualmente Professore Ordinario presso il Politecnico della sua città, si pone nei confronti della tutela ambientale con idee precise, alla base delle quali il concetto di durata è essenziale. Dopo aver progettato e realizzato, assieme allo studio CZA, edifici residenziali, commerciali, industriali, uffici, musei, spazi pubblici, master plan e recuperi urbani di aree industriali e storiche, la sua ultima fatica sono gli Headquarters Lavazza in costruzione a Torino.

D) Paul Valéry nel suo “Eupalinos” sostiene che alcuni edifici sono muti, altri parlano ed altri ancora cantano. Come si pone la nuova sede della Lavazza nei confronti dell’ex Centrale Enel?

R) Per continuare la metafora musicale di Paul Valéry, potremmo dire che quello che a me piacerebbe fare è una musica, o meglio una canzone comprensibile, in maniera anche facile, però piena di accordi più fini, che si sentono al secondo o terzo ascolto. Mozart, in una lettera al padre , diceva : “Papà, io sono qui a Vienna e sto componendo un pezzo che sarà comprensibile ma riserverà sofisticazioni per i più intenditori. Difficile trovare la terza via: qui ci sono o brani così facili, che anche un vetturino canta con semplicità, oppure pezzi così sofisticati da essere incomprensibili”. Siccome l’architettura è in uno spazio di tutti, un atto pubblico, in questo senso non si può solo ragionare in termini di audience, ma neanche comporre musica dodecafonica dura. Il progetto per la sede Lavazza non propone solo una struttura per una disposizione ottimale di uffici, ma crea un ambiente di lavoro in grado di riscoprire l’urbanità circostante, di interpretare gli usi e costumi dell’organizzazione aziendale e il mood dell’impresa.

D) Secondo lei, come si può porre l’architettura di fronte alla cultura dominante del cosiddetto urban sprawl, la “città diffusa” che si sviluppa in maniera disordinata e invadente?

R) Se il secolo scorso era basato sulle espansioni urbane, si può dire che il XXI secolo si incentra piuttosto sulle trasformazioni, o meglio sulle metamorfosi; l’idea alla base è quella di non consumare ulteriore suolo per uno sviluppo sostenibile. Il tema stesso della durata in architettura è paradossale: vi è una certa resilienza tra durata e forma. Un programma trasforma una città ma la sua forma tende invece ad adattarsi alle nuove condizioni in cui si trova di volta in volta. Questa situazione induce gli architetti a fare ragionamenti innovativi: la città si deve sviluppare per Piani o per Progetti? A Milano ad esempio questo dibattito è ancora in corso. Nel caso di Torino invece si può dire che vi è una forza nell’ambiente in grado di interagire con la struttura urbana: i due fiumi Po e Dora, la collina di Superga. Ci si trova perciò davanti ad un vero e proprio palinsesto, dove struttura urbana e tessuto paesaggistico sono entrambi molto forti. Per ritornare dunque al rapporto con la città, si potrebbe dire che i nuovi interventi dovrebbero essere più di tipo rappresentativo che imitativo: gli architetti dovrebbero considerare il complesso sistema che rappresenta una città, la cui forza risiede nella variazione.

D) Il tema del risparmio energetico risulta estremamente attuale e integrato alla progettazione. Quali sono le caratteristiche di un’architettura che lei ritiene indispensabili per una progettazione sostenibile?

R) La sostenibilità é un termine nuovo che però tocca temi che già gli Antichi conoscevano: noi oggi abbiamo strumenti scientifici più sofisticati per controllare in maniera più approfondita i principi che sono sempre stati propri della buona architettura. Non deve esservi una categoria dell’architettura sostenibile come separata: secondo me ogni architetto, occupandosi dell’uomo, deve preoccuparsi della eco-compatibilità. In altri termini tendo a  diffidare delle parole dei convertiti dell’ultima ora: oggi tutti salgono sul carro della sostenibilità senza poi effettivamente capirne  i principi fino in fondo. Dal mio punto di vista ritengo la sostenibilità la questione fondamentale di questo Secolo. Per tale ragione noi architetti dobbiamo vedere cosa possiamo fare concretamente nell’edilizia: vi è certamente il tema della riduzione dei consumi, ottenuto attraverso le maggiori prestazioni di isolamento; vi è inoltre un buon orientamento solare e tutti quegli accorgimenti per sfruttare passivamente gli elementi del sole (per esempio utilizzare la differenza della temperatura tra giorno e notte, l’inerzia termica, l’orientamento corretto delle finestre per prendere sole nelle stagioni dove è favorito e schermandolo dove invece non serve). Vi è ancora il tema della specificità dei siti: il clima italiano ha un problema di grande escursione termica, per cui ciò che è buono d’estate non è buono d’inverno. Tutti i principi di Casa Clima dunque non sempre sono applicabili, anzi talvolta isolare troppo un edificio vuol dire anche fare fatica a disperdere calore: dobbiamo perciò considerare che molte tecniche specifiche della sostenibilità, importate dai Paesi nordici, spesso possono non funzionare a tutte le latitudini. Tutte queste considerazioni però non sono così scontate…

D) Dovendone individuare uno solo, qual è secondo lei “il problema” della sostenibilità ambientale?

R) Ritengo che la questione non vada circoscritta agli edifici, che restano comunque importanti, ma al sistema generale del movimento; potremmo affermare che tutto il nostro stile di vita talvolta ha dei consumi molto alti. Bisogna capire quanto noi architetti riusciamo a toccare nel complesso una società che ha un livello così rapido di evoluzione; basti pensare alla rapidità con la quale buttiamo ciò che riteniamo abbia fatto il proprio tempo. Questo è anche indice di una società che non sa più aggiustare gli oggetti. Per cui anche nell’edilizia la durabilità diventa, a parer mio, un elemento molto importante, perché da esso ne deriva la problematica dello smaltimento. Personalmente sono sostenitore di una certa cautela sui materiali utilizzati per costruire un edificio, siccome l’energia impiegata per farlo costa molto. La tendenza indicata sarebbe quella di cercare di risparmiare il più possibile, visto che la durabilità di un edificio è ancora un elemento molto forte di sostenibilità.

D) Quale requisito in edilizia ritiene dunque fondamentale per uno sviluppo sostenibile?

R) Un tema che mi sta molto a cuore è quello della forma, a cui bisogna pensare ancor prima di considerare l’utilizzo di tecnologie alternative. Questa, nel caso di un edificio, è intesa come orientamento solare, come compattezza, mentre nel caso di una città si tratta della sostenibilità del complesso. David Owen, giornalista del New York Times, ha scritto un testo, Green Metropolis, in cui sostiene che il modello urbano di Manhattan non sia così male. Da questo punto di vista ci si rende immediatamente conto di quanto sia pazzesco il dispendio del Suburbia, dello Sprawl. Basti pensare che il consumo per trasporti a persona ad Atlanta o Huston è 80 kilojoule, mentre in Europa è 20 o 30 kilojoule. Effettivamente stiamo riscoprendo la città compatta come modello ecologico, in un certo senso. Per concludere, la parola sostenibilità è certamente bella nella sua sintesi, però è usata troppo spesso come un passe: troppi ne parlano ma nessuno è capace più di articolarla.

D) Leon Battista Alberti considerava l’ambiente e il contesto in cui si colloca un edificio come uno dei sei principi della progettazione, chiamandolo Regio. Come si può porre oggi, secondo lei, un’opera di architettura in un sistema complesso di relazioni basato sull’eco-compatibilità del progetto?

R) Credo che vi siano due maniere di rapportarsi al territorio o alla cultura locale: una quasi stilistica, che spesso gli studi commerciali americani regionalizzano e che quindi si potrebbe forse sintetizzare come una questione di immagine e di vendita. L’altra è invece la capacità di comprendere un territorio, cercando di imparare da certi elementi del paesaggio stesso.  Quello che noi oggi percepiamo come qualità estetica del paesaggio è in realtà il frutto di un sistema che è decaduto e che si cerca di mantenere in piedi artificialmente con le Convenzioni Europee.  Il grave problema di fondo è che dietro ad ogni forma vi è sempre stata una funzione: nel momento in cui decade la ragione d’essere, rimane solo una pura testimonianza di cultura materiale.  Oggi perciò siamo divisi tra una congruenza alle forme di un territorio, che rischia di essere puramente esteriore, e  un utilizzo improprio del territorio come autoctono. Vi è dunque forse la necessità di riflettere sul tema del regionalismo, per riprendere un po’ il tema di Kenneth Frampton, storico dell’architettura che per primo aveva coniato il concetto di Regionalismo Critico. Gabetti&Isola, in questo senso, potrebbero essere visti come dei maestri, per restare in ambito torinese. Concludendo, potremmo affermare che oggi vi è la necessità di guardare alla sedimentazione propria delle forme materiali di ogni paese ma senza usarla come un passaporto di legittimità, ricordando che in Italia sono stati fatti molti mostri in nome di una continuità stilistica poco inerente al contesto paesaggistico.

Valentina Burgassi

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