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Sri Lanka, campione asiatico delle aree protette

In Sri Lanka, lacrima del sub-continente, terra dalla terra rossa e il cielo blu, il paesaggio cambia da nord a sud come se si attraversassero mille paesi. Sentieri di terra rossa e fitta giungla si alternano a colline verde scuro dalle foglie dal colore intenso delle piante di tè mentre, lungo le coste di sabbia bianca battute dal vento, il colore del mare sfuma dal verde al blu scuro e si fonde con il cielo a 360°. Enormi rocce come cadute dal cielo costellano il paesaggio, quasi come se fossero capricci di divinità, lasciate cadere sulla terra per incoraggiare gli abitanti devoti a costruire nicchie e luoghi di culto in cima alle spettacolari formazioni rocciose che si specchiano nei numerosi bacini d’acqua. Quest’isola dal paesaggio ricco e diversificato è il paese asiatico con la maggiore superficie di aree protette per km² ed accoglie numerosi ecosistemi e migliaia di specie endemiche e migratorie.

Lo Sri Lanka può vantarsi di essere un paese dall’ambiente naturale millenario che, nonostante la storia recente abbia messo a dura prova il rapporto tradizionale tra natura ed esseri umani, continua a mantenere un rapporto spirituale ed intimo con il mondo naturale. Abitato da appena duemila anni, il filo conduttore della sua amministrazione tradizionale è sempre stata la filosofia di vita del Gautama Buddha, compresa nella legislazione relativa alla gestione delle risorse naturali del paese. Fino al 1833 infatti, la società dello Sri Lanka era basata sulla proprietà collettiva e la conservazione della biodiversità prendeva in considerazione il rispetto di tutti gli esseri viventi, in quanto l’essere umano era considerato il guardiano, e non il proprietario, dell’ambiente naturale e delle sue risorse. Il nome, dal sanscrito श्री (śrī, “sacro”) e लंका (lankā, “isola”), indica l’identità spirituale di questa terra e lo Sri Lanka rimane il luogo dove alberi millenari, enormi rocce o angoli polverosi, qualsiasi oggetto o essere vivente può diventare oggetto di culto se venerato da qualcuno e se considerato espressione del divino.

Il tradizionale rapporto armonioso tra uomo e ambiente è particolarmente evidente nell’antico sistema di approvvigionamento idrico, basato più sulla gestione dell’intero ecosistema che unicamente delle risorse idriche ad uso agricolo o civile. Un complesso sistema di bacini d’acqua e intricate reti di canali fu ideato a partire dal 300 A.C. per permettere la distribuzione di acqua nel paese, anche e soprattutto nelle zone più aride. Definiti dai primi colonizzatori portoghesi “tanques”, i bacini d’acqua sono uno degli elementi caratteristici del paesaggio e se ne contano oggi circa 30.000, la maggior parte costruiti tra il terzo e il dodicesimo secolo A.C. Grazie a un sistema di costruzione a cascata e delle valvole per facilitare la regolazione dell’acqua, i bacini permettevano di raccogliere l’acqua piovana e di ridistribuirla sul territorio ottimizzando l’acqua monsonica e riutilizzandola numerose volte. Non solo venivano considerati i bisogni della popolazione e degli agricoltori, ma anche le necessità degli altri abitanti dell’ecosistema, quali gli alberi, gli animali selvatici e gli uccelli. Ogni bacino aveva infatti una funzione precisa; il Gasgommana era ad esempio ideato per raccogliere l’acqua che strabordava dal bacino principale e canalizzarla a favore degli alberi secolari della giungla circostante, mentre il Godawala era il nome specifico del bacino creato ad uso degli animali selvatici che vivevano in prossimità del villaggio. Quest’accorgimento permetteva agli animali di non soffrire la sete durante la stagione secca e agli esseri umani di tener lontani gli animali selvatici dalle proprie riserve idriche. Per lo stesso motivo, i contadini coltivavano i kurulu paluwa, piccole porzioni al fondo delle risaie riservate agli uccelli. Per quanto possa sorprendere, i confini venivano rispettati e gli animali non si avventuravano nei bacini o nelle risaie destinate agli uomini, per un semplice motivo di assegnazione di territorio e convivenza armoniosa.

Il rapporto armonico tra uomo e natura si è diluito con il tempo per via di una serie di eventi che hanno trasformato e sconvolto il suo paesaggio naturale. La lunga colonizzazione europea, prima portoghese, poi olandese e infine inglese fino all’indipendenza nel 1947, ha profondamente trasformato il paesaggio del paese e il rapporto degli abitanti con la natura,  convertendo distese di terreno coltivabile in piantagioni di tè, gomma, cocco e spezie. In seguito all’indipendenza, venne poi introdotta la “green revolution”, ovvero un programma per incoraggiare e diffondere l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti al fine di aumentare la produzione agricola e risolvere il problema della fame e della povertà. Disastrosa dal punto ambientale e responsabile della riduzione della biodiversità, dell’inquinamento di terreni e corsi d’acqua, quest’iniziativa ha inoltre ulteriormente impoverito gli agricoltori, intrappolati nel circolo vizioso di acquisto delle nuove semenze ad alta produttività ed alto costo. A partire dagli anni ’80, il paese è stato poi coinvolto in una drammatica guerra civile tra l’esercito e i militanti Tigri Tamil. Questo conflitto, durato oltre 25 anni, oltre a mietere molte vittime, ha lasciato in eredità mine anti-uomo, distruzione e deforestazione di grandi porzioni di territorio e decimazione di specie animali commestibili, soprattutto cervi, lepri, varani e maiali selvatici. Lo tsunami del dicembre 2004 ha causato un ulteriore disastro ambientale, scaricando sulle sue coste la spazzatura prodotta nell’ultimo secolo, detriti mischiati a poltiglia tossica e inondando i terreni agricoli di miliardi di litri di acqua salata. A questa serie di eventi naturali e di forza maggiore, si sono poi aggiunte politiche ambientali non sempre focalizzate sulla conservazione della biodiversità quanto sul benessere economico, spesso considerando le foreste dei depositi di legname piuttosto che dei preziosi ecosistemi.

Nonostante la storia recente, lo Sri Lanka rimane un hotspot della biodiversità ed è attualmente in procinto di recuperare l’antico rapporto con la natura tramite numerosi progetti di riabilitazione del paesaggio naturale. Nel paese si contano oltre 500 riserve naturali e, compresi i parchi nazionali, i corridoi direzionali per gli elefanti e i santuari della biodiversità, si stima che circa il 26% del territorio sia area protetta. Lo Sri Lanka è uno dei pochi luoghi al mondo dove è possibile osservare il leopardo e l’elefante asiatico allo stato brado e ogni anno diventa la meta di passaggio anche delle enormi balene blu e dei capodogli, che durante l’inverno europeo sfiorano la costa con i loro corpi mastodontici nella periodica migrazione attraverso l’oceano. Il sistema di irrigazione tradizionale è oggi solo parzialmente utilizzato, ma rimangono i bacini, oasi di freschezza e di vita nelle larghe distese delle zone aride del paese. I laghi artificiali ospitano migliaia di specie animali e vegetali e sono un’ottima postazione per osservare l’incredibile varietà ornitologica del paese composta da oltre 400 specie tra cui cormorani, martin pescatori, garzette, aironi, pellicani, ibis, marzaiole, tantali variopinti e molti altri.

Si diffondono sistemi di agricoltura rigenerativa e agricoltura biologica, progetti agro-forestali perenni in policultura e centri di educazione alla sostenibilità. Un valido esempio in questo ambito è Belipola; creato da Ranil Senanayake, ecologo riconosciuto internazionalmente, questo progetto applica pratiche di selvicoltura all’avanguardia nel rispetto di un sistema olistico in cui l’uomo è parte della natura e responsabile della sua conservazione. Progetto di riforestazione e di educazione alla sostenibilità, Belipola accoglie visitatori stranieri intenzionati ad imparare o condividere pratiche di selvicoltura sostenibile, gestione integrata dei bacini idrografici e progettazione forestale. Non mancano poi interessanti esempi di eco-turismo; degno di nota è la Mudhouse, proprietà costruita interamente in fango e materiali naturali e progetto di sostenibilità ad ampio raggio vicino ad Anamaduwa dove 50 ettari di terreno sono stati convertiti in una riserva naturale privata e centinaia di specie vivono indisturbate.

Siamo forse lontani dall’antico rapporto che il paese aveva con la natura, ma vi sono le basi e la cultura per procedere alla riabilitazione del paesaggio naturale in modo che le generazioni future di esseri viventi possano godere in modo sostenibile delle risorse e delle meraviglie naturali di questo paese, in passato conosciuto come “la terra del latte e del miele” e ancora tesoro di biodiversità.

Marcella Segre

 

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