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I dissidenti del clima Top Contributors

novembre 30, 2009 Top Contributors

Nel consueto e leale spirito di confronto della nostra testata – aperta a posizioni opposte, purchè documentate - pubblichiamo, ad una settimana dalla conferenza di Copenhagen, l’intervento inviatoci da un noto osservatore di questioni energetiche, che ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.  

Polinesia, Courtesy of Greengooo! New Media ProductionCominciano ad essere un po’ troppo numerosi e importanti per essere liquidati con una semplice scrollata di spalle. Quanti sono? A occhio e croce qualche decina di migliaia. Quindi non proprio – come qualcuno ama definirli – “una trascurabile minoranza”. Molti fanno parte del “famigerato” N-IPCC (Nongovernmental International Panel on Climate Change), il panel internazionale di scienziati non governativi che – a differenza dei ricercatori riuniti nel più famoso IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) – è giunto a conclusioni completamente differenti a riguardo dei cambiamenti climatici. E, si badi bene, valutando la stessa letteratura scientifica a disposizione dell’IPCC. La maggior parte di questi scienziati dissidenti, infatti, esprime forti perplessità sul fatto che l’attività dell’uomo sia in grado di governare il clima. Anzi. Per molti di loro “le paure sul riscaldamento globale causato dall’uomo sono infondate e non basate su una scienza corretta”, come sostiene Will Harper (docente al Dipartimento di Fisica dell’Università di Princeton, ex direttore della Ricerca energetica al Dipartimento dell’Energia degli Usa, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze e autore di 200 pubblicazioni scientifiche). Harper è poi citato con oltre 700 scienziati di tutto il mondo in un rapporto depositato al Senato americano per mettere in guardia dal catastrofismo climatico. Il numero degli studiosi che stanno aderendo al rapporto è in costante crescita. Sono i lobbysti del “dissenso dall’Armageddon del clima”, sempre più ascoltati presso le istituzioni internazionali. Tanto che – probabilmente – il “Manifesto dei 700” potrebbe condizionare in qualche modo le conclusioni e i documenti finali del vertice in programma a Copenhagen e, d’altra parte, proprio al Senato degli Stati Uniti, un progetto di legge per ridurre le emissioni inquinanti incontra un’opposizione così organizzata ed efficace da far dubitare a molti analisti la sua approvazione. Ma cosa sostengono nel loro rapporto i circa 700 scienziati dissidenti? Ivar Giaever premio Nobel per la Fisica, per esempio, avverte che “il riscaldamento climatico è diventato una nuova religione… “.  Severo il giudizio anche di David Gee, geologo, docente all’Università di Uppsala, segretario della commissione scientifica del Congresso Geologico Internazionale 2008, autore di  oltre 130 studi “peer-reviewed” (“per quanti anni il pianeta dovrà raffreddarsi prima che si cominci a capire che non si sta scaldando?”). Lapidario invece Pal Brekke - fisico del Sole, senior advisor del Norwegian Space Centre di Oslo e autore di 40 articoli scientifici “peer- reviewed” sull’interazione del Sole con la Terra (“chiunque affermi che il dibattito è finito e che le conclusioni sono chiare ha un approccio evidentemente non scientifico a uno dei più importanti temi del momento”). Furente è invece il commento del giapponese Kiminori Itoh, collaboratore proprio dell’IPCC, PhD in chimica e fisica dell’ambiente (“i timori per il riscaldamento sono il peggior scandalo scientifico della storia… Quando la gente capirà la verità si sentirà ingannata dalla scienza e dagli scienziati”). Joanne Simpson, scienziato dell’atmosfera, prima donna al mondo a conseguire un PhD in meteorologia, già membro della Nasa, considerata uno dei più “importanti scienziati degli ultimi 100 anni”, autrice di oltre 190 studi, si dichiara non affiliata “ad alcuna organizzazione” né di ricevere  “alcun finanziamento” e pertanto come libera studiosa resta scettica poiché “il fondamento della tesi secondo cui i gas serra sono la causa del riscaldamento è quasi del tutto basata su modelli climatici, e tutti noi conosciamo la fragilità dei modelli riguardanti il sistema aria superficie”. Anche per Victor Manuel Velasco Herrera, ricercatore dell’Istituto  di Geofisica dell’Università Autonoma Nazionale del Messico, i problemi sono legati ai modelli in possesso dell’IPCC che non consentono previsioni corrette poiché basate “soltanto sui modelli matematici e su scenari che non includono, per esempio, l’attività solare”). Per James A. Peden, fisico dell’atmosfera, sarebbero in molti gli scienziati che stanno rivedendo le proprie posizioni catastrofiste e, al contempo, cercando “un modo per tornare indietro senza vedere rovinate le proprie carriere”. Per il paleontologo argentino Eduardo Tonnil’allarmismo sul riscaldamento globale ha la sua giustificazione nel fatto che è qualcosa che genera fondi”, mentre per il giapponese Takeda Kunihiko, vice-cancelliere dell’Institute of Science an Technology Research all’Università di Chubu “il riscaldamento globale, come veicolo politico,mantiene gli europei al posto di guida e i Paesi in via di sviluppo a camminare a piedi”.

Ovviamente i giudizi degli scienziati contenuti nel rapporto trasmesso al Senato americano sono molto più numerosi e dettagliati. Ma anche le testimonianze  da  noi riportate dovrebbero far scattare quella che – nelle menti più raffinate – una volta si chiamava sospensione del giudizio (epoché). Da applicarsi in questo caso al pensiero dominante che vuole il nostro Pianeta avvitato verso un catastrofico riscaldamento causato dai comportamenti umani. E destinato a portare l’aumento della temperatura globale a 5-6 gradi entro la fine dell’attuale secolo o nella prima metà del prossimo, come sostenuto nel recente rapporto pubblicato on-line dalla rivista Nature Geoscience. Una sospensione del giudizio che non significa inazione. Ma solo etica della responsabilità nelle analisi e nelle decisioni. Il climatologo italiano di fama internazionale Guido Visconti, per esempio, mette in guardia dal catastrofismo ambientalista ma invita a non abbassare la guardia. Secondo Visconti, infatti, a prescindere dalle cause dei mutamenti climatici, il problema resta capire come sia “vulnerabile la società a questi mutamenti e come possa attrezzarsi di fronte ad eventuali emergenze”. La salute della Terra ha insomma bisogno di un dibattito sereno, autorevole e scientificamente responsabile e non di una nuova, esiziale guerra di religione. Perché ogni analisi sull’argomento dovrebbe saper distinguere tra i cambiamenti climatici – che si sono verificati nella storia con ciclicità millenaria – e inquinamento atmosferico. Due “categorie concettuali” profondamente diverse.

Diego Tommaso*

(*pseudonimo)

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