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Rinnovabili: basta attese, il tempo è adesso

settembre 10, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Qual è il futuro delle energie rinnovabili nel nostro Paese? Per la rubrica “Racconti d’Ambiente, pubblichiamo oggi un estratto del libro “Rinnovabil: se non ora, quando?“, di Francesco Dugoni e Maria Luisa Doldi (Edizioni Ambiente). Nel volume, gli autori confrontano benefici e criticità sulla bilancia: l’ago si sposta verso una scelta energetica basata sulle rinnovabili che, quando sviluppata in modo ragionato e coerente, porta con sé vantaggi di cui finora non abbiamo goduto, come l’indipendenza energetica, la giustizia sociale, la sostenibilità ambientale. L’estratto che pubblichiamo è tratto dall’ultimo capitolo, intitolato “Il futuro dell’energia”.

La stesura di questo libro si è chiusa in concomitanza con la campagna elettorale 2013 per l’elezione del nuovo Parlamento. Una campagna elettorale sui generis, che probabilmente passerà alla storia anche per certe originalità. In tanta singolarità di candidati e rispettivi programmi, spiace rimarcare un silenzio di tomba sulle politiche energetiche sebbene, per quanto finora espresso, non dovrebbero certo rappresentare la Cenerentola delle argomentazioni e delle priorità che la nuova classe politica dovrà assolutamente affrontare nel prossimo quinquennio. Tra silenzi assordanti dei nostri politici e agguerriti comitati, portavoce di istanze non sempre condivisibili, i segnali di preoccupazione non mancano; timori che trovano ulteriore alimento nel già richiamato documento di Strategia energetica nazionale (SEN), specie in alcuni passaggi che qui vogliamo evidenziare. Così nel paragrafo 3.1, titolato “Sette priorità per i prossimi anni” al punto 6 – “Produzione sostenibile di idrocarburi nazionali”– leggiamo: “L’Italia è altamente dipendente dall’importazione di combustibili fossili; allo stesso tempo, dispone di ingenti riserve di gas e petrolio…”. Proseguendo la lettura del documento i dettagli poi non mancano: “In particolare, cinque zone in Italia offrono un elevato potenziale di sviluppo: la Val Padana, l’Alto Adriatico, l’Abruzzo, la Basilicata e il Canale di Sicilia”, arrivando così a concludere di voler raddoppiare il Italia le estrazioni di idrocarburi, ipotizzando mirabolanti ritorni in termini di occupazione e di ricchezza prodotta.

A fronte di tanto entusiasmo, tuttavia, la sezione italiana di Aspo (99) (Associazione per lo studio del picco del petrolio) con un comunicato del 6 maggio 2012, titolato “Ingenti riserve?Con petrolio e gas italiani energia per soli 9 mesi!”, sembrerebbe buttare decisamente acqua sul fuoco. Altrettanto ribadisce Legambiente che, nel suo recentissimo documento Trivella selvaggia– Il mare italiano minacciato dai pirati dell’oro nero, afferma: “Secondo le ultime stime del Ministero dello sviluppo economico, aggiornate a dicembre 2011, le scorte petrolifere amare classificate come certe sono pari a 10,3 milioni di tonnellate (il 13,5% delle riserve certe tra terra e mare in Italia) che, ai consumi attuali, sarebbero sufficienti per il fabbisogno nazionale per solo sette settimane (anche attingendo al totale delle riserve certe, comprese quelle nel sottosuolo italiano, concentrate soprattutto in Basilicata, queste garantirebbero un’autosufficienza di appena 13 mesi)”.

Che dire poi della necessità di facilitare le autorizzazioni per le attività offshore? Secondo la Sen queste risultano “… profondamente condizionate dai divieti introdotti dal decreto legislativo 128/2010 (cosiddetto “Correttivo ambientale”) che ha interdetto tali attività in molte aree, bloccando di fatto la maggior parte delle attività di ricerca e sviluppo…” e aggiunge: “…nessun paese europeo ha adottato norme analoghe…”. Nel documento viene così esaltata la Norvegia per come ha normato queste attività pur salvaguardando alcune aree. Siamo assolutamente certi che il confronto tra le nostre coste e quelle norvegesi, in termini di fruibilità e attrattiva turistica, sia assolutamente calzante e paritetico, e che pertanto non abbia senso imporre limiti così restrittivi?

Al di là di ogni battuta e di ogni scommessa sulla durata delle nostre riserve, forse la domanda di fondo alla quale dovremmo invece rispondere innanzitutto è: “Che tipo di sviluppo vogliamo?Quali sono le strategie energetiche per il nostro paese?”.

Ma c’è dell’altro. Il documento per la Strategia energetica nazionale sembra manifestare un’attenzione particolare per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Nel paragrafo 3.2– “Risultati attesi al 2020” – afferma infatti: “L’obiettivo è quello di sviluppare le rinnovabili fino al 36-38% dei consumi finali(e potenzialmente oltre) al 2020, pari a circa 130 TWh/anno”. Atteso che nel 2011 l’energia elettrica da fonti rinnovabili rappresentava il 24,3%, è possibile che al 2020 detta percentuale salga al 36-38%? La risposta, pur se condizionata da un periodo alquanto breve (da oggi al 2020), potrebbe essere affermativa. Peccato che i recenti decreti approvati – il V Conto energia per il fotovoltaico e il Dm 6 luglio 2012 (Incentivi per energia da fonti rinnovabili elettriche non fotovoltaiche) – si caratterizzino, lo ribadiamo, nel dare un segnale nettamente opposto in termini di sostegno allo sviluppo delle rinnovabili in termini qualitativi e quantitativi. L’obbligo d’iscrizione a registro –partendo da valori risibili di potenza (per esempio sopra i 100 kW per il biogas o sopra i 12 kW per il fotovoltaico) – se non la necessità di disporre già di tutte le autorizzazioni per potervi accedere a partire da impianti di piccola potenza, sono segnali inequivocabili di un malcelato tentativo di mortificazione anziché di sostegno delle Fer. Come pure, in termini quantitativi, le potenze che il Dm 6 luglio 2012 per le Fer non fotovoltaiche mette in gioco sono risibili rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere al 2020. Tralasciando infatti qualsiasi altra considerazione in merito al fotovoltaico di cui non è dato di saperei futuri sviluppi, se sommiamo tutte le potenze incentivabili con il Dm 6 luglio 2012 per ciascuna categoria Fer dal 2013 al 2015 si evince che queste ammontano complessivamente a 1.018 MW. Da una prima stima si può ipotizzare che detti impianti, con le loro relative potenze contingentate moltiplicate per le ore stimate di funzionamento annuo, alla fine del triennio porteranno a un’ulteriore produzione di energia elettrica pari a 6,2 TWh, vale a dire un incremento medio di 2,0 TWh/anno. Se sommiamo questa produzione di energia elettrica da Fer a quella del 2012 che, secondo una nostra stima,dovrebbe raggiungere i 90 TWh, avremmo un risultato finale di 96,2 TWh al 2015. Domanda: a fronte di un gap da recuperare pari a 33,8 TWh (130 TWh – 96,2 TWh) possiamo prevedere che nel quinquennio successivo al 2015 le energie rinnovabili incrementeranno mediamente ogni anno di 6,8 TWh(33,8 TWh / 5 anni), sebbene nel triennio 2013-2015 detto incremento sia stato stimato in 2,0 TWh/anno? Se da un lato può essere decisamente ottimistico ritenere che il Dm 6 luglio 2012 raggiungerà gli obiettivi, e se dall’altro rimarrà, per il prossimo futuro, la medesima “attenzione” verso le Fer quale vista finora, la risposta non può che essere negativa.

Ciò che peraltro sorprende è come sia i due succitati decreti quanto la Sen trovano, tra i più autorevoli estensori, il Ministero dello sviluppo economico: giusto per non farci mancare l’ennesimo esempio di mancanza di una cabina di regia coordinata e coerente! A prescindere comunque dagli obiettivi fissati nella Sen esiste invece un altro impegno, sempre traguardato al 2020, da rispettare: quello previsto dal cosiddetto Pacchetto clima-energia 20-20-20 (direttiva 2009/29/Ce). Come già ricordato nel capitolo 2, l’Italia dovrà arrivare (e questa non è una semplice velleità, ma un obbligo assunto in piena regola in sede europea) a produrre energia (intesa come elettrica, termica e trasporti) da fonti rinnovabili in ragione del 17% del proprio fabbisogno nazionale lordo. Impegno successivamente confermato nel Piano di azione nazionale (Pan). Ancora una volta la domanda che sorge spontanea è: ce la faremo? Secondo uno studio condotto dal Joint Research Centre della Commissione europea, se da un lato è previsto che, complessivamente, si giungerà a un surplus di energia verde pari a +0,7% complessivo rispetto all’obiettivo del 20% di consumo di energia da fonti rinnovabili, dall’altro sette stati membri – Finlandia,Estonia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Italia e Regno Unito – mostrano un deficit rispetto agli obiettivi fissati al 2020. Forse il lettore stenterà a crederlo, ma il deficit più alto è proprio quello del nostro paese, sia in termini di percentuale (-2,1%) sia assoluti(-1,363 Mtep). Viceversa, si segnalano i casi virtuosi di alcuni stati che, si prevede, raggiungeranno addirittura un surplus di energia verde rispetto agli obiettivi. Germania e Spagna, per esempio, presentano la percentuale più alta (+2,7%) e i più alti valori in termini assoluti: rispettivamente 3,06 Mtep e 2,65 Mtep. E qui è bene ricordare che se qualche stato membro non rispetterà gli impegni scatterà il ricorso alla Corte di giustizia. La Commissione vigilerà sull’attuazione dei piani nazionali, e potrà, se necessario, ricorrere alle procedure d’infrazione contro i paesi inadempienti. Cosicché, se oggi qualcuno ritiene disdicevole incentivare le fonti rinnovabili attingendo una quota dalle nostre bollette energetiche, sappia che domani i suoi stessi soldi potrebbero essere utilizzati per pagare le multe causate dal mancato raggiungimento dei target energetici. Verrebbe da dire allora che contribuire allo sviluppo delle rinnovabili forse non è il peggiore dei mali. L’amara conclusione è che oltre a essere importatori di fonti fossili,nonché di tecnologia Fer da altri paesi, in particolare per biogas, eolico e fotovoltaico – vista la nostra cronica carenza della ricerca anche in questo settore – adesso si profila all’orizzonte un nuovo import: se non arriveremo infatti a soddisfare la percentuale di consumi di energia da Fer, per la quale l’Italia si è impegnata, dal 2020 dovremo importare anche energia green. E a questo proposito pare che la Germania…

Francesco Dugoni* e Maria Luisa Doldi**

* Direttore di Agire, Agenzia per la gestione intelligente delle risorse energetiche. Agronomo di formazione, ha elaborato presso la Provincia di Mantova il progetto Fo.R.Agri. (Fonti rinnovabili in agricoltura), che ha ottenuto il Premio dell’Unione Europea “Energy Europe – Awards Competition 2008” (categoria “Demonstration & Dissemination”) e il “Energy Award” nell’edizione 2011 di KlimaEnergy. Ha conseguito i titoli di Energy manager e Certificatore energetico.
** Laureata in biologia con dottorato in Agraria, ha svolto attività di ricerca applicata presso l’università di Agraria di Vienna. Collabora con diversi enti e aziende (Austrian Wine Marketing; Accademia Austriaca delle Scienze; Università del Danubio; Google) e con riviste italiane, tedesche e austriache, ed è specializzata nei settori agricoltura, energie rinnovabili e ambiente. Ha all’attivo numerosi articoli.

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