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Rifiuti: arriva la multa UE e l’Italia rimane sorvegliata speciale

dicembre 9, 2014 Bollettino Europa, Rubriche

L’ambiente non è un’opinione politica, specie nel caso in cui uno Stato sia stato invitato, più volte, a sanare situazioni che mettono a rischio la salute dei cittadini e le realtà in cui vivono. È tuttavia evidente che ciò, al nostro Paese, poco importa. Altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile che l’Italia sia appena stata condannata dalla Corte di Giustizia UE a pagare una multa di 40 milioni di Euro per inadempienza alla Direttive comunitarie sui rifiuti, con una penalità di 42,8 milioni di Euro per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie. (Dall’importo saranno detratti 400 mila euro per ciascuna discarica contenente rifiuti pericolosi messa a norma e 200mila euro per ogni altro sito regolarizzato).

Non è che la notizia sia arrivata all’improvviso, né tantomeno la vicenda è nuova. Risale, infatti, al 2007, quando la Corte aveva dichiarato che l’Italia era venuta meno, “in modo generale e persistente”, agli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti, anche quelli pericolosi, stabiliti dalle relativa legislazione comunitaria, nonché al rispetto delle regole per quanto riguarda le discariche.

Da quel momento nulla è stato fatto per riparare alla situazione, a tal punto che, sei anni dopo, nel 2013, la Commissione europea aveva ritenuto che l’Italia non avesse ancora adottato tutte le misure necessarie per rispettare la sentenza del 2007.  L’esecutivo di Bruxelles aveva affermato che 198 discariche non erano ancora a norma e che, tra queste, 14 non rispettavano le indicazioni sui rifiuti pericolosi. Inoltre, l’Italia non aveva ancora dimostrato che 5 siti incriminati fossero stati oggetto di riassetto o di chiusura.

La Corte si è vista dunque obbligata a riprendere in mano il dossier. Nella nuova sentenza, quella che conduce alla multa, si legge infatti che ”la mera chiusura di una discarica o la copertura dei rifiuti con terra e detriti non è sufficiente per adempiere agli obblighi derivanti dalla direttiva rifiuti”. Inoltre, il Paese “continua a violare l’obbligo di garantire che per determinate discariche sia adottato un piano di riassetto o un provvedimento definitivo di chiusura”. Gli Stati membri sono tenuti, infatti, a verificare se sia necessario bonificare le vecchie discariche abusive e, nel caso, sono tenuti a bonificarle. Il sequestro della discarica e l’avvio di un procedimento penale contro il gestore “non costituiscono misure sufficienti” per la Corte. La quale rileva poi che, alla scadenza del termine indicato, lavori di bonifica erano “ancora in corso o non erano stati iniziati in certi siti” e per altri “non è stato fornito alcun elemento utile a determinare la data in cui detti lavori sarebbero stati eseguiti”. Per i giudici l’Italia ha quindi violato “in modo persistente” l’obbligo di recuperare i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente, “non si è assicurata che il regime di autorizzazione istituito fosse effettivamente applicato e rispettato, non ha assicurato la cessazione effettiva delle operazioni realizzate in assenza di autorizzazione e non ha neppure provveduto ad una catalogazione e un’identificazione esaustive di ciascuno dei rifiuti pericolosi smaltiti nelle discariche”. Una sentenza che si abbatte su tutto lo Stivale “l’inadempimento perdura da oltre sette anni” e “le operazioni sono state compiute con grande lentezza” tanto che “un numero importante di discariche abusive si registra ancora in quasi tutte le regioni italiane” recita la sentenza.

I grattacapi per l’Italia in tema di rifiuti non sono, tuttavia, finiti qui. La Commissione UE sta, infatti, tenendo sotto controllo la situazione delle discariche in Calabria. ”Da diciassette anni la Calabria sta facendo i conti con un’emergenza ambientale e sanitaria, con centinaia di discariche dismesse e siti inquinati da bonificare”, ha detto Maurizio Benedetto, uno dei promotori di una petizione presentata a Bruxelles e discussa durante una riunione dell’omonima Commissione del Parlamento Europeo. Il rappresentate dell’Esecutivo di Bruxelles presente in aula ha assicurato che la Commissione  sta esaminando la situazione nella Regione meridionale. La quale è accusata di avere un piano di gestione dei rifiuti risalente al 2007, troppo datato e non più in regola con la vigente normativa UE. La Calabria è stata, quindi, incoraggiata ad adottare al più presto nuove regole che rispettino pienamente il dettato comunitario.

Il rispetto del diritto ambientale oltre agli effetti sul benessere della salute della società e del Pianeta, ha anche il grande obiettivo di combattere un fenomeno dilagante in Europa: le ecomafie. A lanciare l’allarme è Eurojust, l’Agenzia UE che si occupa di cooperazione giudiziaria, il cui compito è essenzialmente quello di potenziare l’efficienza dell’azione delle autorità nazionali impegnate nella lotta contro gravi forme di criminalità organizzata e transnazionale. “Un fenomeno sottostimato, che crea grande profitto, con un basso rischio di arrivare a processo, e pene non sufficientemente dissuasive“, spiega Michele Coninsx, presidente dell’organismo europeo. Paradossalmente, infatti, nonostante si stimino profitti illegali che oscillano tra i 30 ed i 70 miliardi di euro l’anno, le statistiche raccolte nel primo rapporto stilato da Eurojust dimostrano che i crimini contro l’ambiente sono raramente perseguiti dalle autorità nazionali, spesso anche perché non dotate di strutture adeguate. L’Agenzia dell’Aja ha sottolineato, poi, come le ecomafie siano ormai una minaccia emergente anche in quei Paesi, ad esempio la Germania, Paese che fino a poco tempo fa era rimasto abbastanza estraneo ad attività criminali come lo smaltimento illegale di rifiuti. Pratica non di certo sconosciuta invece ad Italia ed Irlanda, citate dagli esperti come Stati simbolo dell’export di rifiuti pericolosi verso Paesi terzi, soprattutto in Africa occidentale e che non si sono ancora dotate di un’unità specializzata a livello giudiziario, come hanno invece fatto Paesi Bassi e Gran Bretagna. Basti pensare che il nostro Paese non è ancora entrato a far parte del Network europeo dei procuratori per l’ambiente (Enpe). Grecia, Ungheria e Svezia stanno sperimentando poi questo fenomeno attorno a diversi casi di inquinamento delle acque. Nel Regno Unito, invece, il traffico di animali esotici, ed in particolare di uccelli e delle loro uova, si sta facendo sempre più florido. Un crescente traffico di lupi è stato riscontato infine nel nord Europa.

Alla luce di un quadro sempre più preoccupante  Eurojust, consapevole della necessità di un approccio più ampio, insiste sul bisogno di rafforzare il coordinamento a livello internazionale per la lotta ai crimini ambientali, migliorare la cooperazione e lo scambio di informazioni, per affrontare organizzazioni criminali di natura sempre più transnazionale.

Beatrice Credi

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