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“Sul Monte Athos”: tra mare e mulattiere verso la montagna sacra

aprile 14, 2015 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Sul Monte Athos, all’estremità del “dito” più orientale della penisola Calcidica, la vita scorre, per molti versi, simile a mille anni fa. Un’isola di silenzio, spiritualità e preghiera che, da sempre, accetta sul suo territorio solo uomini come, secondo la tradizione, Maria avrebbe richiesto ai suoi primi eremiti. Monte Athos fa parte della Grecia e dell’Europa, ma è in realtà una piccola repubblica autonoma, governata dagli abati dei suoi venti monasteri ortodossi. Per il mondo ortodosso questo è il luogo sacro per eccellenza, e il pellegrinaggio ai piedi della Montagna Sacra – in greco, infatti, il luogo è detto Ághion Óros – è un rito di passaggio fondamentale per greci, bulgari, rumeni, serbi, macedoni e russi. Nel libro “Sul Monte Athos. Viaggio nell’anima senza tempo della Montagna Sacra“, da poco pubblicato da Ediciclo editore,  Fabrizio Ardito, viaggiatore e camminatore, ci guida negli imponenti refettori affrescati o nel buio delle chiese durante la preghiera della notte, dove l’epopea di Bisanzio sembra ancora viva e vitale, o ci accompagna nelle mattine, silenziose e assolate, lungo le mulattiere che corrono tra le rocce e il mare della penisola. Fino alla vetta della Montagna Sacra che, vertiginosa piramide a picco sul mare, offre lo spettacolo incomparabile dell’intero Egeo settentrionale, con la costa dell’Asia Minore che fa capolino tra le brume in lontananza. In appendice, tutti gli aspetti pratici di un viaggio sul Monte Athos: come ottenere il visto, come fare a ricevere l’ospitalità, cosa portare con sé. Con una piccola guida ragionata ai sentieri più interessanti della Montagna. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo oggi la prima parte del primo capitolo del libro, che racconta la prima tappa del viaggio.

Dall’aeroporto di Salonicco, il confine di Ouranopolis è a un passo. O almeno così sembra. La strada non è molta, un paio d’ore, qualcosa di più, ma mi è capitato di percorrerla in modi un po’assurdi. In sei in un taxi da cinque posti, ad esempio, dopo una contrattazione estenuante davanti alle pensiline dell’aeroporto con un tassista intrattabile che, forse, aveva visto in noi l’antidoto fornito dagli dei dell’Olimpo a una settimana andata storta. E che poi, per risparmiare, aveva seguito la strada più tortuosa possibile evitando l’autostrada che corre verso le montagne della Macedonia, dove il giovane Alessandro si esercitava a guidare le bighe falcate e prive di sospensioni del padre Filippo. Tornanti, curve, camion, con una breve sosta per permettere al sangue di circolare di nuovo liberamente nelle gambe schiacciate da zaini, borse e amici ossuti. Poi, di colpo, agli olivi e alle querce si era sostituito il mare, di colore blu profondo soprattutto quando è contornato dalle rocce chiare della costa della Calcidica. Neanche una sosta davanti a un cartellino arrugginito che indicava da qualche parte i resti del canale scavato dai persiani venticinque secoli fa: oramai la meta era a un passo e quindi la storia, la saggezza e la filosofia, davanti al richiamo del mare, della retsina gelatae dei calamari fritti, avevano dovuto fare uno sdegnato passo indietro verso l’oblio secolare.

Insieme a Ierissos, paese ancora più piccolo sulla costa nord dell’Athos, Ouranopolis è l’unico accesso possibile alla Montagna Sacra, ai cui monasteri si arriva solamente provenendo dal mare. Questo fatto mi è sempre sembrato un bene, un segno di lontananza che è saggio conservare e che rende almeno un po’ l’idea di distanza e di alienità della penisola rispetto al continente europeo. Dal lungomare del paese, tra un ombrellone e un bar, una femmina e l’altra (alcune addirittura in costume da bagno), il confine della repubblica autonoma di Aghion Oros si intuisce appena: un muricciolo di sassi come in Grecia ce ne sono tanti, che taglia in due la penisola salendo e scendendo tra boschi e rocce. Il limite secolare tra il sacro e il profano, tra il mondo moderno e quello millenario dei monaci.

Ma qui giù, ragazzi, che vita! Pullman di turisti di ogni possibile provenienza orientale e ortodossa, barchette che fanno giri turistici di una o più ore tenendosi a debita distanza dalla costa, soprattutto se tra i passeggeri si annida una donna. Che, per convenzione e per legge, non si può avvicinare a meno di cinquecento metri dalla riva rocciosa dell’Athos, pena la reclusione da due a dodici mesi in una severa ma in fondo accogliente prigione ellenica. Lo stesso limite di mezzo chilometro vale anche per barche, catamarani e motoscafi di ogni tipo, che non hanno il permesso di attraccare ai moli monastici. I supermercati e i negozi di Ouranopolis rigurgitano di musica e cibi succulenti, di miele, cioccolato, ouzo, caramelle, gelati, degli splendidi cannoli al cioccolato Caprice Papadopoulos chiusi nei loro barattoli di alluminio e di ogni lasciva merce commestibile che, per giorni, chi sta per entrare sulla Montagna sa non troverà neanche a pagarla oro. Accanto a questa cornucopia di zuccheri, alcol, tabacchi e sciccherie moderne,un buon terzo di ogni negozio è occupato da souvenir della Montagna. Cartoline con monaci barbuti e pensosi, affreschi scuri e imperscrutabili di santi e beati sconosciuti, cartine e guide in serbo, rumeno, bulgaro, russo e georgiano. Circondati da icone grandi e piccole (dipinte a mano o stampate in Cina, per capire la differenza cercate l’etichetta con il prezzo), manifesti, rosari, saponette, miele e creme profumate, candeline più o meno votive, ciondoli e santini che ricordano che il lungomare di Ouranopolis, per gli ortodossi, è un po’ come via della Conciliazione per i cattolici. L’anticamera di uno dei luoghi più sacri del mondo. Solo che qui, a differenza dell’ampia stradona progettata dal fascismo per celebrare il Concordato con il Vaticano (costruita peraltro distruggendo un’intera fetta del rione Borgo della vecchia Roma), c’è la spiaggia a un passo, non c’è il traffico dell’Urbe e il mare domina il cinquanta per cento dell’orizzonte.

L’unico molo del porticciolo di Ouranopolis è dominato dalla sagoma tozza di una torre antica dove, per più di venticinque anni, ha vissuto uno dei personaggi più curiosi e interessanti tra i visitatori stranieri della Montagna. Sydney Loch, scozzese giramondo che si innamorò dell’Athos e iniziò a vivere nella torre di Ouranopolis (che lui chiama però Phosphori) nel 1928. Dopo varie peripezie durante la Seconda Guerra Mondiale, tornò nel 1952 alle porte dell’Athos, con la moglie. E proprio nella torre, dove s’intratteneva frequentemente in conversazioni e cene con gli emissari dei monasteri atoniti, morì improvvisamente in maniera molto britannica nel 1955, «seduto davanti al fuoco, dieci minuti dopo essere uscito nella neve per identificare un pellicano», come recita la nota biografica del suo libro. Nelle pagine di Athos – The Holy Mountain, Loch racconta delle sue innumerevoli visite alla Montagna,dei suoi incontri e, della sua casa sulla riva, scrive: «… la torre èstato un avamposto del monastero di Vatopedi, ed era l’ultimo punto della penisola dove le donne potevano giungere. Nella sua forma moderna è stato costruito da Andronikos II circa settecento anni fa, ma si sospetta che abbia avuto una fondazione precedente. Alcune pietre potrebbero provenire addirittura dall’antica Dion, che si suppone fosse costruita in questo luogo».

Fabrizio Ardito*

* Giornalista e fotografo, ha scritto numeroi articoli, reportage, libri. Ha compiuto molti viaggi a piedi sulle rotte dei grandi cammini europei.

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