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Restructura 2018: esercizi di slalom tra miti e riti della bioedilizia

novembre 19, 2018 Off the Green, Rubriche

Ho voluto chiamare il seminario di giovedì 15 novembre a RestructuraMiti e riti della bioedilizia“, perché credo si sia arrivati ad una fase di mercato dove è necessario sfatare qualche credenza e fare un po’di chiarezza, a beneficio di tutti: committenti in procinto di affidare una ristrutturazione o nuova costruzione; professionisti, che devono sapere esattamente cosa proporre ai propri clienti; imprese, che per trasparenza e correttezza dovrebbero chiamare con il termine giusto quello che stanno vendendo; legislatore ed enti pubblici, che quando normano un settore farebbero bene a distinguere almeno le pere dalle mele…

Partiamo da un fatto molto semplice: a differenza del biologico nel settore alimentare, che è soggetto ad una normativa europea recepita nell’ordinamento italiano, non esiste un analogo di legge che definisca cosa può essere chiamato bioedilizia. Per capirci: se un vino o una marmellata vogliono fregiarsi della “Eurofoglia“, che identifica i prodotti biologici all’interno dell’Unione Europea, devono seguire un preciso regolamento ed essere certificati da un ente terzo accreditato. Lasciando, per il momento, da parte i limiti del sistema delle certificazioni, si può dire che, in questo caso, l’iter è chiaro, così come la denominazione che ne consegue. Nel mondo dell’edilizia non esiste nulla di simile.

In assenza di una normativa di riferimento è quindi evidente che lo spazio della libera interpretazione è praticamente sconfinato, sia che si agisca in buona fede che per ignoranza o interesse economico. Nella mia presentazione a Restructura – in qualità di amministratore della Greengrass Srl – ho cercato di fornire qualche spunto di riflessione, partendo dall’ABC, ovvero dalla definizione (impeccabile) che ne dà la Treccani:  “Bioedilìzia s. f. – Insieme di processi e metodi di costruzione caratterizzati dall’uso di materiali a basso impatto ambientale e non dannosi per l’uomo. Un progetto che rispetti i criteri della b. si caratterizza, quindi, non solo per la sostenibilità ambientale, l’attenzione all’efficienza energetica dell’edificio e all’impiego di fonti energetiche rinnovabili, ma anche per il ricorso a materiali privi di sostanze nocive, tossiche o radioattive, in grado di realizzare una buona qualità della vita per gli abitanti e i fruitori dell’edificio ed evitare quei fenomeni di inquinamento degli ambienti interni definiti dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) come sick building syndrome (sindrome da edificio malsano)“.

Ecco il primo concetto, banale ma fondamentale: la distinzione tra ECO e BIONon bastano la sostenibilità ambientale e l’efficienza energetica o il ricorso alle fonti di energia rinnovabili perché un edificio si possa dire in bioedilizia. Serve anche la salubrità dello spazio abitativo e di lavoro, il vero comfort, che significa qualità della vita e non abbassare una tapparella elettrica con lo smartphone, spaparanzati su un divano (magari imbottito in poliuretano espanso)… Eppure nell’immaginario collettivo sopravvive il mito della “Classe A”, nonostante questo risultato possa essere ottenuto con isolanti sintetici (l’EPS ad esempio) che con la bioedilizia non hanno nulla a che fare. Allo stesso modo un materiale proveniente da processo industriale di riciclo può essere considerato ecologico (perché evita lo smaltimento in discarica e i conseguenti danni ambientali), ma non è necessariamente bio, se la “materia prima seconda” di cui è fatto non è naturale o perlomeno “bio-compatibile”. Basti pensare ai prodotti fonoassorbenti ottenuti da pneumatici fuori uso riciclati o al calcestruzzo realizzato con l’integrazione di materiali di scarto di varia natura. Nella migliore delle ipotesi (escludendo cioè gli abusi e le degenerazioni successive al “Decreto Ronchi” del 1997) si può parlare, in questi casi, di “edilizia sostenibile”, ma non certamente di bioedilizia.

Un altro equivoco in cui mi imbatto spesso è quello delle “case in legno“, considerate, in quanto tali, bioedilizia. Anche in questo caso è bene fare attenzione ai materiali utilizzati per l’isolamento di pareti e solai e per le finiture e non essere superficiali, perché, come noto, il diavolo si nasconde nei dettagliIl legno, oltretutto, è solo uno dei materiali della bioedilizia, ma ne esistono molti altri: calce, canapa, argilla, paglia, cotto, pietra ecc. La struttura stessa di una casa in bioedilizia può essere benissimo realizzata in muratura tradizionale, con mattoni di pura argilla e acqua, e non necessariamente in legno. Personalmente credo si debba poi distinguere il legno massiccio (così come lo si è sempre usato nei secoli) dal più recente lamellare (anche in versione XLAM), un materiale composito che contiene collanti sintetici.

Al contrario, lasciatemi spezzare una lancia a favore di un materiale da rivestimento completamente naturale, che a causa dell’impropria confusione con il PVC, viene quasi sempre escluso dalla cerchia dei materiali per la bioedilizia: il linoleum. Quello vero, inventato dallo scozzese Frederick Walton nel 1860, è un composito di materiali naturali e biodegradabili: olio di lino (come suggerisce il nome), sughero, polvere di legno, juta e resine vegetali.

Chiudo con un accenno alla questione dei “falsi sinonimi“, sui quali sembra cadere addirittura la Treccani alla voce “Bioarchitettura, proposta anche come “Ecoarchitettura“. E’evidente che se teniamo buona (e, a mio modesto parere, dobbiamo farlo!) la distinzione tra ECO e BIO da cui siamo partiti, le due discipline non possono coincidere del tutto, anche se potranno condividere dei tratti comuni. Saggiamente, infatti, l’ANAB la chiama architettura bioecologica, unendo i due termini. Mentre la voce bioarchitettura rimanda a sua volta, nella ricerca delle radici storiche, all’architettura organica di Frank Lloyd Wright (e Rudolf Steiner prima di lui), il maestro della “Casa sulla Cascata“, un capolavoro che però tutto “bio” non era, se parliamo di materiali. Ma che ha tuttavia il grande merito di aver aperto la visione verso un architettura dove l’ambiente esterno, il verde, è parte integrante del progetto, tanto quanto l’arredamento degli interni. Un messaggio di armonia che sarebbe utile ribadire anche oggi, per evitare l’assurdità di villette in bioedilizia circondate da giardini all’inglese pieni di fertilizzanti chimici e arredate con mobili in materiali sintetici che emettono formaldeide o altri composti volatili nocivi per la salute umana. Resi ancora più tossici proprio dall’esasperata ricerca della “classe energetica” fine a se stessa, che rischia di trasformare le nostre abitazioni e i nostri uffici in involontarie “camere a gas” (si vedano i numerosi studi sull’inquinamento indoor).

Potremmo proseguire a lungo cercando “tracce di bioedilizia” anche nelle cosiddette architetture spontanee (quelle preindustriali erano praticamente tutta bioedilizia ante litteram) o nell’architettura bioclimatica o, infine, nel più generico termine green building, che viene spesso considerato, impropriamente, la traduzione inglese del termine bioedilizia. In realtà lo stesso Rick Fedrizzi, uno dei fondatori del Green Building Council americano – l’ente da cui sono nate le certificazioni LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) – ha sentito la necessità, in questi ultimi anni, di andare oltre gli aspetti strettamente ambientali ed energetici, dando vita alla certificazione Well, che si focalizza ampiamente sulla prospettiva “salutistica”.  “Se la prima ondata della sostenibilità ha riguardato i parametri costruttivi degli edifici, il risparmio energetico e l’impatto sull’ambiente – nota acutamente Fedrizzi - la seconda riguarderà la salute e il benessere delle persone quando si trovano all’interno degli edifici, cioè il 90% del tempo“. Sagge parole!

Andrea Gandiglio

 

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